Atti degli Apostoli 11. Capitoli 21 – 27

acts640x360Come abbiamo detto sin dall’inizio, Luca esplicita, nel libro degli Atti la sua idea di Chiesa: la retta predicazione di Cristo nasce dai Dodici che hanno conosciuto Gesù e deve necessariamente essere all’insegna della tradizione. La libertà e la potenza dello Spirito aiutano a spostare l’ago della bilancia dalla pedissequa attinenza alla tradizione ebraica, ad un nuovo concetto, veicolato da Paolo, anche lui profondamente radicato, in quanto fariseo, nella tradizione ebraica, nella sua opera missionaria ai pagani. Ciononostante, Luca continua a sostenere e mostrare che la retta osservanza della tradizione è ciò che distingue il pio dall’ingiusto. Abbiamo visto, al principio del capitolo, come Giacomo e la chiesa di Gerusalemme chiedano a Paolo di attenersi ad una purificazione al Tempio, richiesta alla quale Paolo si accosta ubbidiente, quale che fosse il suo stato d’animo. A contrasto stridente, ebrei che dovrebbero essere pii e seguire la tradizione, interrompono la purificazione per la loro rabbia nei confronti di Paolo. Nell’ultima parte del capitolo 21, vediamo come siano ebrei stranieri, e non palestinesi, a scagliarsi con maggior forza contro Paolo, e, come nel caso delle accuse mosse dai cristiani di Gerusalemme, vediamo che si aggrappano ad accuse mosse, dice Luca, senza fondamento. La falsità e la vacuità delle accuse, generano tumulto. Come era già successo con la rivolta ad Efeso, le autorità devono intervenire per sedare quello che sta diventando una rivolta contro tutti e contro tutto, una rissa reale. Le autorità, ovviamente, intervengono come sanno, mettendo in catene, prima di tutto, la vittima. Perché è sempre più facile fare affari con la massa violenta, che con il loro bersaglio. Paolo viene così legato da due catene, come se una non bastasse.Non solo, ma viene scambiato non per la vittima del pestaggio, ma per il sobillatore della folla.

In pochi minuti, comunque, quest’uomo, prostrato e picchiato, stravolge a suo favore la situazione, dimostra di non essere un sobillatore, ma un intellettuale e cosmopolita, parlando greco, chiede ed ottiene di parlare con quelli che lo stavano picchiando, e rivolgendosi a loro nella lingua madre, li zittisce. Troviamo qui nuovamente il racconto della conversione di Paolo. Diverse cose non tornano, dal racconto del capitolo 9. Sarebbe assurdo e fonte di scetticismo, se dimenticassimo che Luca ha un piano ben preciso per il suo libro, e che è naturale una certa differenza tra lo stesso episodio raccontato dal protagonista, o da terzi. Il racconto parte identificando chi parla. Paolo si presenta non come il presunto blasfemo di quei giorni, ma come il severo rabbino che ha imparato dal più grande fariseo di quella generazione, Gamaliele. Ricorda a chi ascolta che lui era un acerrimo nemico di quelli con cui ora lavora, e che questo non può in nessun modo essere messo in discussione. E qui il racconto si differenzia leggermente dal precedente. Dove prima la voce era l’elemento comune, ora è la luce. Nel cap. 9 Luca tiene a sottolineare che la luce ha abbagliato Paolo, il quale quindi non ha visto Gesù, perché solo i 12 possono arrogarsi questa caratteristica, ma dice che tutti hanno ascoltato la voce, perché è importante per la chiesa che ci siano testimoni. Ora il racconto si capovolge, tutti vedono la luce, anche se è mezzogiorno, ma solo Paolo sente la voce, perché Gesù ha una specifica missione solo per lui. Anche l’incontro con Anania è presentato sotto un altro aspetto. Nel cap. 9, Anania è un buon cristiano, che riceve un nemico e lo restituisce al mondo come un fratello. Qui Anania è riconosciuto come un pio ebreo, di cui nessuno potrebbe dubitare, il cui ruolo è quello di trasmettere la chiamata, non ad una nuova religione, ma alla testimonianza del “Dio dei Padri”. La visione in estasi nel Tempio, diventa però il fulcro intorno al quale si muove la reazione degli ebrei. Mentre Paolo sembra quasi sostenere che, essendo lui un persecutore convertito, dovrebbe essere messo in grado di convertire, con la sua testimonianza, i suoi concittadini, Dio gli rivela di essere stato scelto per portare la Parola di Dio, l’unica cosa che rende unici e speciali gli ebrei, ai pagani. Insomma, per l’ennesima volta, la tradizione non è un saldo terreno su cui costruire, ma la gelosa avidità di chi non vuole condividere il bene, perché sa di non avere altro. Le differenze tra i due racconti della vocazione si assottigliano ulteriormente se consideriamo che, narrativamente parlando, Paolo doveva fare la figura del nemico sconfitto e del persecutore salvato, al principio, mentre ora si mette in campo la chiamata dell’ebreo leale e zelante, il quale, però, non è scelto per convincere gli altri ebrei leali e zelanti, ma per “svendere” il Dio d’Israele ai pagani. Insomma, ciò che Dio mette in atto mediante la potenza del suo Spirito, la gente religiosa, noi compresi, la vediamo come una eretica compromissione, un tradimento, o peggio, blasfemia.

