Anche i Benigni grideranno!

I Benigni grideranno: piccola meditazione su Benigni, i 10 Comandamenti e i 4 milioni di compenso.
(Originariamente pubblicata su Facebook il 21 Dicembre 2014)

Ancora non ho visto lo spettacolo, ma mi trovo in una situazione abbastanza chiara: alla maggioranza degli amici credenti, lo spettacolo è piaciuto. I non credenti si dividono, quindi, a conti fatti, direi più si che no.

Ma quando si parla di soldi, ecco la levata di scudi, e la lavata di capo: Benigni sta cosa doveva farla gratis, per la maggior parte della gente.

Certo, un premio Oscar, conosciuto in tutto il mondo, con la parlantina per tenere ore la gente davanti alla televisione a parlare di Divina Commedia, Costituzione, Inno di Mameli, tutte cose che gli italiani venderebbero per un gratta e vinci, dovrebbe fare le cose gratis perché sì.

Comunque, mi rivolgo in particolare agli amici credenti:
Diciamo che Benigni ha sbagliato. Diciamo che è peccatore (come tutti), diciamo che è irredento, diciamo che è un delinquente, un assassino, un blasfemo, che ha preso troppi soldi e li userà per i motivi sbagliati.

Quindi basta che il tramite sia indegno, e la debole e sciocca parolina di Dio non vale più?

Nel caso ditemelo, che smetto subito di ingannarvi, perchè anche io ho sbagliato, sono un peccatore irredento, un delinquente, per quanto ne sapete voi di me, potrei essere un assassino, e di sicuro uso male la mia vita, figuriamoci i miei soldi.

Poi penso a Zaccheo, a Levi, a Nicodemo, ai peccatori e le prostitute che mangiavano con Gesù, all’adultera alla quale Gesù dice di non peccare più, ma non torna a controllare, penso alle pietre che grideranno, se noi taciamo.
E allora, le pietre possono gridare la Parola di Dio e un ricco no? Un comico? Uno che prende 4 milioni?

Ascoltare la Parola di Dio e guardare il predicatore non è cristianesimo, ve ne rendete conto, vero?
Ascoltare la Parola di Dio e metterla in pratica, quello è cristianesimo.

E come Benigni la mette o la metterà in pratica, anche con quei 4 milioni in più, è questione tra lui e il Signore, e noi abbiamo l’ordine da Gesù di non giudicare, l’ORDINE, non il consiglio, o saremo giudicati con lo stesso metro. Per quanto siano infinitamente meno, noi che facciamo, con i nostri soldi?

Quindi, se volete dire che Benigni ha fatto un brutto spettacolo, ditelo.
Se volete dire che ha preso troppi soldi, ditelo.

Anche secondo me ha preso uno sproposito, ma capisco le regole del mercato e che un premio oscar di fama internazionale che ha una storia di share incredibile con argomenti “noiosi” possa prendere 4 milioni è quasi accettabile, in quel mondo.

Ma non dite che il senso di quel che ha detto è inficiato dal fatto che ha preso quei soldi, oppure state dicendo che solo i puri possono predicare l’evangelo, che lo Spirito non solo non soffia dove vuole, ma è legato alla moralità di chi testimonia, e che, insomma, Dio è troppo puro per la bocca dei peccatori, oppure troppo debole per imporsi su di essi, nonostante essi.

Se è troppo puro, io vado a fare il macellaio oggi, perché sono totalmente indegno della sua Grazia.
Se è troppo debole, mi cerco un dio migliore, il sesso, il potere, il denaro, il successo, perché già la mia vita è infima, figuriamoci se seguirò un dio infimo!

Quindi, ricordate, se noi stiamo zitti, o siamo incapaci di predicare a 10 milioni di persone in tutta Italia, anche i Benigni grideranno!

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Testimonianza 101

Pubblicato la prima volta il 20/11/2008

L’evangelizzazione è un cardine dell’essere cristiano che spesso sfugge al controllo e al buon gusto dei cristiani stessi. Evangelizzare è, de facto, dire l’Evangelo, ovvero la Buona Novella di Cristo. Sebbene noi sappiamo che “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo unigenito Figlio affinchè chiunque creda in lui non perisca ma abbia vita eterna”, la cosa che più interessa l’evangelizzatore è “convincere” chi incontra della grandezza della salvezza che lui stesso ha provato. Ed è qui l’errore. L’evangelizzatore spesso si comporta come un malato guarito che consiglia a tutti la sua medicina.

Soffermiamoci un attimo su questo esempio, e cominciamo da qui.
Se è vero che tu eri malato, e conoscendo Cristo ti sei sanato, è altrettanto vero, per cominciare, che Cristo non è una medicina.
Cristo è salvezza, ma non è “dosabile”, non puoi decidere di prenderlo o no, che abbia poco o tanto effetto, Cristo è radicale mutamento, non graduale benessere.
Allo stesso modo, se è vero che il primo stadio del cristiano è accorgersi del proprio peccato e solo dopo di quello altrui, è altrettanto vero che il peccato non è tutto uguale, e così il perdono. Da Lutero in poi il protestantesimo ha teso a sostenere che i peccatori sono tutti nella medesima condizione, a parte che alcuni sono peggio di altri. in realtà è altrettanto vero che i malati sono tutti malati, ma non per tutti l’aspirina è la soluzione.

Ecco dunque che chi è stato malato ed è guarito non si azzarderebbe mai a consigliare la sua medicina ad uno che non abbia la stessa patologia, nessuno sosterrebbe la chemioterapia come risoluzione alla depressione, o una cura ormonale per un braccio rotto.
Eppure milioni di cristiani, magari in buona fede, consigliano a tutti di avvicinarsi a Cristo come hanno fatto loro, e sono anche capaci di arrabbiarsi se questo non porta i risultati attesi.

Ecco allora una breve lista di cosa fare e cosa no quando si pensa di “evangelizzare”.

