Atti degli Apostoli 9. Capitoli 17:16 – 18:23

acts640x360Paolo dunque si trova solo ad Atene. La condizione di evangelista non è una condizione solitaria, e da solo “lo spirito gli s’inacerbiva dentro (At 17:16)”. LA vista degli idoli deve essere sempre fastidiosa, per l’ebreo Paolo, ma di idoli ne ha visti tanti, che stupisce questa acidità. Paolo, comunque, sfrutta questo malumore come una possibilità di evangelizzazione. Partendo sempre dalla sinagoga, Paolo parla a giudei, convertiti e tutti quelli che può incontrare in piazza. Lo stile, insomma, è collaudato, e altrettanto atteso è il risultato, alcuni lo seguono, diversi lo insultano. I più, comunque, lo inquadrano nelle loro categorie di pensiero: alcuni lo considerano un ciarlatano, perché non all’altezza dei maestri dell’intrattenimento religioso, altri lo considerano una semplice novità, qualcuno che possa, magari far nascere una moda che li terrà occupati per un po’. Insomma, gli ateniesi trattano Paolo come noi trattiamo i cantanti, o le showgirl. Gli ateniesi vengono presentati come pigri intellettuali abituati ad ascoltare le ultime novità in campo filosofico e religioso, ma non dobbiamo pensare all’Areopago come al luogo dell’intellighenzia snob, ma piuttosto come ad un televisore. Da lì, oggi, passano tutte le novità, ed è lì che tutti vorrebbero essere invitati per dire la propria verità. Paolo si destreggia bene, nel settore. Studioso, Predicatore, ora si scopre anche retore, ovvero in grado di intrattenere quel pubblico con maestria.

Comincia il discorso con una captatio benevolentiae che nasconde anche l’incipit del suo discorso: il suo pubblico è fatto da persone in ricerca, che non sanno dove guardare, per trovare il senso della loro vita, e che provano una serie di rimedi molto nuovi o molto antichi sperando di trovare il senso fuori di sé. Molti commentatori vorrebbero far assomigliare il discorso di Paolo ad Atene all’evangelizzazione che va fatta nei confronti di chi ha un’altra religione, o di chi si lancia in ricerche religiose poco ortodosse, ma il vero discorso di Paolo punta all’umanità moderna, scientifica, superstiziosa o mondana che sia. Paolo si rivolge ad un popolo che gradisce solo la novità, che cerca disperatamente, e che non si accontenta di poco. Paolo ci insegna qui come parlare a chi non conosce nulla, ma cerca tutto. Innanzitutto non si parte sbattendo la propria verità in faccia agli altri, ma si cerca un punto di partenza comune. Qui Paolo fa affidamento a quella che noi chiameremmo “teologia naturale”: l’indagine sul Creato e sulla nostra comune umanità permette di scorgere un lato dell’opera di Dio nel mondo che potrebbe portare alla fede, ma che la nostra naturale tendenza al peccato blocca. Il creato e la ricerca di senso permettono di presentare il vero Dio, ma solo per pallida analogia: Dio per la natura è sconosciuto, per il pagano è alieno dai suoi templi e dalle sue rappresentazioni, per le nazioni è vicino, e purtuttavia è irraggiungibile se non attraverso la rivelazione. La rivelazione ci conduce dove la sola osservazione non può arrivare. E la rivelazione in Cristo Gesù è la resurrezione. Il passaggio da una vaga e confusa ricerca spirituale alla fede nel Dio creatore passa per la demolizione della teologia naturale: la resurrezione è l’atto contro natura per eccellenza, ma è l’unico che permette di mostrare Dio come il Signore del cielo e della terra.

