Elia 2 – Spingersi troppo in là.

Leggiamo 1 Re 18

Con questo capitolo la storia di Elia entra nel vivo.

Il profeta che aveva la Parola di Dio sulle sue labbra prima ancora di avere la chiamata sacerdotale ha finito di nascondersi. Qui troviamo l’indicazione di tempo: tre anni sono passati, in tutto, dalla profezia fatta al re, o tre anni sono passati dalla resurrezione del figlio della vedova, poco importa, l’importante è che “molto tempo dopo”, il compito di Elia non si è ancora esaurito, anzi sta per cominciare ora.

Nella storia dell’incontro tra Elia e Abdia, il cui nome, non a caso significa “servo di Dio”, troviamo l’opinione che avevano i credenti di una figura come il profeta: potente fino all’incredibile, sfuggente, in grado di compiere imprese straordinarie, ma non affidabile, superiore ai comuni mortali, ma forse indifferente alle loro sorti: “Succederà che quando io ti avrò lasciato, lo spirito del SIGNORE ti trasporterà non so dove; io andrò a fare l’ambasciata ad Acab, ed egli, non trovandoti, mi ucciderà”. Ma non è questo il caso, Elia si presenta davvero davanti ad Acab, e anzi costringe il re stesso a muoversi per andargli incontro, spostando così l’incontro in campo neutro.

Anche la reazione di Acab è stereotipa, tipica del non credente, anzi, del potente che crede quando ha paura, e si disinteressa, anzi, diventa ostile quando pensa di avere il potere: “Sei tu colui che mette scompiglio in Israele?”. Agli occhi degli empi il giudizio di Dio è scompiglio di un ordine che a loro va benissimo, ma bisogna dire che spesso anche ai nostri occhi le parole di Dio sembrano una gran scocciatura, perché ci costringono alla conversione, al cambio di rotta, e disturbano il nostro precario equilibrio. Questo attacco di Acab, poi, porta ancora acqua al mio mulino, e alla mia (ma non solo mia) convinzione che quello che noi leggiamo, nella Bibbia, come ordini, minacce, maledizioni o condanne di Dio, in realtà non siano altro che pronunciamenti di monito, dati dall’evidenza dei fatti: la parola di Elia sulla siccità non è un castigo di Dio, ma la spiegazione di quel che sta succedendo.
Il profeta non è un portatore di scompiglio, ma un esegeta della realtà, prende ciò che succede, e lo spiega alla luce della Parola di Dio. Elia non vuole portare scompiglio in Israele, è Acab che ha scatenato la siccità, nel momento in cui ha tradito Dio in favore degli idoli stranieri: “Non sono io che metto scompiglio in Israele, ma tu e la casa di tuo padre, perché avete abbandonato i comandamenti del SIGNORE, e tu sei andato dietro ai Baali”.

La storia che segue è scritta per impressionare chi legge: Izebel ha addirittura 850 profeti di Baal e Astarte al suo servizio, ma Elia non ha alcun timore di loro. Sebbene Abdia gli abbia detto che ci sono altri 100 profeti di Dio nascosti, il profeta non ha alcuna intenzione di delegare, preferisce andare avanti da solo e organizza una gara di sacrificio.
Ai nostri occhi questa gara ha qualcosa di assurdo, e sembra più la scena di un film di Hollywood che non un resoconto attendibile. Il testo è una parodia di un sacrificio, l’ironia di Elia di un Baal “troppo distratto, forse troppo occupato”, come cantava De Andrè è a doppio taglio, perché, fuori da questo racconto, noi sappiamo che se volessimo provare la nostra santità ripetendo un atto del genere, potremmo essere apostrofati con le stesse parole che Elia usa per i profeti di Baal.
Irridere le credenze altrui è sempre molto più facile che difendere le proprie. Insomma, Elia dice bene, lo scopo di questo sacrificio impossibile non è quello di dimostrare la forza del profeta, ma “che oggi si conosca che” il Signore è “Dio in Israele, che” Elia è “(s)uo servo, e che” ha “fatto tutte queste cose per ordine” suo. Elia grida: “Rispondimi, SIGNORE, rispondimi, affinché questo popolo riconosca che tu, o SIGNORE, sei Dio, e che tu sei colui che converte il loro cuore!” Nuovamente, Elia è il buon profeta di Dio perché fa quello che Dio gli ha detto di fare, senza indugiare, e lo fa per la testimonianza, per l’evangelizzazione, per la conversione dei cuori, e per nessun altro motivo.
C’è una guerra in corso, e i perdenti devono morire. 850 persone muoiono per ordine di Elia, per mano sua, su incitamento della folla. Questo è stato fatto perché si doveva fare, ma, vedremo, non lascerà Elia del tutto sano di mente.
La morte dei sacerdoti di Baal e Astarte è la conclusione della scena cinematografica della gara di olocausti, ma è anche la sconfitta psicologica e spirituale di Elia.
Ad Acab, invece, interessa poco quel che vede, per lui tutto il culto è solo un modo per tenere buoni i suoi sudditi e le potenze che potrebbero attaccarlo, a lui non importa nulla né di Baal, né di Dio, come tutti i potenti di tutte le epoche, non crede in Dio perché non può pensare che qualcuno sia più potente di lui.
Elia, d’altro canto, è prostrato, e infatti il testo ci dice: “Elia salì in vetta al Carmelo; e, gettatosi a terra, si mise la faccia tra le ginocchia”. Il suo colpo di scena è esaurito, ora, e solo ora, il profeta teme veramente. Alla sua parola sarebbe tornata l’acqua, questi erano i patti, ma questi patti non possono essere rispettati da Elia, il profeta è nelle mani di Dio come tutti gli altri.
Elia è così prostrato e terrorizzato che manda il servo a vedere se il suo ordine sarà eseguito dalle nuvole. Dio è fedele alla sua parola, anche quando detta dalla bocca del profeta, la pioggia scende, ed Elia ci dimostra che, anche se prostrato, non è sconfitto, e rimane potente: quando il re sale a cavallo, lui, a piedi, lo supera e lo precede nella città regale.

Elia si è dimostrato il supereroe della Bibbia, il profeta forse più potente in opere e atti. Ma quest’uomo così potente, riuscirà a salvare se stesso?

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