Appunti sul peccato

(Nuova entry, che farà slittare i post vecchi. Questa settimana un quasi sermone piuttosto fresco, abbastanza lungo e speriamo comprensibile.)

Da leggere: Genesi 3:1-6
2Samuele 11-12:14

Il Peccato, come affrontarlo?

Da sempre, uno dei testi più amati dai cristiani è una frase del discorso di Gesù a Nicodemo: Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. (Gv. 3:16)
Ora, non fossi io cristiano, chiederei: perché dovrei perire? Chi mi vuole così male?
Chiunque cristiano lo sia, o ne abbia almeno sentito parlare uno, sa che l’uomo deve morire, a causa del peccato.Ma perché questo peccato ci condiziona così tanto? E come lo dobbiamo affrontare?
Ultimamente, la religione organizzata maggioritaria in Italia, ha, rispettivamente, molto o poco da dire sul peccato.
Ha molto da dire sul peccato degli altri. Ha poco da dire sul proprio.
Primo tra tutti i mali deprecati si erge l’aborto. Cosa pensa il cattolicesimo dell’aborto? Se l’aborto è un male, non ci può essere una legge a favore, ma ci deve essere una legge contro.
Secondo questa visione:
Un peccato grave pretende una legge valida per tutti che lo sanzioni.

Alcuni ritengono strano che questa “nuova” chiesa, così attenta alla dirittura morale, non abbia nulla da dire nei molteplici casi di supposta pedofilia da parte di sacerdoti. Il Vaticano afferma che il loro primo pensiero è alla giustizia per le vittime, mediante il giudizio dei peccatori.
Eppure, anche il giudizio dei peccatori non può essere che una porta aperta al perdono:
Un peccato grave non esclude dal perdono e dalla riconciliazione.

Queste due frasi non formano solo il movimento vaticano nei confronti del peccato, ma anzi pretendono di essere il metodo con cui noi ci avviciniamo al peccato.
Severità, perdono, riconciliazione.
Vi sono diverse visioni del peccato, diversi metodi di riconoscerlo e forse, diversi metodi di contrapporsi ad esso. Analizziamone alcune.

Il peccato come Taglione: Severità e Favoritismo.

Il primo punto di vista è quello che mi piace meno.
Lo chiamerò, in onore della politica attuale, la visione giustizialista.
Nella visione giustizialista, il peccato è semplice: una giurisprudenza millenaria ci ha tramandato una chiara lista di cosa si fa, cosa non si fa, e come si viene puniti se si trasgredisce.
In tutti gli ambiti della vita cristiana, in ogni movimento, denominazione, confessione, gruppo e chiesa, questa visione dà i maggiori problemi.
Adamo ed Eva commettono reato andando dietro al Serpente e vengono condannati ad una vita amara e mortale. Primo evento nella Bibbia, primo grande punto a favore di chi sostiene che Dio, se c’è, è tutt’altro che buono.
Come può essere buono chi dà una pena così grande?
Come si può vivere se la condanna è a morte?
L’immagine giustizialista di Dio è di un Dio severo fino alla crudeltà, che crea l’uomo inferiore a se stesso, ma pretende di giudicarlo secondo la sua misura, il perfetto crea il limitato e poi lo giudica per la sua limitatezza.
L’umanità è spacciata sin dal primo giorno.

Su Davide, rinfreschiamo la storia a chi non se la ricorda: Davide vede Betsabea, una bella fanciulla e sebbene sappia che lei è sposata, la concupisce, mettendola pure incinta. Questo è adulterio, secondo la Legge di Dio, la morte è assicurata ad entrambi. Certo, essendo Davide un pezzo grosso, cerca di porre rimedio, e il primo sistema non è nemmeno malaccio: visto che il marito di Betsabea è al fronte, lo fa richiamare, sperando che lui si apparti con la moglie e che il figlio possa essere così ritenuto legittimo. La cosa non funziona, non perché Uria non voglia, ma perché è un ottimo uomo, probo, rispettoso di Dio, del re e dei suoi compagni, e mai approfitterebbe degli agi di casa, mentre la guerra attanaglia i suoi commilitoni.
Il piano di Davide va a farsi friggere perché Uria è un uomo migliore di lui.
Davide così è quasi costretto a farlo fuori, prima che il fattaccio si scopra, e il Generale delle truppe, quando questo succede, manda a ricordare al Re, che se tanta gente è morta in una sortita delle truppe nemiche, non è per colpa sua, ma perché il re lo aveva chiesto.

