Ohiboh!

Pubblicato la prima volta il 01/12/2007

Il guaio dell’esser cristiani, è che a volte bisogna concordare.
Già, mai si sarebbe detto possibile, ma con buona parte della nuova lettera circolare di Benedetto XVI non si può che concordare.

Sin dal principio, il lettore cristiano non può che trovarsi concorde con l’autore nell’affermare con Paolo che “siamo stati salvati in speranza”, cosicché la lettura dell’enciclica si fa compimento di ecumenismo, parola in cui protestanti, ortodossi e cattolici possono trovarsi insieme, nella speranza che Cristo dona.

Anzi, il lettore evangelico si trova frastornato nell’osservare come quel “fede è certezza di cose che si sperano”, tanto caro alla nostra testimonianza cristiana è citato da Benedetto XVI come punto di possibile incontro; ci si rallegra nel venire a conoscenza che in quella “hypostasis” cattolici e protestanti possano concordare che, qualunque sia l’interpretazione finale, la fede sia uno “stare”, una presenza viva, non un’idea lontana.

La vita eterna, che segue la fede dappresso, è di certo un punto caldo dell’agenda evangelica, sospeso tra chi la proclama a spron battuto e chi la vorrebbe sottrarre alla speculazione umana, e lasciarla all’agire di Dio, ma anche in questo caso, si legge con piacere che la chiamata alla “vera vita” è chiamata alla pienezza di vita, che in Cristo riempie l’esistenza tutta.

Tutto sommato, e qui la sorpresa, soprattutto per un battista, si fa grande, anche la sezione sull’individualismo è condivisibile, sebbene alcune stranezze possano essere notate quando, per il sostegno del mondo, si cita l’utilità del monastero e si tace la fondamentale necessità della vita cristiana nella comunità locale, terreno fecondo sia per il germogliare della fede che per il lavoro cristiano.
A quegli evangelici che fondano la propria testimonianza sulla responsabilità personale, poi, questo tentativo di esautorare l’individuo dalla pienezza della relazione con Cristo risulta lievemente cacofonico, ma si perdonano all’autore alcune dissonanze, quando il discorso si vuole articolare intorno ad un tema così centrale come la speranza cristiana.

Noto, a livello del tutto personale, lo ammetto, le prime note dolenti quando si comincia a parlare del rapporto tra fede e ragione.
A mio modesto parere, Benedetto XVI troppo spesso, nei suoi appelli alla ragione e alla fede, fa sfoggio di doti di illusionismo, per assumere, con frasi accuratamente calibrate, conclusioni che trovo a volte sconcertanti.
Per esempio, nel paragrafo 23, l’enciclica afferma:

“Per questo la ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione.”

Ora, difficilmente qualcuno potrebbe dissentire, ma letto attentamente, il passaggio pone le basi per una interdipendenza tra ragione e fede che difficilmente potrei accettare a cuor leggero. Dato che, come si è detto, la fede è comunitaria, se ne deduce che la ragione individuale ha bisogno di detta comunità per “realizzare la propria natura”. Ora, in un contesto assembleare, tipico della Riforma, l’affermazione è non solo da approvare, ma da incidere ad eterna memoria, ma in caso di una gerarchia solida, il rischio che la fede della comunità sia interpretata dalla ragione della gerarchia a danno della ragione dell’individuo si fa, a mio parere, troppo palpabile perché si possa liquidare senza menzione.
Ecco dunque che la sacrosanta critica della fede individualistica tende insopportabilmente alla critica della fede individuale, che è base per quel sacerdozio universale dei credenti che, pur se vissuto inderogabilmente in una comunità, non può che essere rivendicato dagli evangelici con voce ferma e squillante.

Benedetto XVI poi, non finisce di stupire con accenni alla missione che entusiasmerebbero ogni evangelico, a conclusione del discorso sul Giudizio, l’enciclica proclama:

“Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale.” (49)

Parole degne di un William Carey!
Purtroppo la Scrittura ci ammonisce che nessuno si salva da solo, e la stessa enciclica ricorda come il giudizio sia la divina unione di giustizia e grazia. Questa visione della missione, così saldamente legata all’intercessione, e quindi alla ragione di fede contro la ragion di stato, non può che lasciare gli evangelici a dir poco perplessi, e il sottoscritto amareggiato.

L’amarezza si muta in sconfitta, la forza in debolezza, la concordia in rassegnato scorno quando l’enciclica viene a trattare l’ultimo suo punto: “Maria stella della speranza”. L’apologia e la polemica vanno avanti da secoli, tutto sommato un cammino di reciproca comprensione è iniziato, e non voglio essere io a farlo inciampare, ma non posso trascurare, nella mia analisi, proposizioni come questa:

“Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata.”

L’emblema di queste persone altri non sarebbe che Maria ultraterrena, superumana, togliendo, mi spiace dirlo, salutare spazio al Cristo.
Anche in questo la dottrina evangelica non può chinare il capo, ” Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” dice la Prima Timoteo.

Se anche fosse vero che la luce di Dio sia lontana, egli stesso è sceso a noi e si è fatto vicino. Se anche fosse vero che abbiamo bisogno di persone che ci donino luce, abbiamo una “luce per noi” nella persona di Cristo Vera Luce di Dio e Vero Uomo per noi.
Se è poi la relazione umana che ci fa saldi, allora è la comunità in cui siamo sostenuti e sosteniamo, mediante la luce che Cristo non ha mai fatto mancare.