Non proporre Cristo come risoluzione, non è una medicina.
Non proporre il tuo approccio come formula, non tutti hanno la stessa malattia.
Non farlo per te stesso, non hai nessun merito in ciò.
Non farlo per gli altri, è di Cristo che hanno bisogno, non di te nè della tua sollecitudine.
Non farlo per Dio, se la sa cavare bene anche da solo.
Evangelizzare è testimoniare, ovvero raccontare, racconta cosa Dio ha fatto a te, in te, per te, non aspettarti altro che un vago ascolto, anzi, non aspettarti nulla.
Se vuoi mostrare Dio agli altri, mostra ciò che lui ha mostrato a te, sii misericordioso, non giudicare, ascolta, ascolta, ascolta, ascolta, ascolta, ascolta, ascolta, ascolta.
Ascolta che hai davanti.
Sei sicuro di non aver parlato solo tu?
Dio ha salvato te solo, ed è stato faticoso. Come puoi sperare che tu possa salvare le folle?
Se la Bibbia interroga il tuo cuore, è roba di Dio.
Se il tuo cuore interroga la Bibbia, è roba tua.
Se è roba tua non è detto sia da buttare, ma di certo è da verificare mille volte, con mille persone, prima di farlo diventare il pilastro della tua fede.
Chi vuole guadagnare il prossimo a Cristo, deve perdere se stesso.
Perdere se stessi può voler dire perdere la propria denominazione, a volte anche la propria religione, siamo noi ad essere cristiani, non Dio.

Ricapitolando se vuoi testimoniare la tua fede:
1) Impara a raccontare bene la storia della tua malattia, e della tua guarigione;
2) Esci pronto ad ascoltare, non a parlare.
3) Non cercare chi vuoi, fatti trovare da chi vuole.
4) Ascoltalo, senza parlare se possibile.
5) Ascolalo bene, non fare nulla se non hai capito profondamente che la sua situazione è diversa dalla tua.
6) Ricorda che non sei tu ad avere le risposte.
7) Raccontati, e se la cosa ha seguito, racconta la tua chiesa.
8) Tra un punto e l’altro prega Dio che ti aiuti ad ascoltare, e non a parlare.

A questo punto, la tua testimonianza è finita. Nessun fulmine a ciel sereno, nessuna conversione con lacrime liberatorie, non devi attendere nulla, nè attenderti nulla, Dio è già al lavoro.
Se la persona che hai incontrato volesse riparlare di queste cose, attieniti solo ai punti 4-5-6, sono quelli realmente importanti, gli altri sono contorno….

Appunti per una mitografia cristiana, in forma di sermone

Pubblicato la prima volta il 17/02/2008

PREMESSA: Il sermone non risponde, per sua natura alle regole della scrittura del saggio, ergo, le citazioni, prese dall’enciclica di Benedetto XVI Spe Salvi e dal racconto/saggio di Lucio Angelini Una Volta C’Era, sono state usate con libertà, pur fedelmente. Per lo stesso motivo, quindi, non trovo necessaria alcuna nota bibliografica.

Ebrei 11:1-3  Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono.  Infatti, per essa fu resa buona testimonianza agli antichi.  Per fede comprendiamo che i mondi sono stati formati dalla parola di Dio; così le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti.

1 Corinzi 13:11-12   11 Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino.  12 Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.

Fratelli e sorelle,
Come forse qualcuno di voi ha già capito, io adoro i paradossi.

Paradosso è una cosa che sembra non avere senso, e che, tuttavia, apre a molti possibili significati.
Gesù era un maestro di paradossi, quasi ogni sua parabola contiene scene o parole che ci fanno pensare, che non hanno senso, lì per lì.
Pensiamo al Dio d’amore che a volte chiude le vergini fuori di casa, dice di essere duro e disonesto nella parabola dei talenti, caccia gli invitati al banchetto!
Anche nelle sue azioni, Gesù a volte è paradossale: Come si fa a dare a Dio quel che è di Dio, se tutte le monete hanno Cesare impresso? E come fa l’adultera a non peccare, se ha già peccato?
Non solo Gesù è un maestro di paradossi, ma anche Paolo sembra abbastanza bravo.
Prendiamo la lettera agli ebrei, per esempio.
Cosa vuol dire “certezza di cose che si sperano”?
Se uno spera, non è certo, se è certo, non spera. Dice lo stesso Paolo nella lettera ai Romani:
“Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, l’aspettiamo con pazienza.”
Quindi la certezza delle cose sperate è di diritto un paradosso, qualcosa che non può funzionare.
A me piacciono i paradossi, perché costringono a pensare, anche quando non vorresti.
Per esempio, mesi fa ci fu un gran clamore a seguito di una lettera circolare inviata da Joseph Ratzinger a tutti i cattolici, intitolata Spe Salvi.
Il Vescovo di Roma, in quella lettera, citava anche il nostro primo passo di oggi, Ebrei 11, e lo spiegava in modo arguto e approfondito. Affidiamoci al paradosso, e facciamoci spiegare dal papa cosa ne pensa, magari, una volta tanto, saremo d’accordo con lui!!
Il termine che noi traduciamo con “certezza” in greco è “Hypostasis”, che potremmo tradurre con “prova visibile di quel che non è visibile”, spesso, nell’antica Grecia, le apparizioni degli dei erano dette “ipostasi”.
Dice dunque Ratzinger: “La fede è hypostasis delle cose che si sperano; prova delle cose che non si vedono ». Per i Padri e per i teologi del Medioevo era chiaro che la parola greca hypostasis era da tradurre in latino con il termine substantia. la fede è la « sostanza » delle cose che si sperano; la prova delle cose che non si vedono. La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, e questa realtà presente costituisce per noi una « prova » delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro « non-ancora ». Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future.
Quindi, vediamo di ricapitolare: quando diciamo che fede è certezza di cose che si sperano, vogliamo veramente dire che siamo certi di questo evento che è la salvezza di Cristo, e che già viviamo, performati da questa speranza. La fede è prova visibile di qualcosa che non è visibile, Paolo dice, è prova che la Parola di Dio ha creato l’universo, e per questa certezza, noi possiamo dire che le cose che vediamo sono state fatte da Dio, non certo tratte da cose “apparenti”, prive di sostanza.

Visto?
Una volta, possiamo addirittura essere d’accordo col papa!!
Noi aspettiamo, con pazienza, una cosa di cui siamo certi, perché ne abbiamo già avuto rassicurazione. Aspettiamo il ritorno di Cristo, perché abbiamo ricevuto l’evangelo di Cristo. A noi è stato raccontato, e abbiamo creduto.

