Giovanni 15:1-17, la Vera Vite

Ripropongo qui il mio sermone del 9/8/09, come appunto personale, e nel caso qualcuno volesse leggerlo, anche se, come al solito, leggere un sermone è come leccare la foto di un gelato…

Giovanni 15:1-17 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunziata. Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici. 14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio. Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Fratelli e sorelle, buongiorno.

Quando Claire mi ha chiesto di predicare, avevo già in mente un astuto piano. Come ormai saprete tutti sto studiando per dare finalmente gli ultimi esami alla Facoltà Valdese di Teologia e nulla come un esame di Esegesi del Nuovo Testamento ti dà materiale per un buon sermone, o per un milione di buoni sermoni.

Sapete, credo, perché l’avrò raccontato un milione di volte, che l’esame di esegesi è nient’altro che lo studio di un passo biblico dal suo testo originale, greco od ebraico, passando attraverso la spiegazione dei significati del testo, la sua storia, la storia della sua redazione, chi l’ha scritto, quando, perché, cosa voleva dire il testo a quelli che lo lessero per la prima volta e via studiando, fino a darne una spiegazione esauriente di tutti i temi che vi si possono trovare.

Il lavoro è sicuramente interessante, ma vi assicuro che solo studiando un testo vi ritroverete con tante di quelle informazioni che vi basterebbero per cinquanta sermoni, e qui i piani astuti vanno a farsi friggere.

Ricordo per esempio di aver già fatto un sermone su questo passo. Sui versetti da 1 a 8. Il classico sermone sulla vera vite, uno di quelli che si sentono almeno una volta l’anno. Ci sono vari motivi per cui questo succede, e tutti legati a diversi accenti della nostra fede.

C’è chi predica sulla vite perché è molto presente nella storia del popolo ebraico e di Gesù in particolare: senza vedere tutti i passi, molti ricorderanno che Noè si ubriacò col frutto della vite e di vigna parlano tutti i vangeli, Marco una volta, addirittura Matteo e Luca due.

C’è chi predica su uno dei passi precedenti, che di solito sono parabole, e magari cita di passaggio Giovanni.

C’è chi usa il passo per istruire, chi per esortare, chi per consolare.

Tutto questo è nel testo, e un buon esegeta dovrebbe tener conto di tutto, nella sua analisi.

Si parte dunque, solitamente, dal contesto interno, ovvero, nella narrazione della storia di Gesù dove siamo?

Il capitolo 15 che qui comincia è all’interno di quella cornice che gli studiosi chiamano i “Discorsi di Commiato”. Giuda è stato già mandato a far ciò che deve, e a farlo presto, e Gesù si ferma a parlare coi discepoli nella sala della cena, prima di recarsi al giardino dove verrà catturato.

Sono quindi undici gli ascoltatori di questi discorsi, e questi undici, dicono gli studiosi, sono il germe della prima chiesa, senza la loro testimonianza di quel che Gesù disse loro, l’insegnamento di Cristo sarebbe rimasto segreto. Ecco perché si parla di un insegnamento esoterico, non perché Gesù abbia insegnato ai discepoli a fare magie, ma perché queste parole sono dirette ai soli credenti. Queste sono le fondamenta che Gesù getta perché si possa costruire una comunità di fede nel suo nome, secondo Giovanni. Non ci può essere comunità cristiana che non segua le regole dei discorsi di commiato, ovvero non c’è comunità dove non ci sia attenzione a quel che Gesù ha detto, prima che a quel che Gesù ha fatto.

Credo conosciate tutti i braccialetti con le iniziali W. W. J. D., e credo sappiate significhi “Cosa Farebbe Gesù” in Inglese. Si dà spesso ai ragazzi, perché nei casi della vita guardino alla scritta e si chiedano “Cosa Farebbe Gesù?”, per poi agire di conseguenza. Lasciamo da parte la domanda legittima se questi braccialetti siano dati perché i ragazzi ricordino cosa farebbe Gesù, o cosa farebbe il pastore (o il pastore dei giovani, o la mamma, o tutti insieme, quando succede). Ecco, a Giovanni non è che importi granchè che il cristiano sappia cosa farebbe Gesù, ma è abbastanza sicuro che il credente debba sapere cosa ha detto Gesù!