A questo punto arriva Nathan, profeta di Dio e consigliere di Davide, con un messaggio di Dio:
Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo signore e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo signore; ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e, se questo era troppo poco, vi avrei aggiunto anche dell’altro. Perché dunque hai disprezzato la parola del SIGNORE, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai fatto uccidere Uria, l’Ittita, hai preso per te sua moglie e hai ucciso lui con la spada dei figli di Ammon. Ora dunque la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché tu mi hai disprezzato e hai preso per te la moglie di Uria, l’Ittita. (2Sam. 12:7b-10)
Ora, avendo letto la storia di Adamo ed Eva, e conoscendo la Legge, ci aspettiamo che Davide caschi morto da un momento all’altro, e Dio, invece, non solo lo perdona, ma fa cadere il peccato sul figlio, che morirà, e sulla casata di Davide, che non avrà pace.
Davide si pente e viene salvato, ma come ribattere alla morte di un innocente?
Come vedete il metodo giustizialista non spiega nulla, anzi, peggiora le cose, e così ci ritroviamo a non capire più dove sta la giustizia di Dio, e come operi e sia eliminato il peccato.
Sembra un Dio con due pesi e due misure, troppo generoso con Davide, forse troppo severo con Adamo ed Eva.

Peccato: Essere Più che Umano

Proviamo un altro punto di vista: il peccato di orgoglio.
Alcuni teologi, sin dai primordi della cristianità, ponevano l’accento del peccato originale sul “sarete come Dio”, suggerito dal Serpente e paventato da Dio. Ecco dunque che il peccato dell’uomo è voler essere come Dio, superare i limiti da Dio imposti e volare verso l’infinito. Nella peggiore delle ipotesi, il peccato di orgoglio è quello del Diavolo che si rifiuta di inchinarsi davanti all’uomo, così inferiore a lui, e con le parole di poeta Milton, preferisce Regnare all’inferno che servire in paradiso!
Nella migliore delle ipotesi, il peccato di orgoglio si esprime nell’incontro dell’uomo con la creazione, è l’egoismo, ovvero la volontà di potenza, l’inclinazione dell’uomo a sottomettere l’intero creato e a mettersi al centro dell’universo.
Così il peccato diventa voler essere sempre di più, volere sempre di più, avere e consumare sempre di più.
È innegabile che questa visione sia presente nei due racconti proposti: nel voler essere “come Dio”, Adamo ed Eva cadono dalla grazia, nel volere ciò che non era stato stabilito per lui, ma per un altro, nel caso di Davide.
Se pensiamo al peccato così come ne veniamo a conoscenza noi, i conti tornano. Le invidie, magari piccole, le trasgressioni, gli atti illegali, le cattiverie, sono frutto di un egoismo che a volte non arriva alla volontà di sottomettere il mondo, ma spesso ci si avvicina. Il nostro mondo occidentale è caratterizzato dalla smania del nuovo e del progresso, che inevitabilmente ci fa pensare di essere migliori di ieri. Abbiamo sconfitto le malattie, eppure i nostri antibiotici hanno prodotto virus che non muoiono così facilmente, l’aumento della potenza e della precisione delle armi non ha estinto la guerra, anzi!
Per opporci a questo, tendiamo allora allo spirituale, al metafisico, cercando di negare la nostra umanità. Commettiamo lo stesso sbaglio degli Gnostici che al tempo della prima Chiesa negavano l’umanità di Cristo, perché un Cristo umano è un Cristo sporco, malato, inferiore, e chi vorrebbe un Dio inferiore?
Eppure, prima ancora di scoprire l’incarnazione, il popolo di Dio sapeva di essere fatto a Sua immagine, secondo la Sua somiglianza.
Questo significa che in parte essere umani è già un essere come Dio, per sua primaria intenzione, e che tendere ad una maggiore unificazione col divino, in realtà e voler essere superiori a Dio, superiori anche alla nostra umanità piena, totalmente realizzata.
Essere sopra Dio, essere più che umani, è ben più che una scorrettezza metafisica, è un tradimento della volontà di Dio per noi, di essere come noi, come Lui.