Tutti quanti sappiamo quanto sia difficile credere, in particolare in questo nostro mondo. Viviamo una vita spezzata tra la nostra appartenenza al popolo di Dio e la nostra situazione sociale. Crescendo, se siamo nati in una famiglia evangelica, perdiamo parte della fede pura e cristallina dei bambini e rallentiamo, spesso per considerare tutte le implicazioni di una scelta,più che per paura. Spesso ci troviamo davanti ad un mondo che guarda con sospetto, o fastidio, alla nostra fede, quasi fosse una cosa antiquata, degna di popoli scomparsi, o una favola mal gestita, o una scusa per approfittare di chi è più debole.

Facciamo fatica a rendere conto delle nostre scelte, e a volte cadiamo nella tentazione di farci forti delle nostre credenze, della nostra consuetudine, del modo di fare che ci è stato tramandato, in una parola, ci facciamo forti della nostra religione, cristallizzandola, fermandola ad un tempo migliore.
Voi penserete che, tutto sommato, noi evangelici, e in particolare noi battisti, cadiamo in questo vizio meno di altri, anzi, a volte ci spingiamo troppo in là, finendo per perdere cose che ci erano molto care. Sono d’accordo con voi, ma se guardate alla nostra storia, recente o passata, vi renderete conto quanto sia difficile cambiare…

Paolo, scrivendo ai Corinzi, non ha paura di invitarli a cambiare. Anzi, a fortificarsi nelle cose che hanno sempre fatto, lasciando da parte, senza abbandonare, alcune cose che sono diventate un peso e fonte di dissidio, nella comunità.

Il secondo passo che abbiamo letto è la conclusione di uno dei punti più famosi dell’intera Bibbia, l’inno all’amore.
Molti di noi, qui, lo sapranno a memoria, potrebbero recitarlo quasi fosse una preghiera, o un inno, tutti si ricordano come finisce: “Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore.”
Ecco la descrizione della nostra meditazione di oggi, il passaggio dalla fede, attraverso la speranza, per arrivare all’amore. Questa è la strada che vogliamo e dobbiamo intraprendere, bisogna solo capire come.
Paolo, rivolgendosi alla chiesa di Corinto sembrerebbe sgridarli quasi, sembra dire: “Crescete! Non siete più bambini!”

Molte volte questo passo viene usato per differenziare gli stadi del credente, prima ci si comporta da bambini, poi si cresce in Cristo, e, con il battesimo, si entra nella comunità degli adulti. In un sermone battesimale, questa prospettiva può essere accettabile, nel passaggio dalla “frequentazione” della chiesa all’esserne membro effettivo, il cristiano si deve lasciare indietro certi suoi atteggiamenti personalistici, e affrontare un mondo di discussioni, mediazioni, cooperazione e successi condivisi. D’altra parte, però, questo non è quel che dice il testo.
Qui Paolo dice che ora “vediamo in modo oscuro”, mentre, quando la speranza sarà esaudita vedremo chiaramente.

Per parlare del tempo futuro, Paolo usa una metafora chiarissima, il bambino. La Scrittura tutta è piena di esempi portati attraverso i bambini, Gesù aveva una predilezione, anzi, diceva che solo chi sarebbe arrivato al livello di fede di un bambino sarebbe stato accolto nel suo Regno. Com’è possibile, dunque, che ora Paolo usi il paragone con un bambino negativamente?
Paolo usa qui il termine “nepios” che potremmo tranquillamente tradurre con “infante”, poco più che neonato.
Come un infante, ora il credente non sa parlare in modo esatto e soddisfacente di Dio, non sa pensare Dio, non sa argomentare, ma quando Cristo tornerà, avremo una visione chiara.

Se paragonata al passo precedente, questa prospettiva sembra un po’ deprimente. Prima abbiamo detto che nella fede abbiamo una prova di quello che speriamo, eppure ora veniamo a sapere che tutto quello che possiamo dire, pensare, argomentare, non è che il chiacchiericcio di un bambino che non sa parlare.
Eppure i bambini hanno molto più che la parola, hanno la possibilità e la capacità di imparare da qualunque cosa si trovino davanti.
Ultimamente ho letto un saggio, mascherato da favola, sull’importanza delle favole e della letteratura per bambini.
L’autore sosteneva che “Il compito delle fiabe è semplicemente quello di infondere speranza nel futuro tramite la promessa di un lieto fine, senza impartire alcun insegnamento esplicito. è bene che un bambino rimanga INCONSAPEVOLE delle proprie pressioni inconsce, se non si vuole che ne resti distrutto. Senza un periodo di fede nella magia o di pensiero magico, un individuo non sarà mai in grado di affrontare le durezze della vita adulta. Più si è insicuri nel proprio intimo, più ci si sente disposti ad aggrapparsi a proiezioni infantili d’ogni sorta, e a soluzioni da fiaba. Rispetto al modo di funzionare della mente di un bambino le spiegazioni scientifico-razionali non sono meno estranee degli eventi soprannaturali per l’intelletto maturo. Un bambino crede che tutto ciò che si muove sia vivo, e che perciò comprenda e senta come lui. Per un bambino che voglia sentirsi sicuro sulla terra è di maggiore conforto sapere che essa poggia sul dorso di una tartaruga che apprendere che galleggia nello spazio cosmico attratta dalla gravità. In base alla sua esperienza, infatti, un bambino pensa che tutto debba poggiare su qualcosa.

Insomma per l’autore del saggio, non bisognerebbe mai spiegare il significato di una fiaba. Eppure è quello che noi ci ostiniamo a fare, domenica dopo domenica. Continuiamo a prendere le parabole di Gesù e a trasformarle in teologia, prendiamo un termine, come ha fatto Ratzinger nell’enciclica, e lo tiriamo a nostro piacimento in ogni direzione, per cercare di spiegare con esso le cose che non riusciamo a comprendere del piano di Dio.

Tutto questo parlare, tirare, comprimere, spiegare, lo chiamiamo teologia, lo scriviamo, lo insegniamo, e piano piano, cerchiamo di farlo passare attraverso le maglie delle nostre chiese.
Ebbene, tutto questo è necessario, così come è necessario per il bambino continuare a parlare, a pensare, a ragionare, anche se in modo confuso, oscuro, imperfetto, perché la pratica lo faccia crescere. Eppure noi non togliamo le fiabe ai nostri bambini, li spingiamo a credere, a fidarsi, ad avere paura, ad essere diffidenti, senza mai svelare loro i veri orrori della vita, ma piuttosto tentando di far crescere in loro la consapevolezza dei rischi che si hanno, per esempio, nel camminare di notte, nel bosco.

