Atti degli Apostoli 4. Capitoli 8 e 9:31

acts640x360Abbiamo detto che, letterariamente, il passo del martirio di Stefano dovrebbe chiudersi a metà del primo verso del capitolo 8, se la cesura è spostata, è perché Saulo diventa uno dei protagonisti dei primi versi del capitolo. In questi primi versi notiamo anche la stranezza di come tutti i cristiani debbano fuggire, tranne i Dodici. Vedremo più volte che questo strano trattamento di favore dei Dodici si ripeterà.

Dal verso 4, l’attenzione si sposta, per la prima volta, da quelli che Atti chiama Apostoli a uno di quelli che sono chiamati discepoli, ovvero un membro di Chiesa. Il nome Filippo è comparso pochi versi prima, subito dopo Stefano, come uno dei discepoli nominati diaconi. Non ha alcun senso pensare che questo Filippo sia uno diverso, per esempio l’Apostolo, anche se è stato nominato al principio del libro. Anzi, proprio per questo, se Luca avesse inteso l’Apostolo, avrebbe rimarcato la cosa, dato anche lo svolgimento della storia. Questo accenno ad un personaggio diverso dai precedenti, ci suggerisce che il materiale sull’evangelizzazione di Filippo, era diverso da quello che Luca ha utilizzato finora per Atti, e che è stato usato inframmezzandolo con il materiale più propriamente dedicato agli apostoli, probabilmente con qualche inserto redazionale di Luca stesso. Vedremo che gli inserti e l’uso delle fonti mette in luce una chiara intenzione teologica. La linea narrativa di Luca, in questo momento, vuole sottolineare come il caos della persecuzione non distrugga la chiesa, ma anzi, porti alla sua crescita, spingendo l’Evangelo un po’ più lontano da quelli che erano i destinatari previsti. La Samaria, sappiamo dai Vangeli, era considerata un Paese di impuri, i samaritani non erano considerati né ebrei né pagani, e anzi, erano accusati di sfruttare le due parti a loro vantaggio. Lo storico Giuseppe Flavio, che con la sua opera Le Antichità Giudaiche, tenta di spiegare Israele ai romani, dice, dei samaritani: “Mutano la loro attitudine secondo le circostanze: quando vedono i giudei prosperare, li chiamano parenti […], ma quando vedono i giudei in difficoltà affermano di non avere nulla in comune con essi […] e si professano alieni e di un’altra stirpe”. Di fatto, però, i samaritani avevano un culto molto simile a quello di Israele, adoravano il Dio d’Israele, osservavano le leggi di Mosè e aspettavano l’arrivo di un messia. Erano odiati per lo stesso motivo per cui erano candidati perfetti per la conversione a Cristo: erano simili, ma non uguali. In Cristo, ebrei e samaritani sono uniti. La missione di Filippo è così di successo che riesce a convertire un mago ritenuto molto potente. Attenzione a questo passaggio. Al verso 13, Simone è pienamente all’interno della dottrina cristiana, e senza nessuna deviazione.

Ma al verso 14 la sezione della fonte su Filippo viene intersecata coi racconti degli Apostoli, e vediamo quello che per me è un chiaro segno di ingerenza di una comunità che si ritiene superiore: gli Apostoli hanno sentito di conversioni in Samaria, ma dato che non le hanno seguite con i loro occhi, le dichiarano mancanti dello Spirito Santo, come attesta il verso 16 che sostiene la versione dei Dodici, senza dare spiegazioni ulteriori. Solo a questo punto Simon Mago diventa un incredulo e cerca di comprare lo Spirito, dimostrando così che il frutto della conversione è una potenza in Cristo che è solo donata, ma mettendo anche il cattiva luce l’operato di Filippo, che sembrerebbe aver battezzato troppo frettolosamente questo incredulo. In realtà, quando noi sottolineiamo il peccato di simonia, dimentichiamo che l’ex mago si pente subito, e chiede l’intercessione degli Apostoli, dimostrando così che si può guarire dal male, ma anche che gli Apostoli hanno una autorità che a Filippo, evidentemente, manca. Come a dare una parvenza di maggiore importanza, il testo successivo parte dall’opera di Dio, e non dalla volontà di Filippo, o dalle circostanze. Qui il passo ha l’intento di mostrare l’evangelizzatore come totalmente strumentale: l’etiope si converte perché comprende la Parola, non perché Filippo abbia poteri soprannaturali. All’Etiope serviva una bocca che predicasse la Parola e che battezzasse il credente, e Filippo serve allo scopo, come chiunque altro avrebbe potuto. Al verso 40 Filippo si ferma a Cesarea, e qui lo ritroveremo al capitolo 21.

