Appunti sul peccato

(Nuova entry, che farà slittare i post vecchi. Questa settimana un quasi sermone piuttosto fresco, abbastanza lungo e speriamo comprensibile.)

Da leggere: Genesi 3:1-6
2Samuele 11-12:14

Il Peccato, come affrontarlo?

Da sempre, uno dei testi più amati dai cristiani è una frase del discorso di Gesù a Nicodemo: Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. (Gv. 3:16)
Ora, non fossi io cristiano, chiederei: perché dovrei perire? Chi mi vuole così male?
Chiunque cristiano lo sia, o ne abbia almeno sentito parlare uno, sa che l’uomo deve morire, a causa del peccato.Ma perché questo peccato ci condiziona così tanto? E come lo dobbiamo affrontare?
Ultimamente, la religione organizzata maggioritaria in Italia, ha, rispettivamente, molto o poco da dire sul peccato.
Ha molto da dire sul peccato degli altri. Ha poco da dire sul proprio.
Primo tra tutti i mali deprecati si erge l’aborto. Cosa pensa il cattolicesimo dell’aborto? Se l’aborto è un male, non ci può essere una legge a favore, ma ci deve essere una legge contro.
Secondo questa visione:
Un peccato grave pretende una legge valida per tutti che lo sanzioni.

Alcuni ritengono strano che questa “nuova” chiesa, così attenta alla dirittura morale, non abbia nulla da dire nei molteplici casi di supposta pedofilia da parte di sacerdoti. Il Vaticano afferma che il loro primo pensiero è alla giustizia per le vittime, mediante il giudizio dei peccatori.
Eppure, anche il giudizio dei peccatori non può essere che una porta aperta al perdono:
Un peccato grave non esclude dal perdono e dalla riconciliazione.

Queste due frasi non formano solo il movimento vaticano nei confronti del peccato, ma anzi pretendono di essere il metodo con cui noi ci avviciniamo al peccato.
Severità, perdono, riconciliazione.
Vi sono diverse visioni del peccato, diversi metodi di riconoscerlo e forse, diversi metodi di contrapporsi ad esso. Analizziamone alcune.

Il peccato come Taglione: Severità e Favoritismo.

Il primo punto di vista è quello che mi piace meno.
Lo chiamerò, in onore della politica attuale, la visione giustizialista.
Nella visione giustizialista, il peccato è semplice: una giurisprudenza millenaria ci ha tramandato una chiara lista di cosa si fa, cosa non si fa, e come si viene puniti se si trasgredisce.
In tutti gli ambiti della vita cristiana, in ogni movimento, denominazione, confessione, gruppo e chiesa, questa visione dà i maggiori problemi.
Adamo ed Eva commettono reato andando dietro al Serpente e vengono condannati ad una vita amara e mortale. Primo evento nella Bibbia, primo grande punto a favore di chi sostiene che Dio, se c’è, è tutt’altro che buono.
Come può essere buono chi dà una pena così grande?
Come si può vivere se la condanna è a morte?
L’immagine giustizialista di Dio è di un Dio severo fino alla crudeltà, che crea l’uomo inferiore a se stesso, ma pretende di giudicarlo secondo la sua misura, il perfetto crea il limitato e poi lo giudica per la sua limitatezza.
L’umanità è spacciata sin dal primo giorno.

Su Davide, rinfreschiamo la storia a chi non se la ricorda: Davide vede Betsabea, una bella fanciulla e sebbene sappia che lei è sposata, la concupisce, mettendola pure incinta. Questo è adulterio, secondo la Legge di Dio, la morte è assicurata ad entrambi. Certo, essendo Davide un pezzo grosso, cerca di porre rimedio, e il primo sistema non è nemmeno malaccio: visto che il marito di Betsabea è al fronte, lo fa richiamare, sperando che lui si apparti con la moglie e che il figlio possa essere così ritenuto legittimo. La cosa non funziona, non perché Uria non voglia, ma perché è un ottimo uomo, probo, rispettoso di Dio, del re e dei suoi compagni, e mai approfitterebbe degli agi di casa, mentre la guerra attanaglia i suoi commilitoni.
Il piano di Davide va a farsi friggere perché Uria è un uomo migliore di lui.
Davide così è quasi costretto a farlo fuori, prima che il fattaccio si scopra, e il Generale delle truppe, quando questo succede, manda a ricordare al Re, che se tanta gente è morta in una sortita delle truppe nemiche, non è per colpa sua, ma perché il re lo aveva chiesto.