Noi sappiamo che gli animali non parlano, che le streghe non mangiano i bambini e che non si può fare una casa con solo il pan di zenzero, ma continuiamo a raccontare, sperando che i bambini credano in noi, sapendo che quando scopriranno la verità, non saranno arrabbiati, ma potranno usare quello che cappuccetto rosso ha insegnato loro per la loro vita da adulti.

Ecco perché noi non temiamo le accuse della gente, abbiamo una speranza, crediamo nel racconto che Dio ci ha donato, non perché tutto debba essere vero, parola per parola, ma perché tutto ci racconta e ci prepara al vero momento di svolta, che è la nostra relazione con Cristo.
Noi vediamo in modo oscuro, enigmatico, ma non ci asteniamo dal guardare.
Parliamo le lingue degli uomini, senza poter scandire la Parola di Dio come lui la intende, ma non fermiamo la nostra testimonianza.
Pensiamo in modo semplice, ma questo ci aiuta a rimanere semplici e a risolvere i problemi di questo nostro mondo, che più sono difficili e strazianti, più sono semplici, ma per niente facili.
Ragioniamo in modo contorto, a volte senza capo né coda, come i bambini, ci perdiamo dietro sciocchezze e dobbiamo scoprire che il fuoco brucia mille volte, come i bambini, ma non smettiamo, perché come i bambini sappiamo che tutto questo è provvisorio, che “diventeremo grandi”, che avremo modo di sbagliare, e dunque imparare.

Noi ci affidiamo alle parole della Scrittura non perché sia pura è perfetta lettera di verità, parola per parola volontà di Dio, né ci fidiamo di una Bibbia piena di favole per bambini che non sanno crescere.
Noi leggiamo la Bibbia, noi fondiamo la nostra vita sulla Scrittura, perché essa è il racconto della vera Parola di Dio, che è il nostro Signore Gesù Cristo, sin dal principio delle cose Parola di Dio per noi, Salvezza di Dio per noi, Compimento del Regno di Dio per noi.

Ora conosciamo in parte, ora non distinguiamo tra gli insegnamenti e la realtà, ma il nostro Signore ci ha assicurato, il tempo verrà quando conosceremo tutto nello stesso modo, splendido e completo, in cui siamo stati conosciuti.
Amen

NB: Il sermone non risponde, per sua natura alle regole della scrittura del saggio, ergo, le citazioni, prese dall’enciclica di Benedetto XVI Spe Salvi e dal racconto/saggio di Lucio Angelini Una Volta C’Era, sono state usate con libertà, pur fedelmente. Per lo stesso motivo, quindi, non trovo necessaria alcuna nota bibliografica.

Ebrei 11:1-3  Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono.  Infatti, per essa fu resa buona testimonianza agli antichi.  Per fede comprendiamo che i mondi sono stati formati dalla parola di Dio; così le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti.

1 Corinzi 13:11-12   11 Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino.  12 Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.

Fratelli e sorelle,
Come forse qualcuno di voi ha già capito, io adoro i paradossi.

Paradosso è una cosa che sembra non avere senso, e che, tuttavia, apre a molti possibili significati.
Gesù era un maestro di paradossi, quasi ogni sua parabola contiene scene o parole che ci fanno pensare, che non hanno senso, lì per lì.
Pensiamo al Dio d’amore che a volte chiude le vergini fuori di casa, dice di essere duro e disonesto nella parabola dei talenti, caccia gli invitati al banchetto!
Anche nelle sue azioni, Gesù a volte è paradossale: Come si fa a dare a Dio quel che è di Dio, se tutte le monete hanno Cesare impresso? E come fa l’adultera a non peccare, se ha già peccato?
Non solo Gesù è un maestro di paradossi, ma anche Paolo sembra abbastanza bravo.
Prendiamo la lettera agli ebrei, per esempio.
Cosa vuol dire “certezza di cose che si sperano”?
Se uno spera, non è certo, se è certo, non spera. Dice lo stesso Paolo nella lettera ai Romani:
“Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, l’aspettiamo con pazienza.”
Quindi la certezza delle cose sperate è di diritto un paradosso, qualcosa che non può funzionare.
A me piacciono i paradossi, perché costringono a pensare, anche quando non vorresti.
Per esempio, mesi fa ci fu un gran clamore a seguito di una lettera circolare inviata da Joseph Ratzinger a tutti i cattolici, intitolata Spe Salvi.
Il Vescovo di Roma, in quella lettera, citava anche il nostro primo passo di oggi, Ebrei 11, e lo spiegava in modo arguto e approfondito. Affidiamoci al paradosso, e facciamoci spiegare dal papa cosa ne pensa, magari, una volta tanto, saremo d’accordo con lui!!
Il termine che noi traduciamo con “certezza” in greco è “Hypostasis”, che potremmo tradurre con “prova visibile di quel che non è visibile”, spesso, nell’antica Grecia, le apparizioni degli dei erano dette “ipostasi”.
Dice dunque Ratzinger: “La fede è hypostasis delle cose che si sperano; prova delle cose che non si vedono ». Per i Padri e per i teologi del Medioevo era chiaro che la parola greca hypostasis era da tradurre in latino con il termine substantia. la fede è la « sostanza » delle cose che si sperano; la prova delle cose che non si vedono. La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, e questa realtà presente costituisce per noi una « prova » delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro « non-ancora ». Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future.”
Quindi, vediamo di ricapitolare: quando diciamo che fede è certezza di cose che si sperano, vogliamo veramente dire che siamo certi di questo evento che è la salvezza di Cristo, e che già viviamo, performati da questa speranza. La fede è prova visibile di qualcosa che non è visibile, Paolo dice, è prova che la Parola di Dio ha creato l’universo, e per questa certezza, noi possiamo dire che le cose che vediamo sono state fatte da Dio, non certo tratte da cose “apparenti”, prive di sostanza.

Visto?
Una volta, possiamo addirittura essere d’accordo col papa!!
Noi aspettiamo, con pazienza, una cosa di cui siamo certi, perché ne abbiamo già avuto rassicurazione. Aspettiamo il ritorno di Cristo, perché abbiamo ricevuto l’evangelo di Cristo. A noi è stato raccontato, e abbiamo creduto.