Come abbiamo visto fino ad ora, il libro degli Atti è un continuo inframmezzarsi di testi di fonti diverse, Filippo si inserisce nella storia di Saulo, nella storia di Filippo si inseriscono Pietro e Giovanni. Finite queste cornici, si riprende la storia del persecutore convertito.

La conversione di Saulo manca completamente degli attributi che finora avevano accompagnato il cammino dei futuri credenti. Non c’è predicazione, non c’è discesa dello Spirito, non c’è testimonianza della fede. Tutto si svolge in due visioni. Quella a Saulo, al quale egli non risponde, e quella ad Anania, a cui Dio dice che si deve fidare di Lui, nel battezzare Saulo, perché Dio ha deciso di farne un suo strumento. Se le paragoniamo ai racconti di conversione di Lutero, di John Wesley, o di tante testimonianze di gente comune, nonostante le visioni divine, questo racconto è veramente poca cosa… Di nuovo, la risposta alla predicazione della Parola e ai suoi effetti è prima lo stupore, poi la persecuzione. I giudei vorrebbero uccidere Saulo, che viene salvato dai cristiani di Damasco, ma quelli di Gerusalemme non si fidano di lui, finché non viene presentato ufficialmente agli Apostoli, che sempre di più si comportano come gli unici capi della chiesa, e viene raccontato da Barnaba, di come Paolo abbia effettivamente testimoniato la sua fede in Gesù. Barnaba diventa, a tutti gli effetti, il primo “padrino” di battesimo della storia cristiana, iniziando una tradizione che si trova ancora in diverse chiese, ovvero quella di un membro che accoglie il catecumeno, lo presenta alla comunità, lo accompagna nel percorso di preparazione al battesimo e lo sostiene nei primi tempi della vita cristiana. Figura che sarebbe bene avere, sempre, per evitare che il neobattezzando, travolto dalla vita della chiesa, scappi immediatamente a gambe levate. Saulo ha anche uno scontro con gli ellenisti, che comparivano nella disputa sulle vedove al capitolo sei, ma è molto più probabile che qui non si parli dei credenti, ma di coloro che erano ancora ebrei, forse appartenenti a quelle stesse sinagoghe che avevano sobillato il popolo contro Stefano.

Sebbene stoni, ad una mente democratica, la presentazione di Saulo ai soli Apostoli, è certo che invece è da sottolineare l’importanza della presentazione del nuovo discepolo alla comunità riunita. Il cristiano non è cristiano da solo, e non può esserlo. Se, per qualunque motivo, l’adesione alla fede e il battesimo possono avvenire anche in un contesto intimo, isolato, o tra poche persone, la testimonianza della fede va fatta in pubblico, davanti alla comunità riunita, perché vivere in Cristo non vuol dire solo vivere una vita nuova da soli, ma soprattutto entrare in un mondo nuovo, quello della comunità di fratelli e sorelle, in cui nessuno può vantarsi troppo della propria fede, né sminuire quella dell’altro/a, ma che insieme devono trovare la forza per testimoniare il Cristo insieme, per la sola gloria di Dio!

 

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