La reazione della folla induce il tribuno a pensare che, comunque, ci sia qualcosa sotto, e, per l’ennesima volta, la cittadinanza romana di Paolo viene tirata fuori all’ultimo momento utile, prima del supplizio, non come carta d’apertura del gioco, ma come jolly per il finale. Viene addirittura resa come una battuta sarcastica: “Vi è lecito flagellare un cittadino romano, che non è stato ancora condannato? (At 22:25)” che manda in crisi il centurione e svergogna addirittura il tribuno, che ha dovuto pagare carissimo quel diritto che Paolo ha per nascita, e di cui, fino ad ora, non aveva nemmeno fatto uso. Come sempre, notiamo la disparità di trattamento tra un cittadino romano e un suddito dell’impero, ma questo ci spiega anche la disposizione dei credenti, sin dal principio, nei confronti dello Stato e delle sue particolarità: nessuna deferenza nei confronti del potere, ma nessuna lotta armata, nessuna negazione dei propri diritti e dei relativi doveri in nome di una santità ultramondana. I martiri arriveranno più tardi, e saranno piuttosto strumenti, armi usate dalla chiesa affamata di potere, che non persone pronte a morire per la propria fede.

In quanto cittadino romano, Paolo viene liberato dalle catene e portato a colloquio col Sinedrio, e proprio lì, davanti alle massime autorità religiose ebraiche, Paolo non testimonia la propria fede, non evangelizza, non annuncia Cristo, ma, potremmo dire, la butta in politica. Sapendo di trovarsi davanti due fazioni che si odiano, farisei e sadducei, monta uno spettacolo degno dei programmi televisivi del pomeriggio: si presenta come fariseo, e, in qualche modo, riesce ad insinuare nel Sinedrio l’idea che se è stato condotto lì è per la sua appartenenza ebraica, non per il suo predicare Cristo. Afferma di essere perseguitato per colpa dell’odio (tutto sadduceo) nei confronti della resurrezione dei morti e la rivelazione divina (che i farisei apprezzano così tanto che sarebbero quasi disposti a liberare Paolo seduta stante). Ovviamente le due parti si infuriano e, come davanti al tempio, cominciano a litigare tra loro, più che contro Paolo. Questa lotta conclude una storia e ne comincia un’altra. Come chiaramente detto dalla visione divina a Paolo, qui si conclude la storia dell’annuncio di Cristo ai giudei, e comincia il vero viaggio: “come hai reso testimonianza di me a Gerusalemme, così bisogna che tu la renda anche a Roma (At 23:11)”. La chiesa di Gerusalemme resterà, e continuerà l’opera di testimonianza, ma la priorità si è spostata, e così il centro dell’azione: non è più Gerusalemme, ma è Roma.

Il ministero di Cristo è volto verso e avvolto nella tribolazione. Non ne è l’obiettivo, e la sofferenza in sé non è per nulla salvifica, ma chi vuole testimoniare Cristo, e farlo veramente, deve sapere che si dovrà aspettare l’odio del mondo. Chi predica alle folle osannanti, o è molto fortunato, o non sta predicando Cristo.

Gli incontri con le autorità romane si fanno sempre meno pericolosi, ma ora sono gli ebrei stessi ad essere il pericolo. Un folto gruppo fa un patto per la morte di Paolo, un complotto serio, e ben organizzato, che sfuma solo grazie al provvido intervento di un nipote di Paolo. Come un romanzo di avventura l’azione si dipana, il piano fallirà, e gli accusatori saranno convocati dal governatore, già al corrente delle loro intenzioni omicide. La lettera del tribuno a Felice è un lasciapassare non solo per Paolo, ma per la chiesa in quanto tale. Nel sostenere, non per l’ultima volta, che non ci sono motivi per arrestare Paolo, Luca dice alla chiesa che legge il suo libro che ha tutto il diritto di dimorare nel mondo in cui si trova, ovvero l’impero romano, anche se continua il filo ininterrotto che la lega all’ebraismo farisaico. Infatti, nell’arringa a suo favore al capitolo 24, Paolo non si discosta molto dalle dottrine che avrebbero potuto affermare il Sommo Sacerdote e i suoi compagni, affermando la resurrezione dei morti, implicitamente annuncia Cristo, ma i suoi avversari non riescono a metterlo all’angolo, e anzi, si trovano in difetto, dato che Paolo dichiara che furono altri, i Giudei dell’Asia, e non loro, il Sinedrio, a muovere le prime accuse. Felice si dimostra attento alle parole di Paolo, ma non prende decisioni. Allungando i termini a dismisura, tiene due anni Paolo in prigione, sebbene dotato di una certa mobilità. Paolo viene a contatto non solo col lato giuridico del governatore, ma con la sua famiglia, incontrando diverse volte Felice e sua moglie, ma non riesce a convertire la coppia al potere. Piuttosto, Luca sostiene alla luce del sole che quello che voleva Felice era una tangente, non la salvezza. Quando il governatore cambia, Paolo è ancora lì. Il copione si ripete anche con Festo, ed è notevole come, pur essendo passati anni, l’odio del Sinedrio per Paolo non sia scemato. Di nuovo gli ebrei cercando di ucciderlo con un complotto, di nuovo si ritrovano in tribunale a Cesarea. Di nuovo Paolo si difende da accuse che gli ebrei non possono provare, e questa volta si appella a Cesare. Se gli ebrei pensano che Gerusalemme sia a loro favorevole, Paolo sposta tutto a Roma, e, in un colpo solo, esaudisce la promessa di Dio e toglie il vantaggio ai suoi accusatori. A quel punto arriva un altro attore, anzi due, Re Agrippa e Berenice sua moglie. Non si capisce molto bene se i due siano ebrei, ma di sicuro sono persone della cui opinione tenere conto, e Festo non vede l’ora di togliersi questa castagna dal fuoco!