Eppure sempre si pecca perché ci si vuole ribellare, o si vuole avere di più.
Prendete una ragazza. Viene da una famiglia difficile, senza padre, la madre ha avuto diverse storie, spesso con uomini violenti. La ragazza entra in chiesa grazie al gruppo giovani, segue le attività e il culto, chiede di essere battezzata. Si sa che la ragazza frequenta un personaggio non molto gradito, un capellone senza lavoro né prospettive. Poco dopo il battesimo, la ragazza dice di essere incinta e che il capellone l’ha mollata. La madre, tra l’altro, non l’ha presa bene e ora vuole cacciarla di casa. Ora, si potrebbe tornare al modello precedente, e sostenere che la ragazza ha trasgredito, perché voleva fare di testa sua, e che ora, secondo il primo modello, avrà la sua punizione.

A questo punto:
La colpa è solo della ragazza? Di sicuro aver avuto una famiglia instabile e un modello scostante possa aver influito grandemente.
Se lei è la vittima del suo peccato, come si può annunciare il giudizio e il perdono, senza sembrare retorici e facendo per lei qualcosa che sia più di una pacca sulla spalla? Come si fa a cancellare il senso di colpa, l’accusa implicita, la vergogna di una persona che ha inciampato, magari malamente, in una vita per nulla facile?

Peccato: Essere Meno che Umano

Esistono, nelle nostre vite, esempi reali dove il peccato non è fatto per voler essere più che umani, ma spesso perché non ci si riconosce come abbastanza umani.
Chi sono io per potermi permettere di avere una vita normale?
Non mi merito le cose belle che mi succedono.
Ho paura di fallire.
Non ho paura, so già che fallirò.
In fondo, è la paura di non essere all’altezza, che spinge Eva verso la mela.
La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza. (Gn. 3:6)
Magari, col frutto dell’albero, potrei essere più vicino a Dio, capire quel che non comprendo ancora. Abbiamo spesso la tendenza a lasciarci andare al vittimismo, oppure a perpetrare le scelte sbagliate per paura del cambiamento.
È la paura di essere inadeguati davanti a Dio che fa credere al Serpente, che rimane un animale, ovvero una creatura di cui dovevamo prenderci cura, avere potere, e che invece ha potere su di noi.

Non solo ci dimentichiamo di essere fatti ad immagine di Dio, ma crediamo sia impossibile arrivare alla sua somiglianza.
Non sto parlando di depressione, qui, ma di peccato. Il peccato che si annida nell’auto-giustificazione, nella ripetizione di schemi che sappiamo sbagliati, ma che preferiamo rimettere in atto per paura di quel che ci aspetterebbe se cambiassimo.
È da questi pensieri che la Scrittura ci chiede conversione. E, come il profeta Natan agli occhi di Davide, così la Parola ci mette di fronte la nostra mancanza, perché noi possiamo essere pieni di rabbia e pentirci, convertirci e chiedere perdono per il nostro peccato.
Eppure il peccato è fatto!
Come deve essersi sentito Davide, quando, sperando che Uria scendesse a dormire con sua moglie si è sentito rispondere: L’arca, Israele e Giuda stanno sotto le tende, Ioab mio signore e i suoi servi sono accampati in aperta campagna e io entrerei in casa mia per mangiare, bere e per coricarmi con mia moglie? Com’è vero che il SIGNORE vive e che anche tu vivi, io non farò questo! (2 Sam. 11:11).
Avere davanti agli occhi il proprio peccato, è già devastante, avere lezioni inconsapevoli di umanità da chi avete tradito è insostenibile.
Ecco dunque che per superare il peccato che ci rende meno che umani, l’unica soluzione che Dio stesso trova è scendere ad insegnarci la vera umanità, non attraverso punizioni troppo grandi, ma incarnandosi, nell’uomo Gesù, per liberarci, con l’esempio, dalla nostra paura di essere inadatti, inaffidabili, creati male. Impariamo a peccare prima di imparare cosa sia il peccato, eppure la nostra meta rimane quella dell’essere veramente umani, nella nostra limitatezza, e nella nostra forza, nei nostri fallimenti, e nella capacità di rialzarci. Cristo così non è il modello di uomo perfetto, divino, al quale tendere senza mai potersi avvicinare, ma la dimostrazione che essere esseri umani, degni dell’immagine di Dio, che provano a vivere la somiglianza con lui, è il nostro vero obbiettivo.
Liberarsi dal peccato non è tendere alla divinità, ma tendere alla creazione, saldi nella Sua immagine, in movimento verso la Sua somiglianza.

