Atti degli Apostoli 2. Capitoli 3-4-5

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Abbiamo chiuso il capitolo due con una comunità chiusa in se stessa che si era aperta al mondo grazie alla discesa dello Spirito a Pentecoste e al sermone di Pietro, ma che era poi tornata a guardare soprattutto all’interno, e che avevano raggiunto un’altissima coesione, chiudendosi all’esterno. La storia della chiesa comprende molti esempi di comunità cristiane di breve durata, che definivano la chiesa come un club di eletti, piuttosto chiuso e intimo. La tentazione di chiudersi al caldo delle nostre comunità, e non uscire nel mondo freddo e crudele, è sempre presente.

2.1 Capitolo 3

Ecco perché Luca comincia il capitolo tre con un episodio di confronto tra la chiesa e il mondo. In questa fase, la chiesa nascente non è per nulla separata dall’ebraismo militante, per cui vediamo Pietro e Giovanni, recarsi al Tempio come ogni ebreo a Gerusalemme, e lì incontrare i mendicanti che sappiamo non potevano mettere piede all’interno, in questo caso uno storpio che chiede loro del denaro. La questione del rapporto col denaro tornerà diverse volte, nel libro degli Atti: A Efeso, Paolo provoca le ire degli artigiani pagani (At 19:21-41), In Macedonia, Paolo e Sila si scontrano con padroni che guadagnano molto dai loro schiavi, e vengono messi in prigione (At 16:16-34), Simon Mago crede di poter acquistare lo Spirito Santo (At 8:9-24). La comunità che mette in comune beni e bisogni non ha denaro da poter dare, ma sa aiutare in molti modi, non solo coi soldi. Pietro offre l’unica cosa che ha, il nome di Gesù Cristo. La guarigione dello zoppo è particolarmente d’effetto, perché oltre a togliere la malattia, toglie anche l’ignominia e l’impossibilità di entrare nel Tempio, e quindi provoca “meraviglia e stupore”, che permettono a Pietro la seconda predicazione, su cosa significhi veramente guarigione, e del suo legame con la salvezza, in Cristo. Mentre la guarigione è un “miracolo”, ovvero è mirabile, può essere vista da tutti, solo la predicazione permette la conoscenza della salvezza. Pietro sottolinea con chiarezza che lo storpio non è stato guarito dal potere dell’apostolo, ma dal nome di Gesù, non è successo nulla di magico, perché Cristo ha il potere di salvare, e anche di guarire. Nella sua predicazione evangelistica, Pietro pone Gesù al centro dell’evento, lo presenta come mediatore vivente con Dio, e spiega la sua morte non in virtù di un sacrificio d’espiazione voluto da Dio, ma a causa della malvagità umana. Pietro dice a chi ascolta che è colpa loro e della loro ignoranza se Gesù è morto, ma che Dio ha sconfitto questa ignoranza con la sua potenza, resuscitando Gesù, e che quindi si può rimediare all’errore fatto, credendo e accettando il Signore. Insomma, niente di diverso da quel che predichiamo noi ogni domenica: credi, accetta Gesù come tuo personale Salvatore e Liberatore e sarai salvato. A questo punto, Gesù è il Messia atteso dal popolo ebraico, e solo per loro è presentato come Salvatore. Ma non tutti i figli di Abramo possono essere considerati “il vero Israele”, bensì quelli che rimangono nella scia già segnata dai patriarchi, da Mosè e dai profeti, come chi è stato fedele a loro è stato parte del popolo eletto da Dio, così ora il popolo eletto è formato da chi crede nei patriarchi, in Mosè, nei profeti e accetta Gesù come il Messia atteso. Insomma, è sempre un atto di conversione e di riconoscimento che ci mette nel numero dei salvati, non è l’essere nati o meno in un certo popolo.