A questo punto arriva Nathan, profeta di Dio e consigliere di Davide, con un messaggio di Dio:
Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo signore e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo signore; ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e, se questo era troppo poco, vi avrei aggiunto anche dell’altro. Perché dunque hai disprezzato la parola del SIGNORE, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai fatto uccidere Uria, l’Ittita, hai preso per te sua moglie e hai ucciso lui con la spada dei figli di Ammon. Ora dunque la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché tu mi hai disprezzato e hai preso per te la moglie di Uria, l’Ittita. (2Sam. 12:7b-10)
Ora, avendo letto la storia di Adamo ed Eva, e conoscendo la Legge, ci aspettiamo che Davide caschi morto da un momento all’altro, e Dio, invece, non solo lo perdona, ma fa cadere il peccato sul figlio, che morirà, e sulla casata di Davide, che non avrà pace.
Davide si pente e viene salvato, ma come ribattere alla morte di un innocente?
Come vedete il metodo giustizialista non spiega nulla, anzi, peggiora le cose, e così ci ritroviamo a non capire più dove sta la giustizia di Dio, e come operi e sia eliminato il peccato.
Sembra un Dio con due pesi e due misure, troppo generoso con Davide, forse troppo severo con Adamo ed Eva.

Peccato: Essere Più che Umano

Proviamo un altro punto di vista: il peccato di orgoglio.
Alcuni teologi, sin dai primordi della cristianità, ponevano l’accento del peccato originale sul “sarete come Dio”, suggerito dal Serpente e paventato da Dio. Ecco dunque che il peccato dell’uomo è voler essere come Dio, superare i limiti da Dio imposti e volare verso l’infinito. Nella peggiore delle ipotesi, il peccato di orgoglio è quello del Diavolo che si rifiuta di inchinarsi davanti all’uomo, così inferiore a lui, e con le parole di poeta Milton, preferisce Regnare all’inferno che servire in paradiso!
Nella migliore delle ipotesi, il peccato di orgoglio si esprime nell’incontro dell’uomo con la creazione, è l’egoismo, ovvero la volontà di potenza, l’inclinazione dell’uomo a sottomettere l’intero creato e a mettersi al centro dell’universo.
Così il peccato diventa voler essere sempre di più, volere sempre di più, avere e consumare sempre di più.
È innegabile che questa visione sia presente nei due racconti proposti: nel voler essere “come Dio”, Adamo ed Eva cadono dalla grazia, nel volere ciò che non era stato stabilito per lui, ma per un altro, nel caso di Davide.
Se pensiamo al peccato così come ne veniamo a conoscenza noi, i conti tornano. Le invidie, magari piccole, le trasgressioni, gli atti illegali, le cattiverie, sono frutto di un egoismo che a volte non arriva alla volontà di sottomettere il mondo, ma spesso ci si avvicina. Il nostro mondo occidentale è caratterizzato dalla smania del nuovo e del progresso, che inevitabilmente ci fa pensare di essere migliori di ieri. Abbiamo sconfitto le malattie, eppure i nostri antibiotici hanno prodotto virus che non muoiono così facilmente, l’aumento della potenza e della precisione delle armi non ha estinto la guerra, anzi!
Per opporci a questo, tendiamo allora allo spirituale, al metafisico, cercando di negare la nostra umanità. Commettiamo lo stesso sbaglio degli Gnostici che al tempo della prima Chiesa negavano l’umanità di Cristo, perché un Cristo umano è un Cristo sporco, malato, inferiore, e chi vorrebbe un Dio inferiore?
Eppure, prima ancora di scoprire l’incarnazione, il popolo di Dio sapeva di essere fatto a Sua immagine, secondo la Sua somiglianza.
Questo significa che in parte essere umani è già un essere come Dio, per sua primaria intenzione, e che tendere ad una maggiore unificazione col divino, in realtà e voler essere superiori a Dio, superiori anche alla nostra umanità piena, totalmente realizzata.
Essere sopra Dio, essere più che umani, è ben più che una scorrettezza metafisica, è un tradimento della volontà di Dio per noi, di essere come noi, come Lui.

Eppure sempre si pecca perché ci si vuole ribellare, o si vuole avere di più.
Prendete una ragazza. Viene da una famiglia difficile, senza padre, la madre ha avuto diverse storie, spesso con uomini violenti. La ragazza entra in chiesa grazie al gruppo giovani, segue le attività e il culto, chiede di essere battezzata. Si sa che la ragazza frequenta un personaggio non molto gradito, un capellone senza lavoro né prospettive. Poco dopo il battesimo, la ragazza dice di essere incinta e che il capellone l’ha mollata. La madre, tra l’altro, non l’ha presa bene e ora vuole cacciarla di casa. Ora, si potrebbe tornare al modello precedente, e sostenere che la ragazza ha trasgredito, perché voleva fare di testa sua, e che ora, secondo il primo modello, avrà la sua punizione.

