Atti degli Apostoli 6. Capitoli 11:19 – 12 – 13

acts640x360La svolta della conversione di Cornelio non è solo uno stratagemma narrativo, ora la storia prende davvero una piega inaspettata. La conclusione del capitolo 11 ci racconta con chiarezza qualcosa che era solo stata accennata con le storie di Filippo: sono i cristiani che erano vicini a Stefano, ellenisti e del gruppo dei diaconi, a dare la vera spinta missionaria alla Chiesa. Sebbene in principio i discepoli si attengano all’ordine di parlare solo agli ebrei, i più arditi cominciano a predicare anche tra i pagani, e le reazioni sono esaltanti, e sono riconosciute come azioni divine. È evidente che, sebbene il tutto sia raccontato come cronologicamente coerente e immediato, diverso tempo deve essere passato, e anche le consuetudini sono cambiate. La chiesa di Gerusalemme non perde il controllo sulle diaspore, ma ora è Barnaba, e non Pietro, a muoversi, per cui il controllo degli Apostoli si è fatto meno stretto, e così continuerà ad essere. Vengono citati, in questi pochi versi, due momenti molto importanti per il cristianesimo: il riconoscimento attraverso il nome “cristiani”, che porta ad un primo allontanamento dall’ebraismo, perché si sposta l’attenzione dal Messia di Dio al Figlio unigenito, e la colletta a causa della carestia, che dimostra come le chiese, seppur lontane, sono in comunione, ma si riconoscono come indipendenti, insomma, non è una tassa per la chiesa madre, ma un’offerta d’amore per una calamità.

Si torna alla fonte delle storie della chiesa di Gerusalemme, e si racconta, per la prima volta dopo Giuda, della morte di un apostolo. Muore Giacomo di Zebedeo, fratello di Giovanni, uno dei due “figli del tuono”. Un personaggio molto importante, nei vangeli, uno dei dodici fin dal principio. Ci aspetterebbe una lunga tirata, soprattutto dopo l’attenzione posta agli Apostoli finora, e invece, non viene neanche nominato come apostolo. È evidente che le cose sono cambiate, anche l’atteggiamento verso gli altri apostoli, ma comunque è un elemento evidente. Il racconto della fuga di Pietro dalla prigione, ricalca quello già visto precedentemente, e pone l’accento sul vedere/non vedere/riconoscere, un tema caro ai vangeli e a Gesù stesso. Anche in questo caso si cita un Giacomo, evidentemente un altro, probabilmente quello che Paolo nelle epistole chiama “fratello di Gesù”, e che ritroveremo più avanti. Viene presentata anche la morte di Erode. È interessante che Erode muore, colpito personalmente da Dio, ma non per la ragione che ci aspetteremmo: non muore per aver ucciso il Battista, non muore per aver sbeffeggiato Gesù, non muore per aver ucciso Giacomo, ma per non aver “dato la Gloria a Dio”, ovvero per essersi voluto paragonare a Dio, quindi muore per idolatria, il più ebraico e biblico dei peccati! Il sommario finale ci ricorda che tutti questi eventi non fermano, ma anzi spingono la Chiesa, e Barnaba, che aveva preso con sé Paolo al capitolo precedente, si prepara a diventare protagonista, per un poco.

Il passo che apre il capitolo 13 ha il sapore di un racconto apologetico, ovvero l’investitura divina e l’imposizione delle mani della chiesa di Antiochia di Barnaba e Paolo, che quindi non lavorano all’esterno, come invece è probabile che fosse, ma per conto della chiesa “ufficiale”.

Troviamo quindi un’altra storia di magia, ma qui la situazione è completamente diversa. Laddove Simone era diventato completamente cristiano e il suo peccato era quello di aver provato a portare i vecchi vizi nella nuova vita, Bar-Gesù/Elima, offre chiaramente un’immagine più ambigua. Questo falso profeta sembra volersi appropriare del nome di Gesù, chiamandosene figlio, ma opera per i suoi scopi, e quando arrivano i discepoli, scopriamo che il suo vero nome era un altro, e che il suo scopo non è quello di consigliare il proconsole per il bene, ma di esercitare un potere esclusivo. Paolo così si ritrova a punire un nemico della fede con la stessa sorte provata da lui stesso e, per il libro degli Atti e per la Storia, perde il suo nome ebraico, retaggio di un passato da persecutore, e prende il suo nome romano, che lo identifica fisicamente (Paulus vuol dire piccolo), ma anche teologicamente (Perché chi è il più piccolo tra di voi, quello è grande. (Lc 9:48)). Da ora in poi, Paolo, e non più Barnaba, sarà il protagonista del libro degli Atti.

Il proseguo del capitolo è un manuale su come mutare il messaggio senza cambiare il significato. La predicazione di Paolo nella sinagoga di Antiochia di Pisidia sembra ricalcare lo schema delle predicazioni di Pietro: la rilettura dell’Antico Testamento come lunga preparazione al momento dell’arrivo del Messia, che è però stato scacciato dai suoi, e accolto nella Gloria di Dio mediante la resurrezione. Il sermone va bene, e anzi, i due vengono invitati a replicare il sabato seguente. Non sembra esserci nessun problema, e i Giudei, ovvero gli ebrei irriducibili, sembrano prendersela più per la presenza dei pagani che per le parole di Paolo. Ecco che sembra ripetersi, dunque, lo schema della conversione di Cornelio, della predicazione in Antiochia, della rabbia di Bar-Gesù/Elima. Il Vangelo viene respinto non perché le persone non vogliano credere a Gesù, ma perché non vogliono perdere potere, privilegi e l’esclusiva sulla salvezza. Sarebbero stati cristiani perfetti, ma non volevano condividere la salvezza con quelli che ritenevano empi. Ricordiamolo, quando pensiamo che qualcuno non sia degno della salvezza, per i suoi peccati, o i suoi comportamenti, o le sue idee. Cristo salva chi vuole, e se noi lo mettiamo in dubbio, non salverà noi.

L’invidia degli irriducibili ha come unico risultato la vittoria dei discepoli, la predicazione ha raggiunto già la maggioranza dei giudei e dei proseliti, e ora colpisce i cuori dei pagani, “e tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero. (At 13:48)” Questa frase può significare due cose: “chi era destinato a salvarsi, credette”, o “tutti coloro ai quali fu predicata la vita eterna, credettero”. Questo passo è un cardine nella discussione sulla predestinazione, ma per noi fa poca differenza, per quel che riguarda il senso: C’erano molte persone, alcune credettero, altre no, ma probabilmente non avrebbero creduto lo stesso. Sempre più, per Luca, la salvezza è questione di adesione al piano divino, e non solo scelta personale. Dio è autore della sua opera, non noi, che siamo discepoli, o convertiti.

Allo stesso modo, gli irriducibili che non si convertono, non sono più dei duri di cuore, o degli stupidi, ma sono stati dichiarati fuori dal Regno, e da ora in poi si comporteranno come nemici, non più come parenti sviati. Per questo, i due discepoli non posso che scuotersi la polvere dai piedi, e continuare con la loro opera!

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