2.2 Capitolo 4

Questa nota non può sfuggire alle autorità, che non possono non aver notato i tremila convertiti di Pentecoste, e ora si arriva addirittura a cinquemila, proprio davanti al Tempio! Comincia così il lungo ciclo di arresti e scontri con le autorità che non finirà più, nel libro degli Atti. Pietro e Giovanni vengono portati davanti al Sinedrio, e gli viene, fondamentalmente, chiesto con quale autorità predichino. Pietro fa notare che l’accusa sarebbe quella di “beneficio fatto a uomo infermo” e attesta che le loro azioni sono in nome di Gesù, pietra angolare, nome che salva. In questo passo, Luca, fa notare di sfuggita che le parole di Pietro non derivano da studi approfonditi di teologia, ma dalla frequentazione col maestro, infatti i potenti si stupiscono perché pensano di avere davanti “popolani senza istruzione”. Da sempre, nelle nostre chiese, persone ritenute umili spiccavano perché sapevano leggere, in una società di analfabeti, perché avevano una Bibbia e la leggevano, tra persone condizionate ed obbligate ad ignorare la Scrittura, e in grado di testimoniare la loro fede, tra persone che ancora oggi non sanno nemmeno cosa sia, la loro fede. Quando, in tutto ciò, è diventato fondamentale avere un pastore, e da quando la chiesa è inutile, se non è presente il pastore, è una domanda che dovremmo farci più spesso, non tanto noi presenti, sempre e comunque, ma nei confronti di chi sparisce, o si ritiene incapace, se il pastore o la pastora mancano. Questo capitolo rende evidente come il potere cerchi sempre di piegare o fermare la Parola di Dio, ma anche di come la testimonianza del vero e del Vangelo schiacci l’oppressione e la ridicolizzi. Il Sinedrio non può condannare delle persone perché hanno fatto del bene, soprattutto perché molti hanno visto, e così tentano di impaurirli e minacciandoli, gli impongono di tacere, la risposta è già nell’aria. Prima di ascoltare cosa ha da dire Pietro, notiamo come cinquemila persone credettero, davanti alla predicazione a l tempio, ma nessuno di questi autorevoli personaggi sarà scalfito dalle parole di Pietro, perché laddove alberga la sete di potere, non c’è posto per l’amore di Dio. Pietro dunque, pronuncia quelle parole che più volte risuoneranno nella storia della Chiesa: “Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio” (At 4:19), nulla può fermare la chiesa, ormai, ma questo non vuol dire che il potere ufficiale non ci proverà, ogni volta, per tutta la storia della Chiesa.

Tornati a casa, gli apostoli sono pronti a testimoniare le grandi opere di Dio alla comunità, non solo la guarigione, ma anche la vittoria in Sinedrio, e i credenti tutti, non gli Apostoli, alzano una preghiera di ringraziamento e di lode al Signore, facendo una sola richiesta. Tutti si aspetterebbero che la Chiesa di Gerusalemme chiedesse il potere contro il potere, e invece chiedono a Dio di prendersi cura delle minacce dei potenti, e “concedi ai tuoi servi di annunziare la tua Parola in tutta franchezza, stendendo la tua mano per guarire, perché si facciano segni e prodigi mediante il nome del tuo santo servitore Gesù” (At 4:29-30). L’unico potere che serve alla comunità è l’Evangelizzazione, lasciando che sia Dio a produrre segni e prodigi.

In questa atmosfera di trionfo del nome di Gesù, si riafferma la fraternità e la comunione, e il mettere tutto in comune diventa un atto di testimonianza, non più di evasione dal mondo.

2.3 Capitolo 5

Ecco perché, dunque al capitolo 5, ci imbattiamo nella storia di Anania e Saffira. Se il mettere tutto in comune è segno di testimonianza e di appartenenza alla comunità, il tenere da parte qualcosa di proposito è segno di sfiducia, così come testimoniato dalle parole di Pietro: nessuno pretendeva una comunione totale, ma spacciare un ricavo per un altro è segno di premeditazione nel nascondere qualcosa alla Chiesa, e questo non è accettabile. Questo episodio rimane un inciso, nella storia, e non dovrebbe essere trattato con troppa importanza, se messo nel quadro dei due capitoli, in cui la positività della predicazione cristiana, i segni e i prodigi che ne derivano, e l’invidia delle autorità sono i veri fili conduttori. L’episodio agiografico del carcere è il principio di un tema che si riproporrà. Così come in molti luoghi diversi la Chiesa si scontrerà col potere, così gli episodi nelle carceri faranno notare quanta differenza c’è fra chi detiene il potere e chi è costretto a farlo rispettare, qui per prime, le guardie che non si accorgono nemmeno dell’intervento divino. Da notare, infine, l’arringa del rabbino Gamaliele, che dimostra forse un lato benevolo, nei confronti dei cristiani, da parte dell’ebraismo ortodosso: “ma se è da Dio, voi non potrete distruggerli, se non volete trovarvi a combattere anche contro Dio (At. 5:39)”. Ovviamente il risultato di questa arringa, nonostante l’apertura, è la persecuzione dei credenti, ma la gioia dei credenti per la persecuzione stessa non è tanto una masochistica voglia di essere puniti, quanto la realizzazione di quel che diceva Gamaliele, per quanto battuti, i discepoli non sono sconfitti, la predicazione continua!

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