Il guaio dell’esser cristiani, è che a volte bisogna concordare.
Già, mai si sarebbe detto possibile, ma con buona parte della nuova lettera circolare di Benedetto XVI non si può che concordare.

Sin dal principio, il lettore cristiano non può che trovarsi concorde con l’autore nell’affermare con Paolo che “siamo stati salvati in speranza”, cosicché la lettura dell’enciclica si fa compimento di ecumenismo, parola in cui protestanti, ortodossi e cattolici possono trovarsi insieme, nella speranza che Cristo dona.

Anzi, il lettore evangelico si trova frastornato nell’osservare come quel “fede è certezza di cose che si sperano”, tanto caro alla nostra testimonianza cristiana è citato da Benedetto XVI come punto di possibile incontro; ci si rallegra nel venire a conoscenza che in quella “hypostasis” cattolici e protestanti possano concordare che, qualunque sia l’interpretazione finale, la fede sia uno “stare”, una presenza viva, non un’idea lontana.

La vita eterna, che segue la fede dappresso, è di certo un punto caldo dell’agenda evangelica, sospeso tra chi la proclama a spron battuto e chi la vorrebbe sottrarre alla speculazione umana, e lasciarla all’agire di Dio, ma anche in questo caso, si legge con piacere che la chiamata alla “vera vita” è chiamata alla pienezza di vita, che in Cristo riempie l’esistenza tutta.

Tutto sommato, e qui la sorpresa, soprattutto per un battista, si fa grande, anche la sezione sull’individualismo è condivisibile, sebbene alcune stranezze possano essere notate quando, per il sostegno del mondo, si cita l’utilità del monastero e si tace la fondamentale necessità della vita cristiana nella comunità locale, terreno fecondo sia per il germogliare della fede che per il lavoro cristiano.
A quegli evangelici che fondano la propria testimonianza sulla responsabilità personale, poi, questo tentativo di esautorare l’individuo dalla pienezza della relazione con Cristo risulta lievemente cacofonico, ma si perdonano all’autore alcune dissonanze, quando il discorso si vuole articolare intorno ad un tema così centrale come la speranza cristiana.

Noto, a livello del tutto personale, lo ammetto, le prime note dolenti quando si comincia a parlare del rapporto tra fede e ragione.
A mio modesto parere, Benedetto XVI troppo spesso, nei suoi appelli alla ragione e alla fede, fa sfoggio di doti di illusionismo, per assumere, con frasi accuratamente calibrate, conclusioni che trovo a volte sconcertanti.
Per esempio, nel paragrafo 23, l’enciclica afferma:

“Per questo la ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione.”

Ora, difficilmente qualcuno potrebbe dissentire, ma letto attentamente, il passaggio pone le basi per una interdipendenza tra ragione e fede che difficilmente potrei accettare a cuor leggero. Dato che, come si è detto, la fede è comunitaria, se ne deduce che la ragione individuale ha bisogno di detta comunità per “realizzare la propria natura”. Ora, in un contesto assembleare, tipico della Riforma, l’affermazione è non solo da approvare, ma da incidere ad eterna memoria, ma in caso di una gerarchia solida, il rischio che la fede della comunità sia interpretata dalla ragione della gerarchia a danno della ragione dell’individuo si fa, a mio parere, troppo palpabile perché si possa liquidare senza menzione.
Ecco dunque che la sacrosanta critica della fede individualistica tende insopportabilmente alla critica della fede individuale, che è base per quel sacerdozio universale dei credenti che, pur se vissuto inderogabilmente in una comunità, non può che essere rivendicato dagli evangelici con voce ferma e squillante.

Benedetto XVI poi, non finisce di stupire con accenni alla missione che entusiasmerebbero ogni evangelico, a conclusione del discorso sul Giudizio, l’enciclica proclama:

“Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale.” (49)

Parole degne di un William Carey!
Purtroppo la Scrittura ci ammonisce che nessuno si salva da solo, e la stessa enciclica ricorda come il giudizio sia la divina unione di giustizia e grazia. Questa visione della missione, così saldamente legata all’intercessione, e quindi alla ragione di fede contro la ragion di stato, non può che lasciare gli evangelici a dir poco perplessi, e il sottoscritto amareggiato.

L’amarezza si muta in sconfitta, la forza in debolezza, la concordia in rassegnato scorno quando l’enciclica viene a trattare l’ultimo suo punto: “Maria stella della speranza”. L’apologia e la polemica vanno avanti da secoli, tutto sommato un cammino di reciproca comprensione è iniziato, e non voglio essere io a farlo inciampare, ma non posso trascurare, nella mia analisi, proposizioni come questa:

“Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata.”

L’emblema di queste persone altri non sarebbe che Maria ultraterrena, superumana, togliendo, mi spiace dirlo, salutare spazio al Cristo.
Anche in questo la dottrina evangelica non può chinare il capo, ” Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” dice la Prima Timoteo.

Se anche fosse vero che la luce di Dio sia lontana, egli stesso è sceso a noi e si è fatto vicino. Se anche fosse vero che abbiamo bisogno di persone che ci donino luce, abbiamo una “luce per noi” nella persona di Cristo Vera Luce di Dio e Vero Uomo per noi.
Se è poi la relazione umana che ci fa saldi, allora è la comunità in cui siamo sostenuti e sosteniamo, mediante la luce che Cristo non ha mai fatto mancare.

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