Atti degli Apostoli 7. Capitoli 14 – 15:35

acts640x360Il capitolo 14 continua, narrativamente, il viaggio di Paolo e Barnaba nelle chiese dell’Asia Minore. Qui, in maniera ancora più evidente, vediamo Paolo diventare il protagonista della storia, nel bene e nel male. Pare evidente dai mutamenti di opinione, che quello che succede a Iconio e Listra è frutto di una predicazione lunga e altalenante, che culmina con una lapidazione sommaria, e superficiale. Il lavoro di Paolo e Barnaba si svolge senza alcuna supervisione, né precedente né successiva al loro passaggio, è evidente che Antiochia e Gerusalemme sono diventati ormai poli di pari importanza della Chiesa cristiana. La Chiesa, nel frattempo, continua a crescere,e i discepoli, cioè i membri vengono non solo battezzati ma confortati e sostenuti. Negli Atti, il compito dei discepoli è fare discepoli. Luca non saprebbe cosa farsene di una chiesa non più occupata a fare nuovi discepoli. La missione della chiesa è più che la crescita soltanto, ma non è neppure qualcosa di diverso dalla crescita, certamente non è diminuire. Per Luca, sia nel vangelo che negli Atti, qualsiasi chiesa che abba l’audacia sufficiente per predicare la Parola, che osi sfidare lo status-quo culturale, che rifiuti di accettare gli attuali compromessi politici come dati per l’eternità, che sia convinta della verità del suo messaggio, che sia pronta a soffrire per la verità, crescerà. Dio fa crescere tali chiese. Chi si rintana al proprio interno e non evangelizza, non solo diminuirà, ma non sta facendo la volontà del Signore.

Il capitolo 15 si pone come un cardine, fulcro del libro. Siamo a metà degli Atti, e la perizia dell’autore come scrittore si nota anche da questo fatto. Nella conferenza di Gerusalemme, primo vero concilio ecumenico della Chiesa, troviamo la condensazione di due atteggiamenti che virano delle modalità di evangelizzazione in pratiche teologicamente fondate. Per ora nessuno ha pensato a perché evangelizzare gli ebrei, e da relativamente poco (Paolo, in Galati 2, dice che sono passati 14 anni dalla sua conversione) si è cominciato a predicare e battezzare i pagani. Ora, un gruppo che Atti chiama “farisei” e Paolo “falsi fratelli” pone un dubbio teologico: “la salvezza è per Israele o no?” Se è per Israele, come essi sostengono, allora i nuovi arrivati devono passare dalle forche caudine dell’ebraismo, ovvero circoncisione e precetti. Chi non è circonciso non potrà nemmeno essere salvato. Prima di criticare questa posizione, rovesciamola: La salvezza è per i battisti? Per essere salvato, qualcuno che abbia creduto, deve essere battezzato per immersione, dopo testimonianza di fede? Se la nostra risposta è: “Assolutamente si!!” siamo nel numero dei giudei della setta dei farisei. Perché, ai nostri giorni, Paolo direbbe una cosa simile: “Ma neppure Tito, che era con me, e non era battista, fu costretto a farsi battezzare.” Ovviamente non voglio dire che facciamo male a credere ciò che crediamo, ma che anche quelli che si ponevano contro Paolo erano bravi credenti, avevano il loro modo di fare, le loro tradizioni e lo anteponevano al cambiamento. Loro avevano la Legge, noi il Battesimo degli Adulti. In entrambi i casi sono cose sante, la Legge è ancora parte della Bibbia, ma si può incorrere in guai grossi se non si usa bene ciò che si ha, anche quando santo.

Paolo sostiene, invece, che l’esperienza esclusiva dello Spirito e il cambiamento di vita dopo la conversione sono elementi bastanti per indicare l’appartenenza alla Chiesa. La questione non è la mancanza di un sigillo, di un distintivo, ma l’assenza di un passaggio ritenuto ormai inutile, perché se Gesù può salvare i pagani, passare per l’ebraismo è una deviazione non più necessaria.

La faccenda, quindi, non è pratica, ormai i pagani sono convertiti e accettati, e non è nemmeno del tutto tecnica, ovvero come si svolge la vita dei convertiti, ma assolutamente teologica: per alcuni, essere nella continuità delle promesse di Dio, vuol dire mantenere tutte le condizioni vigenti fino a questo momento, per altri, invece, i mutamenti di comprensione, che portato la freschezza dello Spirito, e all’allargamento della promessa, permettono cambiamenti anche nell’ecclesiologia e nella pratica.

