Elia 3 – Fortunatamente non ci salviamo da soli.

Leggiamo 1 Re 19.

Abbiamo lasciato la settimana scorsa Elia prostrato alla fine del suo immane lavoro. Un lavoro titanico, che lo ha portato a scelte anche assurde, ai nostri occhi, come l’omicidio degli avversari politici, ma soprattutto che lo ha messo in ulteriore pericolo.

Ora che la pioggia è arrivata, la vera antagonista di Elia, Izebel, è pronta ad eliminare colui che lei deve interpretare come causa di tutti i suoi mali. Ai suoi occhi di pagana e nemica di Dio, sicuramente deve essere stato Elia a mandare la siccità, e ora, con un trucco da illusionista, ha convinto il popolo a mettersi contro di lei, la regina, e ha ucciso i suoi profeti.
Elia, d’altro canto, non ce la fa più, preso il suo servo, va con lui fino ai confini del regno, e poi si inoltra da solo nel deserto. L’intento è chiaro, come Giona, anche Elia vuole morire. Sebbene vincitore, sebbene abbia fatto tutto quello che gli era stato chiesto, alla fine anche Elia si sente troppo stanco per continuare.
Non è ribellione nei confronti di Dio, la sua, ma la testimonianza che fare la volontà di Dio può essere anche troppo, per un essere umano. Ai profeti è chiesto di incarnare simbolicamente tutta la potenza di Dio. Non si può essere dei veicoli di un così grande potere e rimanerne illesi, svuotati dal potere di Dio, nulla può riempirli.
Elia riconosce, alla fine della sua ordalia, di non essere migliore di chi lo ha preceduto. Si era presentato come l’ultimo vero credente, aveva affrontato eroicamente, da solo, 450 nemici, ma aveva dimenticato, come già abbiamo detto, che altri erano pronti a schierarsi con lui, come Abdia e i 100 profeti che aveva fatto nascondere. Invece di fidarsi della sua parola e della potenza di Dio, Elia aveva messo tutto se stesso nella lotta, e ne era uscito troppo stanco per vivere ancora.
A mali estremi, servono estremi rimedi, e questa volta Dio deve scendere ad intervenire, non può più mandare corvi al suo posto. Un angelo porta direttamente ad Elia del cibo cotto e acqua nel deserto. Ma Dio non giustifica Elia e accoglie il suo comportamento come un capriccio. Il vitto serve a rimettere in forze il profeta, ma se è un confronto che vuole, il viaggio deve continuare.
Noterete facilmente che non ci sono coordinate geografiche, di questo viaggio. Oreb è il monte a cui si arriva dopo 40 giorni di cammino, non andando a nord, sud, est o ovest. Vi si giunge per grazia e volere di Dio, non grazie al GPS. Il viaggio è simbolico, così come la meta. Se si è stanchi della vita, bisogna camminare a lungo, per arrivare a poter parlare con Dio, non ci si può certo accasciare sul primo sasso trovato nel deserto.
Nel momento più basso della vita di Elia, quindi, mentre, perso nel deserto, egli invoca la morte, Dio lo nutre, gli dà tempo per riposarsi ed energie per il cammino, e poi lo obbliga a ripartire, a fare un lungo viaggio di ricerca, verso una meta che può essere trovata solo se Dio vuole.

Arrivati al monte, dove Dio gioca in casa, e l’uomo è straniero, Dio chiede il perché di questo incontro. Sembra strano che Lui, che ha costretto Elia a camminare e lo ha portato fin lì, ora gli chieda cosa vuole, ma considerate che Elia ha dimostrato di non volere la morte, ma delle risposte, e ora Dio vuole sapere le sue ragioni.

Cosa può voler dire: “Io sono stato mosso da una grande gelosia per il SIGNORE, per il Dio degli eserciti, perché i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita”?

Proposta: Ho volutamente ignorato tutti quelli che sostenevano di essere credenti, perché non erano come me, ho pensato di essere rimasto da solo, perché nessuno voleva adorarti come faccio io, mi sono sentito perseguitato come da sempre perseguitano la tua chiesa, e tutti ce l’hanno con me, anche se si dicono credenti, sono il diavolo!

