Atti degli Apostoli 12. La Chiesa nel libro degli Atti

acts640x360Dalla presentazione che ne fanno gli Atti degli Apostoli, possiamo distinguere i lineamenti della comunità di Cristo pensata da Luca e dalla sua chiesa, distinguendo due aspetti essenziali: la comunità cristiana al suo interno, come comunità di condivisione, e vista nella sua proiezione esterna, ovvero comunità di testimonianza.

12.1 La chiesa al suo interno

Luca presenta la comunità di Gerusalemme, per la prima volta, al capitolo 2: “Ed erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere. Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore” (Atti 2:42,44-46)

Si notano quattro momenti di aggregazione per i discepoli:

1) l’insegnamento degli apostoli,

2) la comunione fraterna, ovvero la condivisione dei beni,

3) la partecipazione eucaristica, ovvero lo spezzare il pane

4) la partecipazione alla liturgia del Tempio, in concreto la triplice preghiera quotidiana.

L’ultimo punto ci rivela la natura contingente e particolare della comunità di Gerusalemme, visto che in nessun altro tempo e luogo si è potuto frequentare il culto del tempio, ma interessanti sono gli altri punti.

Innanzitutto Luca ci dice che la comunità partecipava all’insegnamento degli apostoli, ovvero alla narrazione e spiegazione della vita e delle opere di Gesù di Nazareth interpretata e tramandata attraverso la memoria collettiva dei Dodici. La loro catechesi consisteva in una memoria viva e condivisa di Cristo. I credenti, poi, “avevano ogni cosa in comune”, nessuno considerava proprietà privata ciò che era condiviso, così come è anche sottolineato dal secondo sommario, al capitolo 4: “La moltitudine di quelli che avevano creduto era d’un sol cuore e di un’anima sola; non vi era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva ma tutto era in comune tra di loro.

Infatti non c’era nessun bisognoso tra di loro; perché tutti quelli che possedevano poderi o case li vendevano, portavano l’importo delle cose vendute, e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi, veniva distribuito a ciascuno, secondo il bisogno”. (Atti 4:32,34-35)

Alcuni appunti su questa pratica: la vendita dei beni era finalizzata alla solidarietà e al benessere della comunità, non ad un’idea di povertà santificata. I beni comuni servono a livellare le diseguaglianze e a sostenere tutti, non ad essere poveri, e rispondevano ad un ideale messianico, la sconfitta della povertà, del bisogno e della sofferenza. (cfr. Dt. 15:4) L’espressione lucana “era d’un sol cuore e di un’anima sola”, biblicamente indica una profonda relazione di amicizia. In ambito ellenistico, invece si diceva che tra amici tutto è comune. Quindi, un gruppo di persone d’un sol cuore e di una sola anima che ha tutto in comune non può che essere il più stretto gruppo di amici possibile. Questo gruppo così unito, poi, spezzava il pane assieme. L’espressione richiama il gesto di Gesù, più che la Pasqua ebraica, è quindi memoria della morte e resurrezione, ovvero predicazione attraverso i simboli e i gesti, che esprime, nuovamente, la solidarietà tra i partecipanti, legando tutte queste attività in un tutt’uno organico.

12.2 La chiesa vista da fuori.

Se al suo interno la comunità cristiana si specifica per l’insegnamento apostolico, la condivisione e la celebrazione eucaristica, nel suo rapporto con il mondo si qualifica per il suo compito missionario di testimonianza di Cristo e del vangelo.

Gesù annuncia ai discepoli: “riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra (At 1:8)”. In questo modo il Signore costituisce dei testimoni non di fatti, ma di una persona, Cristo stesso. Il testo mette in stretta relazione il dono dello Spirito e la missione di testimonianza della chiesa, che si radica nella presenza responsabilizzante dello Spirito che muove a testimoniare Cristo. Destinatari della testimonianza sono tutti gli esseri umani, ovunque.

Pietro indica le condizioni necessarie per sostituire Giuda nel gruppo dei Dodici: “Bisogna dunque che tra gli uomini che sono stati in nostra compagnia tutto il tempo che il Signore Gesù visse con noi, a cominciare dal battesimo di Giovanni fino al giorno che egli, tolto da noi, è stato elevato in cielo, uno diventi testimone con noi della sua risurrezione (At 1:21-22)”. Cristo risorto è l’oggetto della testimonianza cristiana, non come impresa individualistica e privatistica, ma come azione di un gruppo. La testimonianza di Cristo, ovvero l’annuncio della Parola di Dio diventa il primo compito della comunità cristiana, e scaturisce da un vitale coinvolgimento a tutti i livelli con Cristo.

