Atti degli Apostoli 10. Capitoli 18:24 – 21:27

acts640x360A discapito delle teorie di unificazione forzata, il libro degli Atti ci mostra che, sin dal principio, non si può parlare di cristianesimo ma di cristianesimi. Il cristianesimo di Pietro, radicato nella tradizione ebraica, è decisamente diverso dalla spinta esterna di Paolo, che a sua volta è diversa dall’entusiasmo del gruppo dei diaconi, per non parlare di tutte le vie di mezzo, a partire da Barnaba, per poi passare a Timoteo, a Sila, e tutti quelli che lavorano con Paolo per poi prendere strade diverse. Al principio di questo terzo viaggio missionario di Paolo, troviamo presentata la storia di Apollo, e Luca ci dice che il problema di Apollo non era la fede e lo zelo, ma l’attinenza teologica. Apollo conosceva solo il battesimo di Giovanni, non quello di Cristo. Questa notizia ha una importanza enorme, perché significa che Apollo aveva conosciuto Gesù da una fonte diversa da quella dei Dodici. I dodici battezzavano nel nome di Gesù, o nel nome della Trinità, e nessuno che avesse ascoltato la Parola da loro avrebbe potuto mancare di questo evento fondamentale. Apollo dimostra che la chiesa di Gerusalemme non era l’unica depositaria del Vangelo di Cristo, sebbene fosse quella formata dai primi discepoli di Gesù. Apollo era un ottimo cristiano: un egiziano, uomo eloquente e versato nelle Scritture, istruito nella via del Signore, fervente di spirito, predicatore e insegnante accurato. Purtuttavia, non conosce lo Spirito Santo. I suoi ascoltatori conoscono la differenza fra la Legge e il Vangelo, ma, di fatto, non conoscono Gesù, e non hanno ricevuto lo Spirito Santo. Questo dovrebbe essere di monito anche a noi: si può parlare di Cristo senza aver conosciuto lo Spirito.

Questo passo da un lato rafforza noi battisti, dato che i discepoli di Apollo sono battezzati nel nome di Gesù, come se il battesimo precedente non fosse valido, dall’altro smonta l’idea generale che ci sia un unico battesimo, visto che ne sono presentati due, e riafferma l’idea lucana che il battesimo serve solo a ricevere lo Spirito, e chi non può dimostrare di averlo ricevuto, magari parlando in lingue, non sarà considerato cristiano. Questa potenza dello Spirito non va mai presa alla leggera. Le lingue e le profezie sono solo dei cenni, ma Luca ci racconta di una potenza taumaturgica crescente, in Luca. Ora solo il contatto col suo corpo rende anche le cose in grado di guarire. Questo non può che far gola a maghi e ciarlatani di ogni genere, e così ci viene racconta la storia dei figli di Sceva, che cercavano di usare il potere di Dio di terza mano: “Io vi scongiuro, per quel Gesù che Paolo annunzia”, ovvero, come disse un giorno una anziana signora in una veglia di preghiera ecumenica: “Io prego Dio che dica a Padre Pio di farci la grazia”. Tutto ciò non può funzionare, e va immediatamente identificato come superstizione. Il potere di guarigione dimostrato da Paolo non è una cosa da prendere ed usare, non è una forza miracolosa che può essere incanalata a piacere. Fa parte di un rapporto con Dio che è personalmente conosciuto dal credente. Da qui comincia l’ultimo grande viaggio di Paolo che deve, come abbiamo già detto, terminare a tutti i costi a Roma, così come Gesù doveva giungere a Gerusalemme. Lo schema di Atti è lo stesso del Vangelo, solo che al posto del Signore, troviamo i suoi discepoli, non un successore, ma una chiesa. Purtuttavia Paolo non dimentica che il lavoro missionario non può essere solo saltare da una chiesa all’altra e fare grandi discorsi, ma bisogna anche consolidare le comunità, dare al corpo di Cristo una forma più visibile possibile, istituzionale, perché sia consolidato ed edificato. Ma Luca ci dice che la stabilizzazione della Chiesa ha come primo effetto l’attacco del mondo e dei suoi privilegi. L’iconoclastia del primo cristianesimo va contro gli interessi economici, e dagli interessi economici si sviluppano le cosiddette guerre di religione, non il contrario. Non credete a chi dice che è il cristianesimo ad aver inventato e praticato le guerre di religione: i crociati andavano in Terra Santa per soldi, non per Cristo, esattamente come gli estremisti islamici oggi combattono per il potere, non per l’Islam! La religione è usata come specchietto delle allodole da sempre, e così, l’orafo si scopre devoto di Artemide, e fomenta così tanto l’anima violenta della folla, che alla fine nessuno più capisce perché sono riuniti e contro cosa si devono scagliare. La devozione a Diana è una copertura, nasconde la pura e semplice avidità. Eppure questo male infetterà la chiesa, tanto che le statue di Diana diventeranno della Madonna, gli dei diventeranno santi patroni, e dove prima c’era un culto spirituale, si torna ad avere un commercio materiale.