A questo punto:
La colpa è solo della ragazza? Di sicuro aver avuto una famiglia instabile e un modello scostante possa aver influito grandemente.
Se lei è la vittima del suo peccato, come si può annunciare il giudizio e il perdono, senza sembrare retorici e facendo per lei qualcosa che sia più di una pacca sulla spalla? Come si fa a cancellare il senso di colpa, l’accusa implicita, la vergogna di una persona che ha inciampato, magari malamente, in una vita per nulla facile?

Peccato: Essere Meno che Umano

Esistono, nelle nostre vite, esempi reali dove il peccato non è fatto per voler essere più che umani, ma spesso perché non ci si riconosce come abbastanza umani.
Chi sono io per potermi permettere di avere una vita normale?
Non mi merito le cose belle che mi succedono.
Ho paura di fallire.
Non ho paura, so già che fallirò.
In fondo, è la paura di non essere all’altezza, che spinge Eva verso la mela.
La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza. (Gn. 3:6)
Magari, col frutto dell’albero, potrei essere più vicino a Dio, capire quel che non comprendo ancora. Abbiamo spesso la tendenza a lasciarci andare al vittimismo, oppure a perpetrare le scelte sbagliate per paura del cambiamento.
È la paura di essere inadeguati davanti a Dio che fa credere al Serpente, che rimane un animale, ovvero una creatura di cui dovevamo prenderci cura, avere potere, e che invece ha potere su di noi.

Non solo ci dimentichiamo di essere fatti ad immagine di Dio, ma crediamo sia impossibile arrivare alla sua somiglianza.
Non sto parlando di depressione, qui, ma di peccato. Il peccato che si annida nell’auto-giustificazione, nella ripetizione di schemi che sappiamo sbagliati, ma che preferiamo rimettere in atto per paura di quel che ci aspetterebbe se cambiassimo.
È da questi pensieri che la Scrittura ci chiede conversione. E, come il profeta Natan agli occhi di Davide, così la Parola ci mette di fronte la nostra mancanza, perché noi possiamo essere pieni di rabbia e pentirci, convertirci e chiedere perdono per il nostro peccato.
Eppure il peccato è fatto!
Come deve essersi sentito Davide, quando, sperando che Uria scendesse a dormire con sua moglie si è sentito rispondere: L’arca, Israele e Giuda stanno sotto le tende, Ioab mio signore e i suoi servi sono accampati in aperta campagna e io entrerei in casa mia per mangiare, bere e per coricarmi con mia moglie? Com’è vero che il SIGNORE vive e che anche tu vivi, io non farò questo! (2 Sam. 11:11).
Avere davanti agli occhi il proprio peccato, è già devastante, avere lezioni inconsapevoli di umanità da chi avete tradito è insostenibile.
Ecco dunque che per superare il peccato che ci rende meno che umani, l’unica soluzione che Dio stesso trova è scendere ad insegnarci la vera umanità, non attraverso punizioni troppo grandi, ma incarnandosi, nell’uomo Gesù, per liberarci, con l’esempio, dalla nostra paura di essere inadatti, inaffidabili, creati male. Impariamo a peccare prima di imparare cosa sia il peccato, eppure la nostra meta rimane quella dell’essere veramente umani, nella nostra limitatezza, e nella nostra forza, nei nostri fallimenti, e nella capacità di rialzarci. Cristo così non è il modello di uomo perfetto, divino, al quale tendere senza mai potersi avvicinare, ma la dimostrazione che essere esseri umani, degni dell’immagine di Dio, che provano a vivere la somiglianza con lui, è il nostro vero obbiettivo.
Liberarsi dal peccato non è tendere alla divinità, ma tendere alla creazione, saldi nella Sua immagine, in movimento verso la Sua somiglianza.

Peccato: Basilare sfiducia

C’è ancora un punto di vista sul peccato che mi ha fatto molto riflettere. Il peccato certo è frutto e causa di egoismo e voglia di giudicare, ma affonda le sue radici nella basilare mancanza di fiducia dell’essere umano.
Il primo approccio a Dio, il primo movimento della nostra relazione con Lui è la mancanza di fiducia nelle Sue vie.
Si potrebbe pensare che sia l’esatto contrario, cosa ci stiamo a fare qui, se non abbiamo fede?
E cos’è la fede, se non fiducia? Confidare in Dio è quel che professiamo, tutte le domeniche.
Eppure la Bibbia, tutta la Bibbia, è un continuo ricordare la fiducia di Dio, lamentare la mancanza di fiducia, pregare perché il popolo ritrovi la fiducia, appellarsi alla conversione, all’abbandono degli idoli, e il ritorno a Dio.