E allora cos’ha detto Gesù?

Nel mio sermone sulla vera vite, che magari qualcuno di voi si ricorda pure…

Vabbè, se non ve lo ricordate è meglio, si può sempre riutilizzare più avanti, comunque, dicevo che in quel sermone notavo con una punta di angoscia che Gesù punta la nostra attenzione sul fatto che essere suoi discepoli non basta.

Non basta conoscere Gesù, non basta dargli del tu, non basta nemmeno andare in giro con una maglietta con su scritto Gesù salva, o con un braccialetto, se non rimani in Lui, sei un tralcio secco, il vignaiolo arriva e ti strappa via.

Se dimori in Lui, di contro, porti molto frutto, e non ci sono discussioni. Come vedete la situazione sembra un po’ terrorizzante all’inizio, ma poi ci si tranquillizza. rimani in lui e porterai frutto, non ci sono dubbi a riguardo.

Ma cosa vuole dire rimanere in lui?

Giovanni scrive difficile, non gli si può negare. Si può dire a sua discolpa che scrive per un pubblico ben preciso, gente che sa cosa sta dicendo, e usa un sacco di termini tecnici, termini che la sua comunità conosce bene.

Ora, ci sono dei termini tecnici che potrei usare in un sermone e che lo renderebbero perfettamente comprensibile ad alcuni, e totalmente oscuro ad altri. Se parlo di Figlio di Dio tutti quelli nati in un paese cristiano mi capiscono, ma alcuni potrebbero non capire, pensate ai Greci al tempo di Gesù, per loro “figlio di un dio” voleva dire una cosa completamente diversa, ne avevano a decine, di “figli di dei”.

Qui se parlo di Gesù come Parola di Dio, nessuno si scompone, mentre una persona che frequenti un’altra chiesa, o non ne frequenti nessuna, potrebbe non averne mai sentito parlare.

Ho usato prima il termine esegesi, e se volessi andare nello specifico, potrei parlare dell’ermeneutica Giovannea, della figura e l’importanza del Paracleto, e via di linguaggio esclusivo, fino a non far capire niente nemmeno a me che parlo.

Giovanni questo lo sa, e capisce il rischio che si corre, a parlare esoterico, per iniziati.

Così Giovanni spiega e spiega così tanto che rischia di confonderci ulteriormente…

Ecco allora che l’esegesi ci viene incontro:

Io sono la vite, dice Gesù, e voi i tralci.

Il tralcio che non dà frutto si estirpa, così come chi non rimane in Gesù.

Chi rimane in Gesù porta molto frutto, e verrà potato, affinché ne porti ancora di più.

Il verso 9 diventa il punto focale del passo, il centro intorno a cui tutto ruota.

Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; rimanete nel mio amore.

Da lì in poi la spiegazione vorrebbe essere ovvia, ma forse merita qualche attenzione:

Rimanere il Gesù è l’unico modo di rimanere nel suo amore, ed è anche il modo per cui si tiene fede ai suoi comandamenti.

Tenere fede ai comandamenti di Dio, abbiamo letto in prima Giovanni, è il modo di amare Dio, e il suo comandamento è leggero: amatevi gli uni gli altri.

Sarebbe facile accostare questo comandamento ad “ama il prossimo tuo come te stesso”, ma il comandamento di Gesù in Giovanni è rivolto all’interno della comunità, non all’esterno. Qui Gesù sta spiegando l’intera Legge al suo popolo e l’intera legge è amate i vostri fratelli e le vostre sorelle come io ho amato voi.

Un po’ più a fondo di come noi amiamo noi stessi, non credete?

Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi e come il Padre ha amato me, dice il Signore.

