L’Abnegazione, ovvero come far passare il demonio per un santo

Mi è stato chiesto se l’abnegazione sia un sentimento cristiano.

La risposta è piuttosto semplice: NO!

Ripetiamo per completezza: Manco per l’anima!

Dato che mi sono trovato ad argomentare, eccovi il prodotto del mio cervelletto spremuto:

abnegazione, secondo il wikizionario è “rinuncia totale e consapevole del proprio bene e interesse per gli altri
Ovvero la capacità di distruggere se stessi per il benessere altrui, manco foste Goldrake. Questa, il più delle volte, è una mossa da illusi, e non una virtù.
Infatti il concetto di abnegazione ha senso compiuto solo nel caso in cui l’azione sia veramente un dono incondizionato, che nulla chiede in cambio e nulla si aspetta. La maggior parte di quelli che abnegano, invece, sotto sotto, o manco tanto, hanno un desiderio, un’illusione, una speranza o una pretesa che li fanno agire in modo da paventare la rinuncia di sé, mentre si autoaffermano nella richiesta coatta.
Dal punto di vista cristiano tutto deve essere calcolato con e sul comandamento dell’amore.
Lo si può declinare come amore altruistico: “Ama il prossimo tuo come te stesso“; (Mt 22:39/Mc 12:31/Lc 10:27/Rm 13:9/Gal 5:14/Gc 2:8)
Oppure come amore “cristico”: “Amatevi gli uni gli altri come io (Cristo) vi ho amato“. (Gv 13:34)
Come si vede, non c’è possibilità di confusione alcuna, nel comandamento ci sono 3 soggetti-oggetti sempre presenti: Dio (il latore dell’amore), l’individuo (agente dell’amore), il prossimo (ricevente dell’amore).
E’ fin troppo facile, a questo punto, argomentare che chi abnega sottrae dalla formula uno dei termini (ovvero se stesso) e di fatto contravviene al comandamento divino, il quale, senza tema di smentite, implica che la capacità di amare se stessi o di ritenersi degni dell’amore (di Dio) è conditio sine qua non esiste la possibilità di amare gli altri.
Sebbene il dono di sè in diversi passi biblici sia previsto, a volte addirittura caldeggiato, esso non diventa mai “sacrificio abnegante”, perchè mai e poi mai Dio chiede all’individuo l’annullamento nell’altro. Anche quando si dona la vita per qualcuno o qualcosa, l’annientamento del sè non è mai visto dalla Bibbia come buono, perchè viene a mancare il carattere di testimonianza dell’atto.

Esempio lampante è il Cristo stesso. Il suo sacrificio è il contrario dell’abnegazione, dice San Paolo, nella lettera ai Filippesi:

Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre. (Fil. 2:5-11)

L’ubbidienza a Dio non è abnegazione, ma dono di sè, che viene premiato non nel sacrificio della propria identità ma anzi nell’estremo opposto, nella esaltazione di quello che tu sei e fai, facendo ciò che è volontà di Dio tu distruggi l’idolo della “rinuncia totale e consapevole del proprio bene e interesse” perchè si costruisca, insieme a te, un bene ed interesse maggiori, ovvero la volontà di Dio.

Se dunque l’abnegazione è essere per l’altro fino alle estreme conseguenze,  mettendo l’amore e la testimonianza dell’amore come fondamento e capitello della propria azione, essa può essere considerata un’azione cristiana, ma se vuole solo essere per l’altro fino alla negazione di sé, è da combattere in ogni sua forma, perchè non porta alla testimonianza cristiana, ma alla fine stessa della possibilità di testimoniare l’amore di Dio che è sempre amore per, e mai amore contro.

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