La sfiducia nei confronti di Dio comincia presto, nella storia umana. Il Serpente insinua che Dio abbia mentito ed Eva le crede, come ho già detto smette di credere al Creatore per credere alla creatura. Eppure si può veramente dire che nei pensieri di Eva ci sia la ribellione?
C’è molta paura, nel movimento di Eva verso l’albero. Paura che, in fondo, Dio non le abbia dato tutto il necessario, il meglio per lei, ma che le abbia nascosto qualcosa che potrebbe giovarle. Il suo, pensiamoci bene, è un atto in buona fede:La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza, perché non mangiare?

E di fiducia parla anche Natan, la fiducia che Dio ha concesso a Davide, e che gli porta a chiedergli:Perché dunque hai disprezzato la parola del SIGNORE, facendo ciò che è male ai suoi occhi?

Perché non ti sei fidato delle benedizioni di Dio, e hai preso ciò che non doveva essere tuo?

La sfiducia è tratto costante nella Bibbia, dalle mormorazioni nel Deserto, alle accuse dei Profeti, ai Salmi che chiedono di confidare in Dio, e se lo chiedono, vuol dire che serve, fino a Gesù, che spesso fa della fiducia in Dio, e in Lui in quanto Messia, la chiave di comprensione del suo ministero.
Cosa può fare, in questo caso, la comunità per il peccato come sfiducia? Innanzi tutto deve sforzarsi di essere un luogo dove le persone si fidano gli uni degli altri. Posso essere in disaccordo con qualcuno, ma dovessi cadere, mi sosterrebbero? O mi lascerebbero andare?
La mancanza di fiducia è una malattia mortale, che parte dalla relazione personale e si allarga al contesto, e dal contesto viene infettata nella vita delle persone.
L’unica vera soluzione è confidare in colui che ci ha salvati, a lui affidare la nostra mancanza di fiducia e con lui, e con il suo Spirito, lavorare perché l’eventuale altrui scarsa fiducia sia sanata.
La comunità è un grande spazio di comunione, con tutti i difetti che abbiamo non ci vuole molto a vedere che ci comportiamo mediamente meglio, nel gruppo ristretto, di come va il mondo fuori. Non molto meglio, ma qualcosa facciamo. Eppure il nostro sforzo non può essere che quello di migliorare, di aumentare i legami, di coltivare la fiducia, di superare l’egoismo, il senso di inadeguatezza, la voglia di giudicare.
Il peccato e le sue conseguenze.
Il peccato che noi perdoniamo, quando lo perdoniamo, spesso non svanisce come per magia, comunque, e ce ne rendiamo conto da soli. Problemi risolti, sepolti, mai chiariti, riemergono, anche quando la causa prima ha cessato di esistere.
Il vero punto dolente, è che il peccato singolo, superabile, a volte cambia le cose, o mette in movimento situazioni che riverberano i danni nel tempo, ingigantiscono i problemi e li rendono barriere insormontabili.
Il peccato, dunque, ha la terribile caratteristica di distorcere la realtà, di propagare i suoi effetti nel tempo, oltre il perdono, a volte, e di allungare la via della riconciliazione.
Così nella storia di Davide e Betsabea, il peccato di Davide, anche se perdonato, fa nascere in una condizione precaria il figlio di quel peccato, e si riverbererà nelle azioni della casa di Davide, fino alla rovina annunciata da Natan. Leggendo il racconto biblico, ogni generazione ha le sue colpe, e non si può chiamare il giudizio di Dio condanna, ma piuttosto, come nel racconto biblico, amara considerazione sui risultati di un’azione che, per prima, non sarebbe mai dovuta accadere.