Lo scontro si fa acceso, e i due anziani prendono parola. Il discorso di Pietro riassume gli episodi già visti, ma mette in bocca all’apostolo una preminenza sull’evangelizzazione ai pagani che stride coi suoi atteggiamenti, anche per quello che leggiamo in Gal 2. Nondimeno, il discorso di Pietro ripercorre le tappe fondamentali dell’apertura ai pagani: la missione divina, la comprensione dell’apostolo, dovuta all’opera dello Spirito Santo. Insomma, i pagani sono accettati dalla Chiesa non perché la teologia cambia, ma perché Dio li ha accettati e resi degni, per primo. La Chiesa abbandona il ritualismo e la cristallizzazione gerarchica, non perché Lutero è furbo, ma perché il Signore ha aperto gli occhi. La Chiesa apre la missione al mondo non perché vuole dominare in modo coloniale, ma per arrivare alle estremità della Terra. La Chiesa apre al pastorato femminile, non perché è arrivata l’ora della teologia femminista, ma perché Dio grida “liberate il mio popolo”, non “liberate solo i maschi!” e ora ci avviciniamo a nuovi problemi etici, come la bioetica, l’inizio e fine vita, l’omosessualità, la trasformazione della società, l’impatto delle nostre chiese, il declino dei numeri dei nostri membri, e, ci dice Pietro, non dobbiamo farlo chiusi nella fortezza delle nostre tradizioni e della nostra pratica ecclesiastica, ma stando bene attenti a discernere la missione, ovvero la chiamata, la vocazione di Dio e l’opera dello Spirito Santo, per mezzo dell’insegnamento di Cristo. Giacomo poi pone il sigillo scritturale su questa visione, citando Amos 9, e indicando che è il retto amministrare dei primi giudei convertiti che ha permesso ai pagani di convertirsi a loro volta, ma che altrettanto, ora, i pagani convertiti non devono essere scandalizzati dalla durezza dei predecessori.

Insomma, Pietro e Giacomo, davanti al problema teologico della circoncisione, assumono una condotta teologica del dibattito, presentando una nuova missione, confermata dall’esperienza dell’opera dello Spirito e comprovata dalla Scrittura, letta con un cuore nuovo, convertito.

E, con in mente questo nuovo corso teologico, le due parti in disaccordo vengono ad un felice compromesso: i pagani non devono circoncidersi, né seguire le leggi degli ebrei, se non quelle che, secondo Levitico 17-18 sono da applicarsi a tutti coloro che risiedono in Israele, stranieri compresi: non mangiare carne sacrificata agli idoli, soffocata ed non mangiare il sangue ed astenersi dalla fornicazione, ovvero dal contrarre matrimoni incestuosi e non leciti. Questo però, fa di loro ancora degli estranei, insomma, il nuovo corso parte con i migliori propositi, ma all’inizio, i pagani sono ancora ospiti degli Ebrei, e non membri di diritto, alla tavola del Signore. Questo succede da sempre, successe nell’antichità con le donne, che vennero accolte alla Cena dopo gli uomini, successe agli schiavi africani, a cui venne predicato il vangelo, ma che furono ugualmente segregati, accadde agli evangelici in Italia, ancora adesso non riconosciuti come fratelli di diritto, nell’opinione pubblica cattolica. D’altra parte, però, per i giudei della setta dei farisei, per gli altri discepoli e anche per gli apostoli, deve essere chiaro che non si può cominciare una nuova fase abbandonando quello che si è creduto fino ad allora di netto, come se non esistesse. Un ebreo convinto dall’ebreo Gesù a convertirsi al Dio degli ebrei non potrebbe mai smettere di essere ebreo, senza pensare di aver smesso anche di essere cristiano. Il convertito ha sempre il lavoro più difficile, perché deve entrare in una comunità di persone che la pensano già come lui ha appena scoperto la si possa pensare, e deve fare il lavoro più grande per adeguarsi. La cosa positiva del cristianesimo è che non c’è nessuno che non abbia necessità di convertirsi, e che quindi può accompagnare chi viene dopo con pazienza e indulgenza, e non con severità e durezza, perché sa cosa vuol dire trovarsi nuovi, sulla Via che porta alla Vita.

Per la comunità di Gerusalemme e per quella parte di cristianesimo per cui scrive Luca, il popolo di Dio vive e vivrà grazie alla legge divina. Venire meno significherebbe correre il rischio che la comunità degli eletti muti e si adatti a diventare un altro culto cooptato dall’impero. Di fatto è quello che succederà. Nell’incontro tra la Chiesa e il potere dell’Impero romano, la Chiesa abdicherà alla sua autorità per diventare un braccio dell’Impero, e poi, nella storia, addirittura la sua successora.

Ma non è ancora questo il momento. Per ora, pressata dall’esterno, perseguitata da ebrei e pagani, messa in catene e lapidata, la Chiesa dimostra comunque di poter trionfare contro il peggiore dei nemici, il disaccordo interno sulla politica ecclesiastica, il dogmatismo e la lotta teologica. Il dibattito, il discernimento, la contrattazione e l’accettazione del compromesso, alla luce dell’opera dello Spirito e della Scrittura sono gli unici metodi possibili per arrivare ad una crescita ed avviarsi verso l’età adulta della chiesa. La fuga, la ripicca e la rottura, invece, non ci porteranno da nessuna parte.

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