Tutti quanti sappiamo quanto sia difficile credere, in particolare in questo nostro mondo. Viviamo una vita spezzata tra la nostra appartenenza al popolo di Dio e la nostra situazione sociale. Crescendo, se siamo nati in una famiglia evangelica, perdiamo parte della fede pura e cristallina dei bambini e rallentiamo, spesso per considerare tutte le implicazioni di una scelta,più che per paura. Spesso ci troviamo davanti ad un mondo che guarda con sospetto, o fastidio, alla nostra fede, quasi fosse una cosa antiquata, degna di popoli scomparsi, o una favola mal gestita, o una scusa per approfittare di chi è più debole.

Facciamo fatica a rendere conto delle nostre scelte, e a volte cadiamo nella tentazione di farci forti delle nostre credenze, della nostra consuetudine, del modo di fare che ci è stato tramandato, in una parola, ci facciamo forti della nostra religione, cristallizzandola, fermandola ad un tempo migliore.
Voi penserete che, tutto sommato, noi evangelici, e in particolare noi battisti, cadiamo in questo vizio meno di altri, anzi, a volte ci spingiamo troppo in là, finendo per perdere cose che ci erano molto care. Sono d’accordo con voi, ma se guardate alla nostra storia, recente o passata, vi renderete conto quanto sia difficile cambiare…

Paolo, scrivendo ai Corinzi, non ha paura di invitarli a cambiare. Anzi, a fortificarsi nelle cose che hanno sempre fatto, lasciando da parte, senza abbandonare, alcune cose che sono diventate un peso e fonte di dissidio, nella comunità.

Il secondo passo che abbiamo letto è la conclusione di uno dei punti più famosi dell’intera Bibbia, l’inno all’amore.
Molti di noi, qui, lo sapranno a memoria, potrebbero recitarlo quasi fosse una preghiera, o un inno, tutti si ricordano come finisce: “Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore.”
Ecco la descrizione della nostra meditazione di oggi, il passaggio dalla fede, attraverso la speranza, per arrivare all’amore. Questa è la strada che vogliamo e dobbiamo intraprendere, bisogna solo capire come.
Paolo, rivolgendosi alla chiesa di Corinto sembrerebbe sgridarli quasi, sembra dire: “Crescete! Non siete più bambini!”

Molte volte questo passo viene usato per differenziare gli stadi del credente, prima ci si comporta da bambini, poi si cresce in Cristo, e, con il battesimo, si entra nella comunità degli adulti. In un sermone battesimale, questa prospettiva può essere accettabile, nel passaggio dalla “frequentazione” della chiesa all’esserne membro effettivo, il cristiano si deve lasciare indietro certi suoi atteggiamenti personalistici, e affrontare un mondo di discussioni, mediazioni, cooperazione e successi condivisi. D’altra parte, però, questo non è quel che dice il testo.
Qui Paolo dice che ora “vediamo in modo oscuro”, mentre, quando la speranza sarà esaudita vedremo chiaramente.

Per parlare del tempo futuro, Paolo usa una metafora chiarissima, il bambino. La Scrittura tutta è piena di esempi portati attraverso i bambini, Gesù aveva una predilezione, anzi, diceva che solo chi sarebbe arrivato al livello di fede di un bambino sarebbe stato accolto nel suo Regno. Com’è possibile, dunque, che ora Paolo usi il paragone con un bambino negativamente?
Paolo usa qui il termine “nepios” che potremmo tranquillamente tradurre con “infante”, poco più che neonato.
Come un infante, ora il credente non sa parlare in modo esatto e soddisfacente di Dio, non sa pensare Dio, non sa argomentare, ma quando Cristo tornerà, avremo una visione chiara.

Se paragonata al passo precedente, questa prospettiva sembra un po’ deprimente. Prima abbiamo detto che nella fede abbiamo una prova di quello che speriamo, eppure ora veniamo a sapere che tutto quello che possiamo dire, pensare, argomentare, non è che il chiacchiericcio di un bambino che non sa parlare.
Eppure i bambini hanno molto più che la parola, hanno la possibilità e la capacità di imparare da qualunque cosa si trovino davanti.
Ultimamente ho letto un saggio, mascherato da favola, sull’importanza delle favole e della letteratura per bambini.
L’autore sosteneva che “Il compito delle fiabe è semplicemente quello di infondere speranza nel futuro tramite la promessa di un lieto fine, senza impartire alcun insegnamento esplicito. è bene che un bambino rimanga INCONSAPEVOLE delle proprie pressioni inconsce, se non si vuole che ne resti distrutto. Senza un periodo di fede nella magia o di pensiero magico, un individuo non sarà mai in grado di affrontare le durezze della vita adulta. Più si è insicuri nel proprio intimo, più ci si sente disposti ad aggrapparsi a proiezioni infantili d’ogni sorta, e a soluzioni da fiaba. Rispetto al modo di funzionare della mente di un bambino le spiegazioni scientifico-razionali non sono meno estranee degli eventi soprannaturali per l’intelletto maturo. Un bambino crede che tutto ciò che si muove sia vivo, e che perciò comprenda e senta come lui. Per un bambino che voglia sentirsi sicuro sulla terra è di maggiore conforto sapere che essa poggia sul dorso di una tartaruga che apprendere che galleggia nello spazio cosmico attratta dalla gravità. In base alla sua esperienza, infatti, un bambino pensa che tutto debba poggiare su qualcosa.

Insomma per l’autore del saggio, non bisognerebbe mai spiegare il significato di una fiaba. Eppure è quello che noi ci ostiniamo a fare, domenica dopo domenica. Continuiamo a prendere le parabole di Gesù e a trasformarle in teologia, prendiamo un termine, come ha fatto Ratzinger nell’enciclica, e lo tiriamo a nostro piacimento in ogni direzione, per cercare di spiegare con esso le cose che non riusciamo a comprendere del piano di Dio.

Tutto questo parlare, tirare, comprimere, spiegare, lo chiamiamo teologia, lo scriviamo, lo insegniamo, e piano piano, cerchiamo di farlo passare attraverso le maglie delle nostre chiese.
Ebbene, tutto questo è necessario, così come è necessario per il bambino continuare a parlare, a pensare, a ragionare, anche se in modo confuso, oscuro, imperfetto, perché la pratica lo faccia crescere. Eppure noi non togliamo le fiabe ai nostri bambini, li spingiamo a credere, a fidarsi, ad avere paura, ad essere diffidenti, senza mai svelare loro i veri orrori della vita, ma piuttosto tentando di far crescere in loro la consapevolezza dei rischi che si hanno, per esempio, nel camminare di notte, nel bosco.