Non penso esista una sola casistica per il peccato. Non siamo soliti fare lunghe liste di peccati e di punizioni, e non solo perché professiamo la salvezza per grazia, ma perché, come dice la lettera di Giovanni, sappiamo di essere noi per primi, ad essere pieni di peccato.
Il peccato grave è frutto di un sistema perverso, che mischia la tendenza a giudicare, la volontà di potenza, l’egoismo, il senso di inadeguatezza e la mancanza di fiducia, reciproca e verso Dio. Non solo, ma in questo sistema perverso, gli effetti del peccato riemergono anche quando il fatto stesso ha cessato di turbare la comunità e il singolo.
Il peccato, dunque, ha bisogno di attenzione al contesto, cura della vittima e del carnefice, particolare attenzione alla reazione interna ed esterna della comunità e dei singoli, perché il nostro peccato non si aggiunga a quello che abbiamo davanti.
Il Signore è il primo a sapere che tutto questo non si può mettere nero su bianco, una volta per tutte, se non prendendo su di sé la vera umanità, con tutti i suoi limiti, quelli negativi e quelli positivamente costituenti, e redimendola, riequilibrando la vita e l’esperienza umana, riportandola ad un campo d’azione che sia allo stesso tempo facile e fruttuoso da esplorare e in cui vivere, per avvicinarsi alla Sua immagine, più simili alla nostra somiglianza.
Allo stesso modo, il peccato esiste, ed esistono i peccati, che il Dio fedele e giusto ci perdona e ci esorta a perdonare. Non esiste peccato senza possibilità di riconciliazione, eppure sappiamo quanto sia difficile.
Perdonare un peccato è tutt’altro che facile, che sia nostro o altrui.
Bisogna distruggere il giudizio e sostituirlo con la comprensione, smontare l’egoismo, avere fiducia in se stessi e nell’accompagnamento da parte di Dio. Bisogna credere veramente che se chiediamo qualcosa, Dio ce lo darà.
Bisogna credere veramente Dio esiste, è presente per noi, che possiamo fidarci di lui.
E bisogna fare questo cammino ogni giorno, ogni volta, per ogni cosa che ci succede, che ci è successa e i cui rovi ancora intralciano e ostacolano il nostro cammino.
Il peccato non ha solo bisogno di perdono e riconciliazione, ma di costanza, attenzione, fiducia reciproca.
Come si fa? Con pazienza. Con amore. Con fiducia.

Con l’aiuto di Dio, che è fedele e reclama fedeltà.

Credo…

Pubblicato la prima volta il 29/01/2008

Io sono cristiano.
Non sono diventato cristiano, non ho fatto un gran cammino, non ho avuto speciali iniziazioni, sono nato cristiano.

Questo in barba a tanta teologia protestante che ti vorrebbe figlio della conversione, ti vorrebbe ripudiatore di una precedente vita dissoluta, per accogliere la novità di vita.

Per i battisti questo è ancora più accentuato dal battesimo dei credenti, che partendo da una scelta personale e ponderata, dovrebbe essere un segno visibile, una cesura tra quella vita senza Cristo e questa vita con Cristo.

Beh, a me non è capitato, io con Cristo ci sono nato, ce l’avevo nell’equipaggiamento di partenza, come il simbolo sacro per il chierico…

Chi o cos’è “cristiano”?

Ama l’Iddio tuo con tutto il tuo cuore, tutta la tua anima e tutta la tua forza, e ama il prossimo tuo come te stesso. (Lv. 19:18 – Dt. 6:4 – Mc. 12.30 – Mt 22:37 – Lc 10.27)

Questo per me è “cristianesimo”.

Questo non te lo insegna nessuno. Questo non te lo da nessuno.
Cristiano è chi ha con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, una relazione profonda, un cammino che nessuno conosce, a parte il cristiano e Dio.
Cristiano è chi decide, di sua volontà, di aprire il suo cuore al suo vicino, di renderlo il suo prossimo, di costruire con quest’altro uomo una comunità dove l’amore di Dio possa essere il suolo fruttifero che porta ad una vita migliore.

Prima di tutto essere cristiano è un cammino personale.
Prima di ogni altra cosa è imparare a conoscere Dio e a mettersi in relazione con lui.
Per fare questo ci sono solo due strade: la preghiera e la lettura della Bibbia.

La preghiera è meditazione profonda, sonno della ragione, è il momento in cui ci si spoglia del proprio io “pubblico” e si perviene alla fonte del rapporto con Dio.
Alcuni chiamano la preghiera “meditazione”, alcuni chiamano la meditazione “preghiera”. Non sono altro che la stessa cosa, alcuni meditano chiudendosi su loro stessi, altri pregano aprendosi all’Altro, al totalmente Altro, a Dio.

Io preferisco la seconda, è questione di punti di vista.

La Lettura della Bibbia è un altro punto di apertura.
Leggere la Bibbia ti permette di aprire gli occhi sulla vita come veniva vissuta millenni prima di te, come la storia di Dio e del suo popolo sia storia di fedeltà e tradimenti, di come tutto quel che pensi sia nuovo e terribile sia già successo e ti porti testimonianza.
La Bibbia è la storia che viene in tuo soccorso, non il contrario.
La Bibbia non ha bisogno di apologie esattamente come non ne ha bisogno l’Iliade, o l’Anabasi. La Bibbia è parola scritta, e quindi va trattata con rispetto, e dal cristiano è trattata con un occhio e una mano diversa, ma dovrebbe sempre essere accompagnata dall’intelletto…

Chi usa la Bibbia come un manuale vive nel passato, in un mondo che mai fu, dato che chi voleva un occhio per un occhio e un dente per un dente, non ha mai guidato una macchina o preso un aereo. Anche chi critica la “lettera morta”, chi la taccia di anacronismo, truffa l’ascoltatore, dato che la Bibbia è viva solo se qualcuno la legge e la capisce, e non può morire un testo che è meditato e reinglobato nella propria vita tutti i giorni.