Il ministero di Paolo, nonostante tutto, continua, e prende la forma dell’incoraggiamento, dell’esortazione, della ricerca di una sistematicità teologica. Paolo a Troas si ritrova dunque ad una conferenza di leader, diremmo adesso. Questa conferenza improvvisata si svolge nel giorno del culto, che qui è chiaramente indicato come “il primo giorno della settimana”, ovvero, per i calcoli ebraici, la domenica. Il Sabato ha preso ormai un significato etico e spirituale e non è più legato al giorno della settimana corrispondente. Anzi, è già chiaro che, se non ai tempi di Paolo, quantomeno ai tempi di Luca la domenica sia diventata, appunto, Dies Dominicae, il Giorno del Signore. L’altra importante nota che ci da questo verso è che il culto si concentra intorno allo spezzare il pane in un pasto comune. La prima lettera ai Corinzi ci spiega che la Cena del Signore e il pasto in cui era incastonata sono da sempre momenti di contesa e di separazione, ma anche che sono allo stesso modo il centro del culto cristiano. La Cena del Signore diventa così il momento in cui la comunità, nata missionaria ed evangelizzatrice, si ritrova tra sé, per ringraziare, gioire e condividere, il pane e la Parola. La chiesa attiva nella missione, ha bisogno di momenti di raccoglimento e di incoraggiamento, ma la chiesa che non evangelizza, che non esce, e non fa altro che andare avanti con la sua routine quotidiana, prima o poi sarà stancata da questi eventi ripetuti allo stremo, e perderà la spinta. Da qui nascono le contese. La comunione è lo spazio vitale dove si caricano le energie per la missione. Tuttavia, la comunione ha dei limiti effettivi. A Troas, Paolo scopre il rischio di parlare troppo, e si ritrova con un discepolo precipitato, e dato per morto. Qui Luca usa il passo per riallacciarsi simbolicamente alla tradizione di cura e di resurrezione dei profeti di Israele. Come Elia prima, ed Eliseo poi, Paolo si getta sul morto, interrompendo la normalità del culto per rovesciare la corrente che va dalla vita alla morte. Il normale fluire delle cose si è interrotto e si è capovolto, per cui ora si può ricominciare a spezzare il pane e a predicare fino all’alba, perché tutti tornino a casa oltremodo consolati. Questo passo, allora, non è solo il racconto di una resurrezione miracolosa, ma la spiegazione della necessità del culto e della Cena del Signore: essi servono a rinfrancare la comunità, ad incoraggiarla, e a produrre le forze per la spinta all’evangelizzazione. Se le nostre riunioni ci stancano, le stiamo facendo male. Nonostante la missione come sforzo di una vita, e il culto come rigenerazione dello Spirito, tuttavia Paolo rimane profondamente legato all’ebraismo. Alla fine del suo giro, vuole tornare a Gerusalemme per Pentecoste. Impossibilitato a tornare ad Efeso, si fa raggiungere a Mileto per una conferenza sulla leadership cristiana. Paolo si propone come modello, e avvisa gli anziani che le tribolazioni stanno per cominciare: ci saranno portatori di divisioni e contese, anche teologiche, e che cercheranno di arricchirsi alle spalle della chiesa, mentre Paolo ribadisce la sua indipendenza economica. Alla fine, discordia, interesse personale e amore per l’oro e l’argento sono i tre grandi rischi che la chiesa deve sempre tenere a mente, praticando non la modestia o la povertà a tutti i costi, ma la buona vita, una costante ricerca dell’equilibrio dentro e fuori la chiesa, nelle nostre case, nella vita quotidiana, perché la ricerca del bene non diventi pratica di ipocrisia.

