Atti degli Apostoli 5. Capitoli 9:32 – 10 – 11:18

acts640x360Luca continua ad alternare i racconti da diverse fonti. Finita la parte sulla conversione di Saulo, si riprende a parlare di Pietro, che, in questi racconti, da un lato guadagna sempre di più autorità di fede, ma ne perde altrettanta come capo. Sebbene io ironizzi sulla cattolicità di Luca, è evidente che l’autore di Atti non prevede nessun capo supremo, e non fornisca a Pietro nessuna autorità particolare. Alla fine del capitolo 9 lo troviamo a andare “qua e là da tutti”, senza una meta precisa, ma con lo spirito di diaconia che ci si aspetta da un credente. La guarigione di Enea ripropone il tema della potenza di Cristo, e del suo nome, ma sembra essere messa solo per introdurre la storia di Tabita, che si pone come una storia di rottura tipica dei vangeli e degli Atti: Tabita, ignora la posizione sottomessa che dovrebbe avere una donna, e viene addirittura riconosciuta come “discepola”, termine che non avevamo ancora trovato al femminile. Questa donna è non solo una credente, ma forse l’unica fonte di conforto e riconoscimento che le vedove di Ioppe hanno. La sua morte significa la fine della solidarietà della misericordia cristiana. Pietro risponde a questo difetto di vita come il profeta Eliseo aveva risposto alla morte del figlio della Sunamita, stando in preghiera e poi chiamando Tabita da morte a vita. Cristo è più potente, non solo della morte, ma anche del sistema sociale, che prevedeva la povertà delle vedove, e la remissività delle donne!

Comincia, al capitolo 10 un passo importante per la comunità di Gerusalemme e la storia della chiesa. La chiesa aveva già accettato gli stranieri, sebbene ebrei o proseliti, aveva visto convertirsi un acerrimo nemico come Saulo, ma ora comincia un lungo dramma, diviso in sette atti.

Atto primo (At. 10:1-8): Un pagano, romano, centurione, la persona più simile ad un nemico che un ebreo potesse pensare, non solo crede in Dio, ma è più devoto di molti altri. Il fatto di essere così inquadrato nel ruolo dell’invasore forse non gli ha permesso di essere accettato come proselito, ma ora riceve addirittura una visione da Dio, che lo legittima pienamente. Non solo, ma la visione indica che il vero protagonista è Dio, e non Cornelio, o Pietro.

Atto secondo (At. 10:9-16): Ora sta a Pietro, ricevere una visione legittimante, nella quale gli si richiede l’apertura del Vangelo ai pagani. È lui che lo deve fare, perché è la chiesa nata dal ministero di Cristo che deve aprirsi, non una missione esterna che arriva a scuotere ciò che è considerato giusto e normale. Dobbiamo considerare la difficoltà che deve aver rappresentato, per dei pii ebrei, uscire dalla loro zona confortevole per entrare nel mondo dove tutti sono uguali. Le prescrizioni alimentari, rituali e civili non erano solo una chiusura, una ghettizzazione che impediva l’evangelizzazione, ma era anche una difesa dal mondo pagano. Rispettare certe convenzioni rendeva chiaro chi era dentro e chi era fuori, definivano la fedeltà, in mezzo a incredibili pressioni per abbandonare la fede. Per una minoranza come gli ebrei, monoteisti in un universo politeista, l’identità era una questione di sopravvivenza, per i cristiani, minoranza nella minoranza, poteva esserlo ancora di più. Ecco perché la richiesta di Dio viene accolta da Pietro con frustrazione e difficoltà.

Atto terzo (At. 10:17-23a): I messaggeri di Cornelio arrivano da Pietro. Luca a questo punto rende noto che è Dio a volere questo incontro, facendo udire la voce dello Spirito ancora una volta, per far capire che Pietro non agisce per paura del potere del centurione, ma per fiducia nel potere di Dio. Come credente, Pietro non fa altro che riconoscere il potere a Dio, come a dire: “Signore, non so dove mi stai conducendo, ma eccomi”.