Questi, comunque, sono gli strumenti che ci sono stati lasciati, la storia e la meditazione, l’esteriore e l’interiore, la preghiera e la Bibbia.
Questi sono gli strumenti, e non altri, non abbiamo bisogno di maestri, di santi o santoni o di chiunque tenti di dividerci dalla comunità e dal nostro personale incontro con Dio.
La guida spirituale non è cristiana. Sia esso un santone, un santo, una madonna, un prete o un laico “ispirato”, un maestro non è cristiano.

L’unico maestro, l’unica guida, l’unico sostegno è Cristo.
Questo non significa che non si debba ascoltare nessuno, anzi, tutti, senza eccezione, devono essere ascoltati, perchè tutti sono tuoi fratelli e dai tuoi fratelli non puoi altro che imparare.

Ma nessuno ha su di te un potere, nè minimo, nè massimo.
Se un UOMO ha potere su di te, questo non è cristiano, a meno che quest’uomo non sia nostro Signore Gesù Cristo

Quando un uomo diventa strumento del potere, il quale potere è quello che Gesù chiamava “Il Principe di questo Mondo”, noi non ci pieghiamo, perchè è forte il potere di Cristo in Noi.

Così, ecco perchè io rifiuto i dogmi, rifiuto i peccati e le virtù, l’inferno e il paradiso, rifiuto tutto quello che non viene da me, da Dio e dai miei fratelli, tutto quello che non viene da discussione e concertazione, ecco perchè rifiuterò sempre la “gerarchia”, perchè Gerarchia è Potere, e potere non è cristiano.

Per questo noi abbiamo un libro.
Per questo noi abbiamo lo Spirito.
Per questo noi non abbiamo capi, nè padroni.

Solo quello che è discusso è fede, solo quello che è messo nel calderone, rimestato e tirato fuori è teologia, solo quello che è fulgido e riscalda è nutrimento.

Il cristiano ha dubbi. Il cristiano si nutre di dubbi, il cristiano usa i dubbi come malta, perchè il dubbio non è altro che l’incontro del passato col futuro, di due istanze diverse, conservare e cambiare, che sono la parte stessa della vita, della Storia.

La Bibbia è piena di persone che hanno dubbi, è piena di cambiamenti e anche di errori, e la preghiera, o la meditazione, non sono mai un buon sistema per calmare i dubbi, ma sono sempre un ottimo sistema per mettere le cose nel giusto ordine, per rivedere le cose da un altra prospettiva, per cambiare senza capovolgere, per crescere e non cadere..

Credo…

Ohiboh!

Pubblicato la prima volta il 01/12/2007

Il guaio dell’esser cristiani, è che a volte bisogna concordare.
Già, mai si sarebbe detto possibile, ma con buona parte della nuova lettera circolare di Benedetto XVI non si può che concordare.

Sin dal principio, il lettore cristiano non può che trovarsi concorde con l’autore nell’affermare con Paolo che “siamo stati salvati in speranza”, cosicché la lettura dell’enciclica si fa compimento di ecumenismo, parola in cui protestanti, ortodossi e cattolici possono trovarsi insieme, nella speranza che Cristo dona.

Anzi, il lettore evangelico si trova frastornato nell’osservare come quel “fede è certezza di cose che si sperano”, tanto caro alla nostra testimonianza cristiana è citato da Benedetto XVI come punto di possibile incontro; ci si rallegra nel venire a conoscenza che in quella “hypostasis” cattolici e protestanti possano concordare che, qualunque sia l’interpretazione finale, la fede sia uno “stare”, una presenza viva, non un’idea lontana.

La vita eterna, che segue la fede dappresso, è di certo un punto caldo dell’agenda evangelica, sospeso tra chi la proclama a spron battuto e chi la vorrebbe sottrarre alla speculazione umana, e lasciarla all’agire di Dio, ma anche in questo caso, si legge con piacere che la chiamata alla “vera vita” è chiamata alla pienezza di vita, che in Cristo riempie l’esistenza tutta.

Tutto sommato, e qui la sorpresa, soprattutto per un battista, si fa grande, anche la sezione sull’individualismo è condivisibile, sebbene alcune stranezze possano essere notate quando, per il sostegno del mondo, si cita l’utilità del monastero e si tace la fondamentale necessità della vita cristiana nella comunità locale, terreno fecondo sia per il germogliare della fede che per il lavoro cristiano.
A quegli evangelici che fondano la propria testimonianza sulla responsabilità personale, poi, questo tentativo di esautorare l’individuo dalla pienezza della relazione con Cristo risulta lievemente cacofonico, ma si perdonano all’autore alcune dissonanze, quando il discorso si vuole articolare intorno ad un tema così centrale come la speranza cristiana.