Nella sua interazione fra l’agire e l’essere degli anziani per il sostegno, la cura e la protezione del gregge, nella sua sincera ammissione della possibilità di sofferenza per e nell’evangelizzazione, Paolo ci fornisce un modello per riflettere sul ministero cristiano.

Il capitolo 20 si conclude con una preghiera accorata e preoccupata di tutti gli anziani che hanno saputo da Paolo che non tornerà a visitarli. Questa consapevolezza parte dall’apostolo e si irradia, per via dello Spirito a tutti i credenti che incontra a Tiro e a Cesarea Paolo viene esortato a non andare a Gerusalemme, ma come Gesù, egli sa bene che il suo cammino non potrà continuare, se non passa dalla capitale. Paolo può affrontare con fiducia la sofferenza a venire perché ha la certezza che, nella sua vita, sarà fatta la volontà del Signore. Le comunicazioni, gli insegnamenti, le esortazioni e le partenze avvengono nella preghiera, che non allontana necessariamente il dolore, ma lo contrasta con l’azione dello Spirito, che ha una forza e una durata maggiore di ogni sofferenza.

A Cesarea incontriamo di nuovo anche Filippo, questa volta chiaramente identificato come “uno dei sette”, ovvero uno dei diaconi. Qui si conclude la storia che ci portiamo dietro dal capitolo 6: I diaconi furono, in qualche maniera, veramente scacciati non solo da Gerusalemme, ma anche dalla chiesa, e dovettero ricominciare altrove. Nonostante le storie di Pietro e di Cornelio, è Filippo l’anziano della chiesa di Cesarea, e dalla foga che i credenti là mettono nel cercare di convincere Paolo a non andare a visitare la chiesa madre, probabilmente gli animi non sono ancora completamente pacificati.

L’arrivo di Paolo a Gerusalemme vede l’accoglienza non della folla adorante, ma dei fratelli e delle sorelle della chiesa. Qui Luca vuole chiudere definitivamente le divisioni che ci sono state, e vuole mostrare gli apostoli in accordo tra loro. Per Luca, i Dodici a Gerusalemme sono comunque i custodi della tradizione, e la tradizione è il culto del Tempio. L’evangelizzazione tra i pagani va comunque pacificata, ed evidentemente, la colletta che Paolo doveva portare non basta, se non viene nemmeno menzionata. Invece basterà una purificazione, per sé e per quattro discepoli. L’ubbidienza viene richiesta come prova del fatto che Paolo non ha, in alcun modo, tradito la fede dei padri e le aspettative dei Dodici, insomma, gli viene imposto un vero e proprio autodafé, come l’inquisizione spagnola. Il solo acconsentire alla richiesta è, in qualche modo, una confessione di peccato, ma d’altra parte risulta perfettamente all’interno del modo di pensare ebraico: nessuno può negare il bisogno di una purificazione, e il fatto stesso di ubbidire, chiarisce le buone intenzioni di chi vi si sottopone. Insomma, Paolo non è così apertamente rivoluzionario come a noi può sembrare, e la comunità di Gerusalemme non si dimostra così chiusa e retrograda come ci piacerebbe immaginare. Le diversità di pensiero e di azione missionaria si riconciliano nella fede unica in Cristo Gesù e nella tradizione dei padri, in un quadretto idilliaco forse un po’ irreale, ma di sicuro effetto catechetico.

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