Coloro che cercano la spiritualità, ma che sono ancora schiacciati dal peccato, ovviamente accetteranno qualunque quantità e qualità di teologia naturale, ma rimarranno sempre dei limiti imposti dalla natura stessa dell’Evangelo alla capacità dell’evangelista di farsi “ogni cosa a tutti, per salvarne ad ogni modo alcuni. (1Co 9:22)”. La resurrezione, infatti, rimane “per i Giudei scandalo, e per gli stranieri pazzia (1Co 1:23)”. L’irrompere di Dio nella nostra vita non può essere un atto conciliante, è sempre rottura, scandalo, pazzia, rapimento, scardinamento di tutti i valori precedenti. Così, gli ateniesi fabbricatori di idoli rifiutano la resurrezione come un’idea più nuova del nuovo, troppo nuova per essere considerata in quel momento, e da tenere per un’altra occasione, se mai. Così Paolo viene scacciato non dall’opposizione, ma dalla curiosità che si tramuta in ricerca perenne, e non in fede.

Dio si pone come l’alternativa agli idoli che la nostra mente continua perpetua a fabbricare, come diceva Calvino. Ma questo Dio non può essere considerato uno fra i tanti, è un Dio Geloso, implacabile nel combattere e sottomettere qualunque altro idolo si presenti davanti a Lui , sia il denaro, il sesso, il successo, il potere, o la somma di tutti questi. Dio crea e ama, ma giudica e interviene a suo favore, e contro gli idoli. Questo grande discorso, che spezza il ciclo di sermoni biblici, e comincia l’esperienza di una predicazione inculturata, relativa al contesto in cui si trova, produce gli stessi effetti di sempre: Qualcuno la rifiuta, ma qualcuno crede, e la Chiesa prospera, anche nella difficoltà.

Paolo è ancora solo, ma evidentemente non trova altre grosse difficoltà ad Atene, per cui si sposta a Corinto, dove la chiesa ha già una sua struttura, e un certo movimento. Fedele alla sua nomea di cosmopolita, Paolo vive con una coppia di ebrei romani convertiti. Questo non significa, però, abbandonare lo stile evangelistico, e quindi, se in settimana Paolo ha un lavoro secolare, il sabato predica nella sinagoga ad ebrei e greci. Eppure anche qui, le questioni nascono per quel che riguarda la predicazione e la comunione. Timoteo e Sila, finora seguaci leali di Paolo, probabilmente fanno un passo indietro, rispetto alla spregiudicatezza evangelistica di Paolo. Laddove c’è una congregazione ebraica da ammaestrare, non sono così entusiasti di mischiarsi coi pagani. Paolo sancisce, dunque, l’ennesimo strappo con la comunità giudaico-cristiana, e va a vivere, addirittura, a casa di un pagano. Questo non impedisce che il capo della sinagoga stesso si converta. È evidente che parte della cautela con cui tutti tranne Paolo vedevano la questione pagana, è data anche dal fatto che gli ebrei nelle varie città hanno abbastanza potere da presentare casi alle autorità romane e farsi ascoltare. Questa volta, però, non avviene quel che avvenne a Filippi: Gallione, più furbo o meglio informato dei pretori, capisce che il dissidio religioso è interno all’enclave giudaica e decide di non mettersi in mezzo a questioni religiose. Questo porta alla mancata incarcerazione di Paolo ma anche al pestaggio di Sostene, che gode della stessa omertà da parte di Gallione.

Ecco dunque che, alla fine del secondo viaggio missionario di Paolo, abbiamo davanti una situazione variegata: ci sono città come Corinto, dove ormai la presenza cristiana è forte, città dove i cristiani sono una oscura minoranza, e città dove i primi cristiani si trovano tra l’incudine della sinagoga e il martello del paganesimo. Questo è il calderone in cui il cristianesimo si ritrova a lievitare. Il viaggio di Paolo si conclude con una serie di ritorni a casa. Prima torna ad Antiochia, la sua chiesa, lasciando i nuovi missionari Priscilla e Aquila ad Efeso. Poi, passando da Cesarea, prima chiesa di missione aperta, si reca a Gerusalemme, casa del cristianesimo ortodosso. Questa volta, stranamente, nessuna contesa si erge, e Paolo potrà partire per il terzo viaggio.

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