Noto, a livello del tutto personale, lo ammetto, le prime note dolenti quando si comincia a parlare del rapporto tra fede e ragione.
A mio modesto parere, Benedetto XVI troppo spesso, nei suoi appelli alla ragione e alla fede, fa sfoggio di doti di illusionismo, per assumere, con frasi accuratamente calibrate, conclusioni che trovo a volte sconcertanti.
Per esempio, nel paragrafo 23, l’enciclica afferma:

“Per questo la ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione.”

Ora, difficilmente qualcuno potrebbe dissentire, ma letto attentamente, il passaggio pone le basi per una interdipendenza tra ragione e fede che difficilmente potrei accettare a cuor leggero. Dato che, come si è detto, la fede è comunitaria, se ne deduce che la ragione individuale ha bisogno di detta comunità per “realizzare la propria natura”. Ora, in un contesto assembleare, tipico della Riforma, l’affermazione è non solo da approvare, ma da incidere ad eterna memoria, ma in caso di una gerarchia solida, il rischio che la fede della comunità sia interpretata dalla ragione della gerarchia a danno della ragione dell’individuo si fa, a mio parere, troppo palpabile perché si possa liquidare senza menzione.
Ecco dunque che la sacrosanta critica della fede individualistica tende insopportabilmente alla critica della fede individuale, che è base per quel sacerdozio universale dei credenti che, pur se vissuto inderogabilmente in una comunità, non può che essere rivendicato dagli evangelici con voce ferma e squillante.

Benedetto XVI poi, non finisce di stupire con accenni alla missione che entusiasmerebbero ogni evangelico, a conclusione del discorso sul Giudizio, l’enciclica proclama:

“Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale.” (49)

Parole degne di un William Carey!
Purtroppo la Scrittura ci ammonisce che nessuno si salva da solo, e la stessa enciclica ricorda come il giudizio sia la divina unione di giustizia e grazia. Questa visione della missione, così saldamente legata all’intercessione, e quindi alla ragione di fede contro la ragion di stato, non può che lasciare gli evangelici a dir poco perplessi, e il sottoscritto amareggiato.

L’amarezza si muta in sconfitta, la forza in debolezza, la concordia in rassegnato scorno quando l’enciclica viene a trattare l’ultimo suo punto: “Maria stella della speranza”. L’apologia e la polemica vanno avanti da secoli, tutto sommato un cammino di reciproca comprensione è iniziato, e non voglio essere io a farlo inciampare, ma non posso trascurare, nella mia analisi, proposizioni come questa:

“Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata.”

L’emblema di queste persone altri non sarebbe che Maria ultraterrena, superumana, togliendo, mi spiace dirlo, salutare spazio al Cristo.
Anche in questo la dottrina evangelica non può chinare il capo, ” Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” dice la Prima Timoteo.

Se anche fosse vero che la luce di Dio sia lontana, egli stesso è sceso a noi e si è fatto vicino. Se anche fosse vero che abbiamo bisogno di persone che ci donino luce, abbiamo una “luce per noi” nella persona di Cristo Vera Luce di Dio e Vero Uomo per noi.
Se è poi la relazione umana che ci fa saldi, allora è la comunità in cui siamo sostenuti e sosteniamo, mediante la luce che Cristo non ha mai fatto mancare.

Il guaio dell’esser cristiani, è che a volte bisogna concordare.
Già, mai si sarebbe detto possibile, ma con buona parte della nuova lettera circolare di Benedetto XVI non si può che concordare.

Sin dal principio, il lettore cristiano non può che trovarsi concorde con l’autore nell’affermare con Paolo che “siamo stati salvati in speranza”, cosicché la lettura dell’enciclica si fa compimento di ecumenismo, parola in cui protestanti, ortodossi e cattolici possono trovarsi insieme, nella speranza che Cristo dona.

Anzi, il lettore evangelico si trova frastornato nell’osservare come quel “fede è certezza di cose che si sperano”, tanto caro alla nostra testimonianza cristiana è citato da Benedetto XVI come punto di possibile incontro; ci si rallegra nel venire a conoscenza che in quella “hypostasis” cattolici e protestanti possano concordare che, qualunque sia l’interpretazione finale, la fede sia uno “stare”, una presenza viva, non un’idea lontana.