Il credente impegnato nella testimonianza che non si affida alla comunità, che non ne riconosce i possibili meriti, che non aiuta i fratelli e le sorelle a sviluppare i propri talenti, a volte può incorrere in questo rischio: sentirsi l’unico che lavora, quello che tira avanti la carretta, in pericolo e odiato da tutti. Un atteggiamento del genere porterà per forza di cose a considerarsi una vittima, a criticare tutto e tutti, e ad abbandonare il lavoro perché, a nostro parere, non c’è nessuno che ci aiuti.

Il messaggio di Dio è chiaro, e conosciamo questo passo da anni, Dio non è nel fragore e nella grandezza, ma è nell’umiltà e nella dolcezza. Questo non per dire che Dio non abbia potere, ma che non servono grandi opere potenti per vederlo, basta udire il suono dolce, ma anche che tutto il rumore che ci circonda potrebbe facilmente farci perdere il suono sommesso, per cui dobbiamo stare in attesa, in ascolto.
Elia si presenta davanti a Dio nel momento giusto, ma il suo esame non è finito: Dio gli ha dato tempo per pensare, riformula la stessa domanda, e ha in cambio la stessa risposta. Elia non ha capito, non ha compreso l’importanza del popolo, della comunità, pensa ancora di essere il solo salvatore. A quel punto, Dio capisce che il tempo di Elia è finito.
Elia deve passare tutte le cariche che aveva su di sé, deve spogliarsi di tutto il potere che Dio gli aveva dato, perché se non capisce di essere uno degli strumenti, e non l’unica arma, di Dio, è inutile che il Signore lo tenga ancora al suo servizio.

Prima Il Signore spiega al profeta i suoi nuovi compiti, e poi gli rivela un segreto: c’è un resto in Israele, “settemila uomini, tutti quelli il cui ginocchio non s’è piegato davanti a Baal, e la cui bocca non l’ha baciato”. Elia non è mai stato solo. La sua gelosia era immotivata. L’elite e tanta parte del popolo si era sviata, ma non tutti, e un buon profeta avrebbe dovuto riconoscere i suoi.
Elia, invece, accecato dalla rabbia aveva fatto di tutt’erba un fascio, aveva deciso di essere rimasto l’ultimo credente e aveva sprecato tutte le sue energie in un lavoro troppo grande per uno, ma leggero, per settemila.
Elia dovrà passare il potere militare a due nuovi re, e il potere profetico al suo successore, Eliseo. Questo non vuol dire che il suo lavoro sia finito. A tutti quelli che dicono “ho fatto il mio, ora sono vecchio, passo la mano”, Elia ha ancora da fare, prima di poter lasciare tutto in mano ad Eliseo.
Da un lato interpreta il comando divino, gettando il mantello sulle spalle di Eliseo, ma non ungendolo subito profeta, rimanendo ancora in campo, per un altro po’ di tempo, dall’altro, però, aspetta il rapimento di Dio, conscio che la sua opera continua fino a che è in terra, e forse continuerà anche dopo, visto che è detto che Elia torna ad annunciare il Messia. Il testo si chiude con la chiamata di Eliseo. Non vi torna in mente un passo del vangelo di Luca?

Un altro ancora gli disse: «Ti seguirò, Signore, ma lasciami prima salutare quelli di casa mia». Ma Gesù gli disse: «Nessuno che abbia messo la mano all’aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto per il regno di Dio»”.
Qui Elia è meno rigido di Gesù. Elia sa che la scelta è caduta su un ragazzo che avrà un peso enorme, molto più del semplice mantello, e pensa che un ultimo commiato alla famiglia sia più che giustificato.

Ma Eliseo non tradisce le aspettative, né di Elia, né di Dio. Non va a salutare i genitori, ma si affida al Padre. Costruisce un altare con quello che trova, usa come legna i gioghi dei buoi, e i buoi stessi come sacrificio. Si prepara al compito di profeta con un atto sacerdotale, di ringraziamento, e così Elia per primo sa di aver avuto da Dio la giusta indicazione. Eliseo che sfama la gente, prima del suo servizio, dimostra che sarà un servitore onesto, un profeta saggio e una voce per i poveri e gli oppressi. Non più il profeta supereroe, ma il profeta diacono.

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