Noi sappiamo che gli animali non parlano, che le streghe non mangiano i bambini e che non si può fare una casa con solo il pan di zenzero, ma continuiamo a raccontare, sperando che i bambini credano in noi, sapendo che quando scopriranno la verità, non saranno arrabbiati, ma potranno usare quello che cappuccetto rosso ha insegnato loro per la loro vita da adulti.

Ecco perché noi non temiamo le accuse della gente, abbiamo una speranza, crediamo nel racconto che Dio ci ha donato, non perché tutto debba essere vero, parola per parola, ma perché tutto ci racconta e ci prepara al vero momento di svolta, che è la nostra relazione con Cristo.
Noi vediamo in modo oscuro, enigmatico, ma non ci asteniamo dal guardare.
Parliamo le lingue degli uomini, senza poter scandire la Parola di Dio come lui la intende, ma non fermiamo la nostra testimonianza.
Pensiamo in modo semplice, ma questo ci aiuta a rimanere semplici e a risolvere i problemi di questo nostro mondo, che più sono difficili e strazianti, più sono semplici, ma per niente facili.
Ragioniamo in modo contorto, a volte senza capo né coda, come i bambini, ci perdiamo dietro sciocchezze e dobbiamo scoprire che il fuoco brucia mille volte, come i bambini, ma non smettiamo, perché come i bambini sappiamo che tutto questo è provvisorio, che “diventeremo grandi”, che avremo modo di sbagliare, e dunque imparare.

Noi ci affidiamo alle parole della Scrittura non perché sia pura è perfetta lettera di verità, parola per parola volontà di Dio, né ci fidiamo di una Bibbia piena di favole per bambini che non sanno crescere.
Noi leggiamo la Bibbia, noi fondiamo la nostra vita sulla Scrittura, perché essa è il racconto della vera Parola di Dio, che è il nostro Signore Gesù Cristo, sin dal principio delle cose Parola di Dio per noi, Salvezza di Dio per noi, Compimento del Regno di Dio per noi.

Ora conosciamo in parte, ora non distinguiamo tra gli insegnamenti e la realtà, ma il nostro Signore ci ha assicurato, il tempo verrà quando conosceremo tutto nello stesso modo, splendido e completo, in cui siamo stati conosciuti.
Amen

Credo…

Pubblicato la prima volta il 29/01/2008

Io sono cristiano.
Non sono diventato cristiano, non ho fatto un gran cammino, non ho avuto speciali iniziazioni, sono nato cristiano.

Questo in barba a tanta teologia protestante che ti vorrebbe figlio della conversione, ti vorrebbe ripudiatore di una precedente vita dissoluta, per accogliere la novità di vita.

Per i battisti questo è ancora più accentuato dal battesimo dei credenti, che partendo da una scelta personale e ponderata, dovrebbe essere un segno visibile, una cesura tra quella vita senza Cristo e questa vita con Cristo.

Beh, a me non è capitato, io con Cristo ci sono nato, ce l’avevo nell’equipaggiamento di partenza, come il simbolo sacro per il chierico…

Chi o cos’è “cristiano”?

Ama l’Iddio tuo con tutto il tuo cuore, tutta la tua anima e tutta la tua forza, e ama il prossimo tuo come te stesso. (Lv. 19:18 – Dt. 6:4 – Mc. 12.30 – Mt 22:37 – Lc 10.27)

Questo per me è “cristianesimo”.

Questo non te lo insegna nessuno. Questo non te lo da nessuno.
Cristiano è chi ha con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, una relazione profonda, un cammino che nessuno conosce, a parte il cristiano e Dio.
Cristiano è chi decide, di sua volontà, di aprire il suo cuore al suo vicino, di renderlo il suo prossimo, di costruire con quest’altro uomo una comunità dove l’amore di Dio possa essere il suolo fruttifero che porta ad una vita migliore.

Prima di tutto essere cristiano è un cammino personale.
Prima di ogni altra cosa è imparare a conoscere Dio e a mettersi in relazione con lui.
Per fare questo ci sono solo due strade: la preghiera e la lettura della Bibbia.

La preghiera è meditazione profonda, sonno della ragione, è il momento in cui ci si spoglia del proprio io “pubblico” e si perviene alla fonte del rapporto con Dio.
Alcuni chiamano la preghiera “meditazione”, alcuni chiamano la meditazione “preghiera”. Non sono altro che la stessa cosa, alcuni meditano chiudendosi su loro stessi, altri pregano aprendosi all’Altro, al totalmente Altro, a Dio.

Io preferisco la seconda, è questione di punti di vista.

La Lettura della Bibbia è un altro punto di apertura.
Leggere la Bibbia ti permette di aprire gli occhi sulla vita come veniva vissuta millenni prima di te, come la storia di Dio e del suo popolo sia storia di fedeltà e tradimenti, di come tutto quel che pensi sia nuovo e terribile sia già successo e ti porti testimonianza.
La Bibbia è la storia che viene in tuo soccorso, non il contrario.
La Bibbia non ha bisogno di apologie esattamente come non ne ha bisogno l’Iliade, o l’Anabasi. La Bibbia è parola scritta, e quindi va trattata con rispetto, e dal cristiano è trattata con un occhio e una mano diversa, ma dovrebbe sempre essere accompagnata dall’intelletto…

Chi usa la Bibbia come un manuale vive nel passato, in un mondo che mai fu, dato che chi voleva un occhio per un occhio e un dente per un dente, non ha mai guidato una macchina o preso un aereo. Anche chi critica la “lettera morta”, chi la taccia di anacronismo, truffa l’ascoltatore, dato che la Bibbia è viva solo se qualcuno la legge e la capisce, e non può morire un testo che è meditato e reinglobato nella propria vita tutti i giorni.

Questi, comunque, sono gli strumenti che ci sono stati lasciati, la storia e la meditazione, l’esteriore e l’interiore, la preghiera e la Bibbia.
Questi sono gli strumenti, e non altri, non abbiamo bisogno di maestri, di santi o santoni o di chiunque tenti di dividerci dalla comunità e dal nostro personale incontro con Dio.
La guida spirituale non è cristiana. Sia esso un santone, un santo, una madonna, un prete o un laico “ispirato”, un maestro non è cristiano.