Atto quarto (At. 10:23b-33): Il racconto dell’incontro è tutto un alternarsi, da Cornelio a Pietro, di nuovo a Cornelio. Pietro va, ma non da solo, la chiesa, l’abbiamo capito, ormai, è questione pubblica, non privata. Allo stesso modo, Pietro rifiuta qualunque dimostrazione di gloria, tipica dei pagani, verso la sua persona, rialzando Cornelio. È evidente che qui siamo davanti ad un doppio avvenimento: la conversione di Cornelio è parallela alla conversione di Pietro. Entrambi cambiano direzione: dal paganesimo a Cristo Cornelio, dall’esclusività all’inclusività Pietro. Casa e ospitalità diventano il cardine di questo mutuo cambiamento. La convivenza tra pagani ed ebrei sotto l’unico tetto della chiesa crea problemi domestici, familiari, alimentari. La conversione a Cristo diventa questione mondana: “Chi mangerà alla nostra tavola?”

Atto quinto (At 10:34-43): tornati nello stile della fonte degli apostoli, il rituale di conversione si svolge secondo i canoni: all’occasione segue il sermone di Pietro secondo lo schema solito: annuncio, prova scritturale, appelli al pentimento. Qui, però, il sermone parte da una confessione di peccato personale, la dichiarazione che Dio non fa favoritismi. Questa posizione, nel mondo chiuso ed elitario della minoranza di cui parlavamo prima, è esplosiva: Luca scrive per un popolo che ancora non ha compreso del tutto cosa significa far vivere insieme ebrei e pagani, che ancora soffre per la spaccatura da Israele, che non riesce ad accettare, a volte con violenza, che Cristo sia stato rigettato dai suoi e invece accolto da chi, fino a poco prima, era considerato la feccia della società. In questo campo la Chiesa è sola. Niente, tranne le parole di Gesù, l’hanno preparata ad una vita di accettazione del diverso e di antipatia del simile, nemmeno la Scrittura, che parla sempre dell’unione dei simili e della sopportazione dei diversi, e mai della mistura, anzi! La Chiesa deve ora imparare a fare i conti con un atteggiamento diverso, dove tutti quelli che accettano il Cristo sono parenti, mentre a volte i parenti diventano i nemici.

Atto sesto: (At 10:44-48): Ma tutto questo dramma non avrebbe senso, se non fosse rivelato il vero autore: lo Spirito scende su Cornelio e i suoi, e, visto questo, Pietro non può più negare che anche i pagani sono i ben accetti nella chiesa. Tralasciamo ora le questioni sul battesimo, è più importante, ora, dimostrare che Dio è con Cornelio e i suoi, che la conversione c’è stata davvero, sul rito si tornerà in un altro momento.

Atto settimo (At. 11:1-18): Come abbiamo detto all’inizio, sebbene Luca dia forma alla chiesa in maniera abbastanza gerarchica, il libro degli atti non crea nessun papa. Le azioni di Pietro sono vagliate e messe in crisi dalla comunità tutta, che vuole avere testimonianza di ciò che è successo, perché ritiene gravissimo il comportamento dell’apostolo. Pagani abietti e rivoltanti ora sono cristiani battezzati, ciò è inaccettabile, anche se la critica prende una strada più sfumata, quella del cibo: “Chi mangerà alla nostra tavola?”. Sappiamo che per la chiesa primitiva il pasto comune era la Cena del Signore e la Cena del Signore era il pasto comune. Sapere con chi si mangia vuol dire sapere chi ha accesso all’eucarestia. Finora la chiesa ha praticato una Cena chiusa, e ora vuole sapere perché dovrebbe aprire l’accesso ai non ebrei. La ripetizione di Pietro del racconto della discesa dello Spirito stravolge la domanda: come si può tenere fuori dalla Cena chi ha dimostrato la propria fede, ed è da Dio accolto tra i suoi santi con il dono dello Spirito?

Come sempre, la guerra tra apertura e chiusura, tra regole e sregolatezza, tra legge e disordine non va verso il caos, ma verso l’apertura, che significa abbandonare le tradizioni che ci stanno soffocando, e accogliere lo Spirito di Dio che ci ha superato e vuole che noi partecipiamo al Suo Regno, e non ai nostri riti. Insomma, anche nella storia di Cornelio, la Scrittura ci dimostra che il cristianesimo è qualcosa che si fa, e non qualcosa che si è, né per nascita, né per adesione.

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