Testimoniare la resurrezione di Gesù vuol dire affermare, con Pietro a Pentecoste: “Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso (At 2:36)”. Come Messia, Gesù è la risposta affermativa alle promesse e alle speranze del popolo ebraico. Come Signore spazza via ogni altro ente che tenti di mettersi a capo della nostra coscienza. Il testimone dunque è colui che accoglie nella fede e nell’obbedienza il Dio che risponde alle richieste ed è fedele alle promesse, e che contesta nella sua vita ogni padronato. “Udite queste cose, essi furono compunti nel cuore, e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Fratelli, che dobbiamo fare?» E Pietro a loro: «Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo (At 2:37-38)”, continua il passo, dimostrando qui lo stesso percorso che troveremo in Atti: i testimoni annunciano Cristo e gli ascoltatori accettano la testimonianza, il cui scopo, dunque, è la partecipazione della propria esperienza di fede agli altri. La testimonianza che apre i cuori alla conversione è forte, convincente, trascinante, tanto da suscitare “grandi segni di potenza” (At 4:33), perché posta da due voci: “Noi siamo testimoni di queste cose; e anche lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli ubbidiscono (At 5:32)”. Due voci, che portano la stessa testimonianza, ovvero la storia di Gesù, ma che sono indispensabili alla predicazione. Senza Spirito è solo parola umana, senza il credente, non c’è parola. Dio sceglie i testimoni e li autorizza a portare avanti la missione, ma allo stesso tempo li vincola alla testimonianza che non si può tacere. La testimonianza non è senza prezzo, però. Chi pensa di fare il cristiano per il prestigio e il potere deve rileggere il libro degli Atti, e in particolare l’insegnamento dato agli anziani: “Ma non faccio nessun conto della mia vita, come se mi fosse preziosa, pur di condurre a termine con gioia la mia corsa e il servizio affidatomi dal Signore Gesù, cioè di testimoniare del vangelo della grazia di Dio. (At 20:24)”. Paolo, avvisato da Anania, e perseguitato in quasi tutti i luoghi che ha visitato, scacciato da quasi tutte le sinagoghe e imprigionato, torturato, deportato, non nasconde i dolori, e le difficoltà, ma neanche fa nulla per evitarli, fino alla testimonianza estrema, come Stefano, in onore non solo della Parola di Dio in Gesù Cristo, ma anche della libertà di parola umana. Chi testimonia lo fa a testa alta, pur sapendo che la libertà di parola è minacciata da un ambiente ostile, da pressioni politiche e sociali, perché sa anche che è garantita dallo Spirito e rivendicata dai testimoni che non si lasciano imbavagliare. Il libro finisce con Paolo che, seppur in catene, può accogliere tutti coloro che vogliono ascoltare la Parola di Dio. Il testimone può essere in catene, ma la Parola non lo è.

Alcune parole chiave, per concludere:

– La comunità cristiana è comunità di testimoni, coinvolti personalmente nella storia di Cristo, pronti a testimoniare il proprio vissuto all’esterno.

– Testimoniare implica una precisa responsabilità nei confronti di colui che ci ha affidati la causa del suo vangelo.

– La testimonianza di Cristo nasce da un’esperienza viva. Non è testimonianza di uno sconosciuto, di una persona che ci è indifferente, ma di colui al quale abbiamo affidato la nostra vita, la nostra anima, la nostra forza.

– Questa testimonianza ha come scopo il presentare ad altri la nostra esperienza di credenti, quindi condividiamo non solo la nostra speranza cristiana, ma anche la nostra vita comunitaria, ovvero il contesto di vita concreta di fede e speranza che parla con i fatti. Se fede e comunità, sono in contrapposizione, la testimonianza è vana, anzi, dannosa.

– La testimonianza cristiana deve essere vissuta senza timidezza, con franchezza, coraggio, senza lasciarsi spaventare, rivendicando libertà di parola.

– Implica sacrificio, a livelli sempre più alti, chi si lamenta del peso del vangelo non ha conosciuto Cristo, ma ci rinfranca sapere che siamo sostenuti dalla forza e infusi del coraggio dello Spirito.

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