L’unico maestro, l’unica guida, l’unico sostegno è Cristo.
Questo non significa che non si debba ascoltare nessuno, anzi, tutti, senza eccezione, devono essere ascoltati, perchè tutti sono tuoi fratelli e dai tuoi fratelli non puoi altro che imparare.

Ma nessuno ha su di te un potere, nè minimo, nè massimo.
Se un UOMO ha potere su di te, questo non è cristiano, a meno che quest’uomo non sia nostro Signore Gesù Cristo

Quando un uomo diventa strumento del potere, il quale potere è quello che Gesù chiamava “Il Principe di questo Mondo”, noi non ci pieghiamo, perchè è forte il potere di Cristo in Noi.

Così, ecco perchè io rifiuto i dogmi, rifiuto i peccati e le virtù, l’inferno e il paradiso, rifiuto tutto quello che non viene da me, da Dio e dai miei fratelli, tutto quello che non viene da discussione e concertazione, ecco perchè rifiuterò sempre la “gerarchia”, perchè Gerarchia è Potere, e potere non è cristiano.

Per questo noi abbiamo un libro.
Per questo noi abbiamo lo Spirito.
Per questo noi non abbiamo capi, nè padroni.

Solo quello che è discusso è fede, solo quello che è messo nel calderone, rimestato e tirato fuori è teologia, solo quello che è fulgido e riscalda è nutrimento.

Il cristiano ha dubbi. Il cristiano si nutre di dubbi, il cristiano usa i dubbi come malta, perchè il dubbio non è altro che l’incontro del passato col futuro, di due istanze diverse, conservare e cambiare, che sono la parte stessa della vita, della Storia.

La Bibbia è piena di persone che hanno dubbi, è piena di cambiamenti e anche di errori, e la preghiera, o la meditazione, non sono mai un buon sistema per calmare i dubbi, ma sono sempre un ottimo sistema per mettere le cose nel giusto ordine, per rivedere le cose da un altra prospettiva, per cambiare senza capovolgere, per crescere e non cadere..

Credo…

Ohiboh!

Pubblicato la prima volta il 01/12/2007

Il guaio dell’esser cristiani, è che a volte bisogna concordare.
Già, mai si sarebbe detto possibile, ma con buona parte della nuova lettera circolare di Benedetto XVI non si può che concordare.

Sin dal principio, il lettore cristiano non può che trovarsi concorde con l’autore nell’affermare con Paolo che “siamo stati salvati in speranza”, cosicché la lettura dell’enciclica si fa compimento di ecumenismo, parola in cui protestanti, ortodossi e cattolici possono trovarsi insieme, nella speranza che Cristo dona.

Anzi, il lettore evangelico si trova frastornato nell’osservare come quel “fede è certezza di cose che si sperano”, tanto caro alla nostra testimonianza cristiana è citato da Benedetto XVI come punto di possibile incontro; ci si rallegra nel venire a conoscenza che in quella “hypostasis” cattolici e protestanti possano concordare che, qualunque sia l’interpretazione finale, la fede sia uno “stare”, una presenza viva, non un’idea lontana.

La vita eterna, che segue la fede dappresso, è di certo un punto caldo dell’agenda evangelica, sospeso tra chi la proclama a spron battuto e chi la vorrebbe sottrarre alla speculazione umana, e lasciarla all’agire di Dio, ma anche in questo caso, si legge con piacere che la chiamata alla “vera vita” è chiamata alla pienezza di vita, che in Cristo riempie l’esistenza tutta.

Tutto sommato, e qui la sorpresa, soprattutto per un battista, si fa grande, anche la sezione sull’individualismo è condivisibile, sebbene alcune stranezze possano essere notate quando, per il sostegno del mondo, si cita l’utilità del monastero e si tace la fondamentale necessità della vita cristiana nella comunità locale, terreno fecondo sia per il germogliare della fede che per il lavoro cristiano.
A quegli evangelici che fondano la propria testimonianza sulla responsabilità personale, poi, questo tentativo di esautorare l’individuo dalla pienezza della relazione con Cristo risulta lievemente cacofonico, ma si perdonano all’autore alcune dissonanze, quando il discorso si vuole articolare intorno ad un tema così centrale come la speranza cristiana.

Noto, a livello del tutto personale, lo ammetto, le prime note dolenti quando si comincia a parlare del rapporto tra fede e ragione.
A mio modesto parere, Benedetto XVI troppo spesso, nei suoi appelli alla ragione e alla fede, fa sfoggio di doti di illusionismo, per assumere, con frasi accuratamente calibrate, conclusioni che trovo a volte sconcertanti.
Per esempio, nel paragrafo 23, l’enciclica afferma:

“Per questo la ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione.”

Ora, difficilmente qualcuno potrebbe dissentire, ma letto attentamente, il passaggio pone le basi per una interdipendenza tra ragione e fede che difficilmente potrei accettare a cuor leggero. Dato che, come si è detto, la fede è comunitaria, se ne deduce che la ragione individuale ha bisogno di detta comunità per “realizzare la propria natura”. Ora, in un contesto assembleare, tipico della Riforma, l’affermazione è non solo da approvare, ma da incidere ad eterna memoria, ma in caso di una gerarchia solida, il rischio che la fede della comunità sia interpretata dalla ragione della gerarchia a danno della ragione dell’individuo si fa, a mio parere, troppo palpabile perché si possa liquidare senza menzione.
Ecco dunque che la sacrosanta critica della fede individualistica tende insopportabilmente alla critica della fede individuale, che è base per quel sacerdozio universale dei credenti che, pur se vissuto inderogabilmente in una comunità, non può che essere rivendicato dagli evangelici con voce ferma e squillante.

Benedetto XVI poi, non finisce di stupire con accenni alla missione che entusiasmerebbero ogni evangelico, a conclusione del discorso sul Giudizio, l’enciclica proclama:

“Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale.” (49)

Parole degne di un William Carey!
Purtroppo la Scrittura ci ammonisce che nessuno si salva da solo, e la stessa enciclica ricorda come il giudizio sia la divina unione di giustizia e grazia. Questa visione della missione, così saldamente legata all’intercessione, e quindi alla ragione di fede contro la ragion di stato, non può che lasciare gli evangelici a dir poco perplessi, e il sottoscritto amareggiato.