Peccato: Basilare sfiducia

C’è ancora un punto di vista sul peccato che mi ha fatto molto riflettere. Il peccato certo è frutto e causa di egoismo e voglia di giudicare, ma affonda le sue radici nella basilare mancanza di fiducia dell’essere umano.
Il primo approccio a Dio, il primo movimento della nostra relazione con Lui è la mancanza di fiducia nelle Sue vie.
Si potrebbe pensare che sia l’esatto contrario, cosa ci stiamo a fare qui, se non abbiamo fede?
E cos’è la fede, se non fiducia? Confidare in Dio è quel che professiamo, tutte le domeniche.
Eppure la Bibbia, tutta la Bibbia, è un continuo ricordare la fiducia di Dio, lamentare la mancanza di fiducia, pregare perché il popolo ritrovi la fiducia, appellarsi alla conversione, all’abbandono degli idoli, e il ritorno a Dio.

La sfiducia nei confronti di Dio comincia presto, nella storia umana. Il Serpente insinua che Dio abbia mentito ed Eva le crede, come ho già detto smette di credere al Creatore per credere alla creatura. Eppure si può veramente dire che nei pensieri di Eva ci sia la ribellione?
C’è molta paura, nel movimento di Eva verso l’albero. Paura che, in fondo, Dio non le abbia dato tutto il necessario, il meglio per lei, ma che le abbia nascosto qualcosa che potrebbe giovarle. Il suo, pensiamoci bene, è un atto in buona fede:La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza, perché non mangiare?

E di fiducia parla anche Natan, la fiducia che Dio ha concesso a Davide, e che gli porta a chiedergli:Perché dunque hai disprezzato la parola del SIGNORE, facendo ciò che è male ai suoi occhi?

Perché non ti sei fidato delle benedizioni di Dio, e hai preso ciò che non doveva essere tuo?

