Atti degli Apostoli 8. Capitoli 15:36 – 17:15

acts640x360Gli strascichi del Concilio di Gerusalemme si fanno sentire anche nella conclusione del capitolo. Se Luca ci dice che Paolo e Barnaba si separarono per una ripicca su Giovanni detto Marco, Paolo, in Galati 2, ci dice che il problema con Barnaba fu di natura teologica, e rimandava sempre allo stesso problema, il passaggio attraverso l’ebraismo per i convertiti pagani. A Gerusalemme si era arrivati ad un accordo, ma la condotta dei giudeo-cristiani non deve essere stata così limpida, se addirittura la coppia di evangelisti si separò. Laddove nel libro degli Atti troviamo solo un accenno a screzi di origine organizzativa, Paolo, nella lettera ai Galati sostiene che fu proprio la questione della circoncisione e della non comunione coi pagani che mise in crisi la coppia di evangelisti. Paolo continua con Sila, prende ancora di più il comando dell’evangelizzazione, e comincia a girare per l’Asia Minore, visitando le chiese esistenti e spingendosi oltre per fondarne di nuove. Sila è un profeta, ovvero un predicatore, e chiude il suo gruppo con Timoteo, di famiglia mista, che fa circoncidere, probabilmente perché già di madre ebrea, per non esporlo a inutili critiche. Difficile seguire il percorso di Paolo dai pochi versetti di Luca, e difficile per noi capire perché lo Spirito avrebbe dovuto ordinare a Paolo di ignorare l’Asia.

La leadership della chiesa si è ingrandita, ebrei, proseliti, e ora persone di famiglia mista arrivano a posizioni importanti, nella chiesa, perché cambiano gli ascoltatori e devono cambiare gli oratori. A proposito di cambi, troviamo qui il passaggio brusco e repentino dalla terza persona del racconto alla prima. Alcuni fondamentalisti che vivono nel costante terrore di dover sempre giustificare la Bibbia, per paura che non sappia giustificarsi da sola, affermano che il passaggio al noi sarebbe la prova inconfutabile che il libro fu scritto da Luca, medico di Paolo. Abbiamo già visto oltre ogni ragionevole dubbio che ciò non è possibile, e se questo fosse il caso, ci sarebbe da chiedersi perché Luca non scrisse tutto in prima persona. Abbiamo già detto che l’uso letterario era molto vario, cent’anni prima, Cesare aveva scritto di proprio pugno tutto il De Bello Gallico in terza persona, perché pensava fosse più letterario. Qui il motivo è simile, benché opposto, scrivere in prima persona aiuta ad immedesimarsi in racconti che sono ormai lontani nel tempo, e che saranno letti da persone che sono molto diverse da quelle che incontravano Paolo e Sila. Che siano cambiati gli ascoltatori si capisce dall’episodio di Lidia. A Filippi, là dove gli evangelisti si aspettano di trovare un luogo di preghiera, trovano un luogo di lavoro. È così in tutte le città del mondo antico, le donne, ancora oggi, si ritrovano al fiume per lavare i panni. I discepoli vanno per trovare uomini credenti e trovano donne pronte ad ascoltare. Erano pronte per motivi culturali e sociali, dato che vivevano una vita sociale tutta al femminile, che dava molto spazio al confronto e alla propagazione delle idee, ma non erano solo lavandaie o massaie, tra di loro c’è anche Lidia, ricca commerciante, la persona migliore per dare alla chiesa quella sicurezza economica per poter cominciare il proprio cammino a Filippi.

La strada di Paolo e Sila, però, è interrotta da una schiava e dal suo demone. Scacciare demoni, come guarire infermi, è, nella tradizione petrina, un segno del dono dello Spirito, quindi, se lo fa Pietro, lo deve fare anche Paolo, ma notate che Paolo manca di tutta la teatralità del suo “collega” Pietro. Così come senza cerimonie aveva guarito lo zoppo, così Paolo, infastidito, scaccia il demone, ma questa volta usando il nome di Cristo. Questa attività di guarigione, come nel Vangelo, viene letta come sovversiva, e i pagani riescono ad incarcerare Paolo e Sila sulla scorta di accuse non vere: nessuno aveva vietato loro di insegnare, e non insegnavano nulla che andasse contro l’impero, ma si sa, in un mondo dove c’è certezza della pena, ma non giustizia, si fa presto a finire in carcere, per molto tempo. La conversione del carceriere è di stampo prettamente carismatico, al contrario dei grandi discorsi che finora avevano contraddistinto l’opera missionaria. Paolo e Sila cantano inni, e, dopo un terremoto, si fanno notare per non essere scappati, né atterriti. Il carceriere è colpito, dalle parole e dalle opere, e il Signore converte il suo cuore. Quando i pretori decidono di scarcerare chi è stato accusato ingiustamente, scoprono di aver addirittura fatto un danno: Paolo è Romano, e per lui si doveva applicare un giusto processo, così, riescono a farsi liberare e a ricevere le scuse dei pretori e dei littori, e possono tornare alla neonata chiesa, con nuove testimonianze e maggiore forza.

Nel capitolo 17 troviamo le attività dei giudei contro i cristiani. Oramai è ovvio che sono loro i maggiori oppositori, perché l’Evangelo di Gesù Cristo li condanna come tiepidi nella fede, e come responsabili nella mancata conversione di Israele. Ciononostante, Paolo continua a predicare tra i giudei, che sono i primi a dover ascoltare la Buona Novella, non per la loro punizione, ma per la salvezza. Le accuse, però, rispecchiano la società, i giudei non accusano gli ebrei di atti contro il loro Dio, ma di atti contro il Cesare, ovvero di proclamare Gesù Re. I Tessalonicesi sono così accaniti contro Paolo che lo perseguitano anche a Berea, tanto che Paolo, con pochi altri, ma senza Sila e Timoteo, deve scappare ad Atene, dove, aspettando l’arrivo degli altri, farà un discorso che cambierà, ancora una volta, le regole del gioco.

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