L’amarezza si muta in sconfitta, la forza in debolezza, la concordia in rassegnato scorno quando l’enciclica viene a trattare l’ultimo suo punto: “Maria stella della speranza”. L’apologia e la polemica vanno avanti da secoli, tutto sommato un cammino di reciproca comprensione è iniziato, e non voglio essere io a farlo inciampare, ma non posso trascurare, nella mia analisi, proposizioni come questa:

“Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata.”

L’emblema di queste persone altri non sarebbe che Maria ultraterrena, superumana, togliendo, mi spiace dirlo, salutare spazio al Cristo.
Anche in questo la dottrina evangelica non può chinare il capo, ” Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” dice la Prima Timoteo.

Se anche fosse vero che la luce di Dio sia lontana, egli stesso è sceso a noi e si è fatto vicino. Se anche fosse vero che abbiamo bisogno di persone che ci donino luce, abbiamo una “luce per noi” nella persona di Cristo Vera Luce di Dio e Vero Uomo per noi.
Se è poi la relazione umana che ci fa saldi, allora è la comunità in cui siamo sostenuti e sosteniamo, mediante la luce che Cristo non ha mai fatto mancare.

Il guaio dell’esser cristiani, è che a volte bisogna concordare.
Già, mai si sarebbe detto possibile, ma con buona parte della nuova lettera circolare di Benedetto XVI non si può che concordare.

Sin dal principio, il lettore cristiano non può che trovarsi concorde con l’autore nell’affermare con Paolo che “siamo stati salvati in speranza”, cosicché la lettura dell’enciclica si fa compimento di ecumenismo, parola in cui protestanti, ortodossi e cattolici possono trovarsi insieme, nella speranza che Cristo dona.

Anzi, il lettore evangelico si trova frastornato nell’osservare come quel “fede è certezza di cose che si sperano”, tanto caro alla nostra testimonianza cristiana è citato da Benedetto XVI come punto di possibile incontro; ci si rallegra nel venire a conoscenza che in quella “hypostasis” cattolici e protestanti possano concordare che, qualunque sia l’interpretazione finale, la fede sia uno “stare”, una presenza viva, non un’idea lontana.

La vita eterna, che segue la fede dappresso, è di certo un punto caldo dell’agenda evangelica, sospeso tra chi la proclama a spron battuto e chi la vorrebbe sottrarre alla speculazione umana, e lasciarla all’agire di Dio, ma anche in questo caso, si legge con piacere che la chiamata alla “vera vita” è chiamata alla pienezza di vita, che in Cristo riempie l’esistenza tutta.

Tutto sommato, e qui la sorpresa, soprattutto per un battista, si fa grande, anche la sezione sull’individualismo è condivisibile, sebbene alcune stranezze possano essere notate quando, per il sostegno del mondo, si cita l’utilità del monastero e si tace la fondamentale necessità della vita cristiana nella comunità locale, terreno fecondo sia per il germogliare della fede che per il lavoro cristiano.
A quegli evangelici che fondano la propria testimonianza sulla responsabilità personale, poi, questo tentativo di esautorare l’individuo dalla pienezza della relazione con Cristo risulta lievemente cacofonico, ma si perdonano all’autore alcune dissonanze, quando il discorso si vuole articolare intorno ad un tema così centrale come la speranza cristiana.

Noto, a livello del tutto personale, lo ammetto, le prime note dolenti quando si comincia a parlare del rapporto tra fede e ragione.
A mio modesto parere, Benedetto XVI troppo spesso, nei suoi appelli alla ragione e alla fede, fa sfoggio di doti di illusionismo, per assumere, con frasi accuratamente calibrate, conclusioni che trovo a volte sconcertanti.
Per esempio, nel paragrafo 23, l’enciclica afferma:

“Per questo la ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione.”

Ora, difficilmente qualcuno potrebbe dissentire, ma letto attentamente, il passaggio pone le basi per una interdipendenza tra ragione e fede che difficilmente potrei accettare a cuor leggero. Dato che, come si è detto, la fede è comunitaria, se ne deduce che la ragione individuale ha bisogno di detta comunità per “realizzare la propria natura”. Ora, in un contesto assembleare, tipico della Riforma, l’affermazione è non solo da approvare, ma da incidere ad eterna memoria, ma in caso di una gerarchia solida, il rischio che la fede della comunità sia interpretata dalla ragione della gerarchia a danno della ragione dell’individuo si fa, a mio parere, troppo palpabile perché si possa liquidare senza menzione.
Ecco dunque che la sacrosanta critica della fede individualistica tende insopportabilmente alla critica della fede individuale, che è base per quel sacerdozio universale dei credenti che, pur se vissuto inderogabilmente in una comunità, non può che essere rivendicato dagli evangelici con voce ferma e squillante.

Benedetto XVI poi, non finisce di stupire con accenni alla missione che entusiasmerebbero ogni evangelico, a conclusione del discorso sul Giudizio, l’enciclica proclama:

“Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale.” (49)

Parole degne di un William Carey!
Purtroppo la Scrittura ci ammonisce che nessuno si salva da solo, e la stessa enciclica ricorda come il giudizio sia la divina unione di giustizia e grazia. Questa visione della missione, così saldamente legata all’intercessione, e quindi alla ragione di fede contro la ragion di stato, non può che lasciare gli evangelici a dir poco perplessi, e il sottoscritto amareggiato.

L’amarezza si muta in sconfitta, la forza in debolezza, la concordia in rassegnato scorno quando l’enciclica viene a trattare l’ultimo suo punto: “Maria stella della speranza”. L’apologia e la polemica vanno avanti da secoli, tutto sommato un cammino di reciproca comprensione è iniziato, e non voglio essere io a farlo inciampare, ma non posso trascurare, nella mia analisi, proposizioni come questa:

“Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata.”

L’emblema di queste persone altri non sarebbe che Maria ultraterrena, superumana, togliendo, mi spiace dirlo, salutare spazio al Cristo.
Anche in questo la dottrina evangelica non può chinare il capo, ” Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” dice la Prima Timoteo.

Se anche fosse vero che la luce di Dio sia lontana, egli stesso è sceso a noi e si è fatto vicino. Se anche fosse vero che abbiamo bisogno di persone che ci donino luce, abbiamo una “luce per noi” nella persona di Cristo Vera Luce di Dio e Vero Uomo per noi.
Se è poi la relazione umana che ci fa saldi, allora è la comunità in cui siamo sostenuti e sosteniamo, mediante la luce che Cristo non ha mai fatto mancare.