La sfiducia è tratto costante nella Bibbia, dalle mormorazioni nel Deserto, alle accuse dei Profeti, ai Salmi che chiedono di confidare in Dio, e se lo chiedono, vuol dire che serve, fino a Gesù, che spesso fa della fiducia in Dio, e in Lui in quanto Messia, la chiave di comprensione del suo ministero.
Cosa può fare, in questo caso, la comunità per il peccato come sfiducia? Innanzi tutto deve sforzarsi di essere un luogo dove le persone si fidano gli uni degli altri. Posso essere in disaccordo con qualcuno, ma dovessi cadere, mi sosterrebbero? O mi lascerebbero andare?
La mancanza di fiducia è una malattia mortale, che parte dalla relazione personale e si allarga al contesto, e dal contesto viene infettata nella vita delle persone.
L’unica vera soluzione è confidare in colui che ci ha salvati, a lui affidare la nostra mancanza di fiducia e con lui, e con il suo Spirito, lavorare perché l’eventuale altrui scarsa fiducia sia sanata.
La comunità è un grande spazio di comunione, con tutti i difetti che abbiamo non ci vuole molto a vedere che ci comportiamo mediamente meglio, nel gruppo ristretto, di come va il mondo fuori. Non molto meglio, ma qualcosa facciamo. Eppure il nostro sforzo non può essere che quello di migliorare, di aumentare i legami, di coltivare la fiducia, di superare l’egoismo, il senso di inadeguatezza, la voglia di giudicare.
Il peccato e le sue conseguenze.
Il peccato che noi perdoniamo, quando lo perdoniamo, spesso non svanisce come per magia, comunque, e ce ne rendiamo conto da soli. Problemi risolti, sepolti, mai chiariti, riemergono, anche quando la causa prima ha cessato di esistere.
Il vero punto dolente, è che il peccato singolo, superabile, a volte cambia le cose, o mette in movimento situazioni che riverberano i danni nel tempo, ingigantiscono i problemi e li rendono barriere insormontabili.
Il peccato, dunque, ha la terribile caratteristica di distorcere la realtà, di propagare i suoi effetti nel tempo, oltre il perdono, a volte, e di allungare la via della riconciliazione.
Così nella storia di Davide e Betsabea, il peccato di Davide, anche se perdonato, fa nascere in una condizione precaria il figlio di quel peccato, e si riverbererà nelle azioni della casa di Davide, fino alla rovina annunciata da Natan. Leggendo il racconto biblico, ogni generazione ha le sue colpe, e non si può chiamare il giudizio di Dio condanna, ma piuttosto, come nel racconto biblico, amara considerazione sui risultati di un’azione che, per prima, non sarebbe mai dovuta accadere.

Non penso esista una sola casistica per il peccato. Non siamo soliti fare lunghe liste di peccati e di punizioni, e non solo perché professiamo la salvezza per grazia, ma perché, come dice la lettera di Giovanni, sappiamo di essere noi per primi, ad essere pieni di peccato.
Il peccato grave è frutto di un sistema perverso, che mischia la tendenza a giudicare, la volontà di potenza, l’egoismo, il senso di inadeguatezza e la mancanza di fiducia, reciproca e verso Dio. Non solo, ma in questo sistema perverso, gli effetti del peccato riemergono anche quando il fatto stesso ha cessato di turbare la comunità e il singolo.
Il peccato, dunque, ha bisogno di attenzione al contesto, cura della vittima e del carnefice, particolare attenzione alla reazione interna ed esterna della comunità e dei singoli, perché il nostro peccato non si aggiunga a quello che abbiamo davanti.
Il Signore è il primo a sapere che tutto questo non si può mettere nero su bianco, una volta per tutte, se non prendendo su di sé la vera umanità, con tutti i suoi limiti, quelli negativi e quelli positivamente costituenti, e redimendola, riequilibrando la vita e l’esperienza umana, riportandola ad un campo d’azione che sia allo stesso tempo facile e fruttuoso da esplorare e in cui vivere, per avvicinarsi alla Sua immagine, più simili alla nostra somiglianza.
Allo stesso modo, il peccato esiste, ed esistono i peccati, che il Dio fedele e giusto ci perdona e ci esorta a perdonare. Non esiste peccato senza possibilità di riconciliazione, eppure sappiamo quanto sia difficile.
Perdonare un peccato è tutt’altro che facile, che sia nostro o altrui.
Bisogna distruggere il giudizio e sostituirlo con la comprensione, smontare l’egoismo, avere fiducia in se stessi e nell’accompagnamento da parte di Dio. Bisogna credere veramente che se chiediamo qualcosa, Dio ce lo darà.
Bisogna credere veramente Dio esiste, è presente per noi, che possiamo fidarci di lui.
E bisogna fare questo cammino ogni giorno, ogni volta, per ogni cosa che ci succede, che ci è successa e i cui rovi ancora intralciano e ostacolano il nostro cammino.
Il peccato non ha solo bisogno di perdono e riconciliazione, ma di costanza, attenzione, fiducia reciproca.
Come si fa? Con pazienza. Con amore. Con fiducia.

Con l’aiuto di Dio, che è fedele e reclama fedeltà.

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