Giona, molto più di una balena. 2 – Grazia e grazie vengono quando meno te le aspetti.

Capitolo 2: Grazia e grazie vengono quando meno te le aspetti.

Abbiamo lasciato Giona nell’abisso del mare. Abbiamo visto, la settimana scorsa, come il primo capitolo di questo libro sembri una storia a se stante, una storia di delitto e castigo, con un inizio, uno svolgimento e una conclusione. Giona è chiamato ad adempiere un comando di Dio, si rifiuta andando dal lato opposto, fugge per mare, ma Dio scatena su di lui e sulla nave che lo ospita una tempesta mortale. Giona non si lamenta, non si pente, ma sa che solo la sua morte potrà salvare il resto dell’equipaggio della nave, per cui si fa immolare, e i marinai possono sopravvivere. Anzi, di più, possono convertirsi, e cominciare a vivere!

La storia potrebbe finire qui, ma è solo l’inizio. Il secondo capitolo si apre con l’assicurazione che Dio non ha decretato la morte del suo profeta, ma l’ubbidienza del suo comandamento. Il Signore manda un grande pesce, e quindi, non una balena, che è un mammifero e non un pesce, a inghiottire Giona. Se volete sapere come il grande pesce sia diventato una balena, chiedetelo a Collodi, è lui che equipara il suo Geppetto a Giona, e che decide che tipo di animale marino doveva essere. Da lì viene la nostra tradizione. Il pesce in questione è un pesce strano, inghiotte, ma non digerisce. Tre giorni e tre notti Giona ha per pensare alle sue malefatte. Gesù e la nascente chiesa decise che c’era una connessione diretta tra i tre giorni di Giona nel ventre del pesce e i tre giorni di Gesù nel ventre della terra, sebbene Gesù non sia mai fuggito davanti ai suoi compiti. Questo strano pesce, che sembra più un comodo sacco che non un mostro marino, ha duplice funzione di contenitore e di trasportatore di profeta. Il problema è quello che c’è dentro. Giona ha abdicato al suo ruolo profetico, ha abbandonato la sua missione, ha rinnegato il suo Dio, e sebbene si ritenga ancora profeta del Dio altissimo, è al suo Dio che ora deve dimostrare di essere quello che aveva profetizzato a Geroboamo e a Gerusalemme. Deve dimostrare di essere veramente ebreo e temere il Signore, come ha affermato ai marinai.

E qui accade il miracolo. Non che un uomo sopravviva tre giorni nel ventre di un pesce, non che sia trasportato per mare, non che si renda conto della sua situazione e tema Dio, ma che dalla sua bocca esca prima di tutto un canto di ringraziamento.

«Io ho gridato al SIGNORE, dal fondo della mia angoscia, ed egli mi ha risposto; dalla profondità del soggiorno dei morti ho gridato e tu hai udito la mia voce. Tu mi hai gettato nell’abisso, nel cuore del mare; la corrente mi ha circondato, tutte le tue onde e tutti i tuoi flutti mi hanno travolto. Io dicevo: “Sono cacciato lontano dal tuo sguardo! Come potrei vedere ancora il tuo tempio santo?” Le acque mi hanno sommerso; l’abisso mi ha inghiottito; le alghe si sono attorcigliate alla mia testa. Sono sprofondato fino alle radici dei monti; la terra ha chiuso le sue sbarre su di me per sempre; ma tu mi hai fatto risalire dalla fossa, o SIGNORE, mio Dio! Quando la vita veniva meno in me, io mi sono ricordato del SIGNORE e la mia preghiera è giunta fino a te, nel tuo tempio santo. Quelli che onorano gli idoli vani allontanano da sé la grazia; ma io ti offrirò sacrifici, con canti di lode; adempirò i voti che ho fatto. La salvezza viene dal SIGNORE».

Si, certo, c’è il fondo dell’angoscia, un abisso che oltre che assomigliare al soggiorno dei morti deve puzzare anche molto di pesce, ma quando la vita veniva meno in Giona, finalmente egli si è ricordato del Signore, non come un mendicante che bussa alla porta del ricco per pochi spiccioli, non come il servo che torna strisciando dal padrone, con la faccia di bronzo e la speranza nel cuore, ma come colui che sa, ha sempre saputo, che il proprio Signore è un Dio di Salvezza, non di condanna. Il primo capitolo finisce con una morte certa, ma solo chi non conosce Dio può aspettarsi che cali il sipario. Chi conosce il Signore della misericordia sa che da Lui non ci si aspetta altro che vita, e vita in abbondanza. Certo, nel gioco delle parti, il Signore qui è il governante potente che esprime il suo potere per costringere il suddito irrequieto, ma non è Sua volontà distruggere Giona, e nel momento in cui il profeta ricorda, sa che la salvezza per lui è certa, così come certo è che la sua missione a Ninive dovrà essere portata a termine.

Molti saggi nei secoli ci hanno detto che questa poesia, questo grido di ringraziamento e di salvezza è molto più antico di Giona, più antico della scrittura del libro che stiamo analizzando. Questa nozione potrebbe portarci fuori strada, il senso non è che un elemento più antico si sia introdotto nel racconto, ma se mai il contrario, un elemento familiare è stato usato al momento giusto. Sarebbe stato difficile per Giona, nel ventre di un enorme pesce, dopo tre giorni e tre notti, inventare qualcosa di unico, e magari poetico, per cavarsi di impiccio. Come abbiamo detto, il cambiamento nell’atteggiamento di Giona non si ha per un cambiamento di idea, ma perché Giona ha ricordato qualcosa che sapeva già. Come ha ricordato che il Signore è Dio di salvezza, così dalla sua memoria, dal suo cuore, si direbbe in ebraico, scaturisce un canto, un salmo che aveva un senso metaforico, fino a quel momento, ma ora che è sceso veramente alle radici dei monti, che ha veramente incontrato l’abisso, diventa un resoconto accurato dei fatti, qualcosa per cui vale la pena vivere, e raccontare.

Chissà se, parlando di quelli che adorano idoli vani, Giona pensava ai marinai che aveva lasciato sopra il mare, nella sua situazione non può sapere della conversione, non può immaginare che anche loro hanno promesso di adempiere dei voti, di sacrificare all’unico Dio. Giona pensa di distaccarsi da dei pagani, e invece, con il suo salmo, si avvicina a nuovi fratelli, che lui non ha conosciuto ancora, ma che non sarebbero dove sono, senza di lui. Questo riavvicinamento a reciproca insaputa rende l’adempimento della missione ancora più necessario, quasi urgente, e il pesce, dopo tre giorni vomita Giona dove avrebbe dovuto essere sin dal principio, sulla via per Ninive. Il pesce, su comando di Dio, apre la bocca ed espelle di getto il profeta. Giona, arrivato a Ninive dovrà imitarlo, aprirà la bocca, ed espellerà di getto il giudizio di Dio, come il Signore gli aveva comandato.

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