Ora che il cittadino romano Paolo si è appellato a Roma, Festo vuole capire cosa scrivere nel fascicolo, ma non ha ben chiaro quale sia l’oggetto del contendere, se sia materia religiosa o civile, visto che gli ebrei dicono che Gesù è morto, mentre Paolo sostiene sia vivo. E nuovamente Paolo deve raccontare la sua storia, questa volta con piglio di oratore e la mano stesa, e racconta nuovamente la sua conversione, puntando l’accento, ora, sulla vocazione divina a fare di Paolo “ministro e testimone delle cose” viste nei confronti dei pagani e delle nazioni, per le quali è stato liberato, anche se, tecnicamente, sarebbe ancora in prigione. Il discorso termina con l’affermazione della resurrezione di Cristo e, come sempre, l’esito è vario: Festo prende Paolo per matto, Agrippa è scandalizzato dal fatto che una difesa giuridica si sia trasformata in un tentativo di convertirlo, a nondimeno, nessuno riesce a trovare dei motivi per cui dovrebbe essere condannato, e si deve rimettere il caso all’imperatore. Il racconto che segue è un classico esempio di letteratura marinara, una parte narrativa, nuovamente trasportata alla prima persona, che vede in Paolo l’unico a conoscenza dei veri piani di viaggio, come già era successo a Giona, la cui storia è sicuramente ricordata da molti particolari. Senza molta fortuna tenta di convincere l’equipaggio a non salpare da Creta, ma il centurione a cui è affidato non si fida a sua volta, e così non rimane che il naufragio, ma la protezione di Dio si è estesa da Paolo ai naviganti, i quali, però, a differenza della storia di Giona, dovranno perdere la barca e finire tutti sulla costa, non prima però di aver consumato un ultimo pasto che, grazie al simbolo del pane, diventa un culto in piena regola. Se ci sono somiglianze con Giona, la più grossa differenza è che laddove in Giona avevamo un profeta riluttante, qui abbiamo un testimone affidabile, dove in Giona la tempesta era opera di Dio, qui Dio opera per la salvezza dalla tempesta. Arrivati a Malta, gli isolani accolgono i anufraghi con un grande falò che serviva sia da conforto che da segnalazione, e il morso del serpente e la guarigione dei malati non servono nemmeno come esempi per l’evangelizzazione, visto che dopo pochi giorni i naufraghi salpano di nuovo. Questi racconti sono probabilmente echi di racconti di prima mano arrivati da Malta e inseriti per completezza. Ancora una volta, il tema comune è che Dio è con Paolo, e lo sta conducendo a Roma. La strada passa per la Sicilia, la Calabria, e in Campania si cominciano a trovare dei cristiani. Nei sette giorni di permanenza, probabilmente la notizia dell’arrivo di Paolo arriva alle orecchie dei romani che dovrebbero già aver ricevuto la sua lettera, così c’è l’incontro alle porte di Roma che scalda il cuore dell’apostolo. È la chiesa, ancora una volta, che permette l’azione missionaria. E la missione è il primo pensiero di Paolo, che, come sempre, parte dai giudei, non perché più bisognosi, ma perché più vicini al messaggio di Cristo. Come sempre, il messaggio di Cristo trova l’ostacolo del cuore di pietra dell’umanità, alcuni ebrei credono, altri no, e il libro si chiude con un Paolo semilibero, che ha una casa in affitto, e accoglie chi va a trovarlo, più che lavorare attivamente a fondare chiese. Non si racconta l’incontro con Cesare, non si racconta la morte di Paolo. Non sappiamo se vengono tralasciate perché non ancora accadute, ai tempi di Luca, o perché non necessarie al racconto, ma comunque ci ritroviamo con un libro che è nettamente diverso dal Vangelo: non è la storia di un singolo, ma è corale, non racconta martiri, ma vita e testimonianza, non vuole insegnare la fede, ma sostenerla, e dare un messaggio di speranza alla chiesa che legge il libro degli Atti.

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