La vita eterna, che segue la fede dappresso, è di certo un punto caldo dell’agenda evangelica, sospeso tra chi la proclama a spron battuto e chi la vorrebbe sottrarre alla speculazione umana, e lasciarla all’agire di Dio, ma anche in questo caso, si legge con piacere che la chiamata alla “vera vita” è chiamata alla pienezza di vita, che in Cristo riempie l’esistenza tutta.

Tutto sommato, e qui la sorpresa, soprattutto per un battista, si fa grande, anche la sezione sull’individualismo è condivisibile, sebbene alcune stranezze possano essere notate quando, per il sostegno del mondo, si cita l’utilità del monastero e si tace la fondamentale necessità della vita cristiana nella comunità locale, terreno fecondo sia per il germogliare della fede che per il lavoro cristiano.
A quegli evangelici che fondano la propria testimonianza sulla responsabilità personale, poi, questo tentativo di esautorare l’individuo dalla pienezza della relazione con Cristo risulta lievemente cacofonico, ma si perdonano all’autore alcune dissonanze, quando il discorso si vuole articolare intorno ad un tema così centrale come la speranza cristiana.

Noto, a livello del tutto personale, lo ammetto, le prime note dolenti quando si comincia a parlare del rapporto tra fede e ragione.
A mio modesto parere, Benedetto XVI troppo spesso, nei suoi appelli alla ragione e alla fede, fa sfoggio di doti di illusionismo, per assumere, con frasi accuratamente calibrate, conclusioni che trovo a volte sconcertanti.
Per esempio, nel paragrafo 23, l’enciclica afferma:

“Per questo la ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione.”

Ora, difficilmente qualcuno potrebbe dissentire, ma letto attentamente, il passaggio pone le basi per una interdipendenza tra ragione e fede che difficilmente potrei accettare a cuor leggero. Dato che, come si è detto, la fede è comunitaria, se ne deduce che la ragione individuale ha bisogno di detta comunità per “realizzare la propria natura”. Ora, in un contesto assembleare, tipico della Riforma, l’affermazione è non solo da approvare, ma da incidere ad eterna memoria, ma in caso di una gerarchia solida, il rischio che la fede della comunità sia interpretata dalla ragione della gerarchia a danno della ragione dell’individuo si fa, a mio parere, troppo palpabile perché si possa liquidare senza menzione.
Ecco dunque che la sacrosanta critica della fede individualistica tende insopportabilmente alla critica della fede individuale, che è base per quel sacerdozio universale dei credenti che, pur se vissuto inderogabilmente in una comunità, non può che essere rivendicato dagli evangelici con voce ferma e squillante.

Benedetto XVI poi, non finisce di stupire con accenni alla missione che entusiasmerebbero ogni evangelico, a conclusione del discorso sul Giudizio, l’enciclica proclama:

“Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale.” (49)

Parole degne di un William Carey!
Purtroppo la Scrittura ci ammonisce che nessuno si salva da solo, e la stessa enciclica ricorda come il giudizio sia la divina unione di giustizia e grazia. Questa visione della missione, così saldamente legata all’intercessione, e quindi alla ragione di fede contro la ragion di stato, non può che lasciare gli evangelici a dir poco perplessi, e il sottoscritto amareggiato.

L’amarezza si muta in sconfitta, la forza in debolezza, la concordia in rassegnato scorno quando l’enciclica viene a trattare l’ultimo suo punto: “Maria stella della speranza”. L’apologia e la polemica vanno avanti da secoli, tutto sommato un cammino di reciproca comprensione è iniziato, e non voglio essere io a farlo inciampare, ma non posso trascurare, nella mia analisi, proposizioni come questa:

“Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata.”

L’emblema di queste persone altri non sarebbe che Maria ultraterrena, superumana, togliendo, mi spiace dirlo, salutare spazio al Cristo.
Anche in questo la dottrina evangelica non può chinare il capo, ” Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” dice la Prima Timoteo.

Se anche fosse vero che la luce di Dio sia lontana, egli stesso è sceso a noi e si è fatto vicino. Se anche fosse vero che abbiamo bisogno di persone che ci donino luce, abbiamo una “luce per noi” nella persona di Cristo Vera Luce di Dio e Vero Uomo per noi.
Se è poi la relazione umana che ci fa saldi, allora è la comunità in cui siamo sostenuti e sosteniamo, mediante la luce che Cristo non ha mai fatto mancare.

I post di ieri

Sono mesi che non aggiorno questo blog, e non perchè non abbia nulla da dire. Forse il mezzo blog è morente, ma non così morto da non aver ancora sussulti di quando in quando.

Ecco perchè, per seguire mode altrui, mi darò al recupero archeologico di quei post che mi sembrano degni di nota di una vita passata.

Uno alla settimana, ce ne sarà per un po’, suppongo…