Amatevi come un amico vi ama, come un amico il cui amore più grande sia dare la sua vita per voi.

Un amico molto particolare, ma cosa vuol dire essere chiamato amico di Dio?

Era il 30 Ottobre 1650 quando un gruppo di credenti guadagnò il loro strano nome.

George Fox era citato in giudizio per blasfemia. Fox era un separatista, come i primi battisti, e come loro pensava che l’andazzo della Chiesa d’Inghilterra non fosse dei migliori. Insieme ad altri aveva formato una comunità di credenti che si riuniva in casa per pregare e rendere culto a Dio in un modo mai sperimentato prima. Stavano spesso in silenzio, e credevano che tutti gli uomini, e pure le donne, avessero dentro di sé parte della Luce di Dio, e che quindi, se da Dio illuminati, avessero il diritto di prendere parola e predicare l’evangelo.

Per questo avevano attirato le ire della giustizia inglese, che non gradiva le comunità fai-da-te, ma non sapeva nemmeno come inquadrarli.

Durante il processo, George Fox aveva avuto il coraggio di ergersi davanti al giudice e di intimare a lui e alla giuria di “tremare davanti alla Parola del Signore”.

Il giudice Bennet non si era lasciato scappare l’occasione e aveva risposto chiamando Fox e i suoi compagni Quakers, ovvero tremolanti, nomignolo che si appiccicò alla comunità e divenne lentamente il loro nome ufficiale.

Questo gruppo di credenti, però, aveva scelto per loro stessi un nome diverso: si definivano la Società degli Amici.

Questi Amici non puntavano sulla bonomia, né sul tempo passato insieme, né sugli scherzi alla stazione. Questi amici si vedevano sicuramente nel momento del bisogno, ma si vedevano per passare il tempo con chi li aveva chiamati amici.

Quale amico in Cristo abbiamo, cantiamo con l’inno, eppure quel di cui parla Gesù non è solo un conforto nel dolore.

«Non è vero che un amico si vede nel momento del bisogno, un amico si vede sempre.» dice Roberto Benigni, eppure non parliamo ancora di questo.

L’amore, dice Gesù, non è qualcosa di cui uno parla, è qualcosa che uno fa. Ai discepoli non viene chiesto di amarsi gli uni gli altri “come se stessi”, ma come Cristo li ha amati. Come un amico che dà la sua vita per te.

A tutti ora scatterà un riflesso condizionato. Tutti ora penseranno che solo il Gesù Cristiano è un amico di quella portata, e che solo di Gesù possiamo parlare così. Alcuni saranno rassicurati da questo pensiero, altri, chissà, magari infastiditi.

Chi ha mai conosciuto un amico pronto a morire per lui o per lei? È semplicemente assurdo aspettarsi qualcosa del genere da qualcuno.

Eppure questo pensiero non l’ha inventato Gesù, men che meno Giovanni. Nel mondo ellenistico non era strano pensare ad una frase del genere.

Amico era colui che amava, e non solo Gesù, ma Aristotele e Platone non avevano problemi nel sostenere che uno che ama, dà la propria vita per l’amato, un amico per l’amico.

Aristotele nell’Etica: “Ad un uomo nobile si applica il verace detto che egli faccia ogni cosa per i suoi amici … e se necessario, egli da’ la sua vita per essi” e Platone, nel Simposio: “Solo chi ama (philein da cui philos, amico) desidera morire per gli altri”.

L’amicizia, dunque, non è la bonomia di una persona nei confronti di un’altra, non è una emozione volatile, né una relazione di scarso livello. L’amicizia di cui si parlava in ambito ellenistico, l’ambiente culturale ai tempi di Gesù, era la relazione più profonda che due esseri potessero raggiungere, così profonda da radicarsi nella vita gli uni degli altri.

Per i filosofi, il successo della democrazia greca dipendeva dalla messa in opera di questo legame, l’amicizia permetteva lo sviluppo del coraggio e della giustizia non solo nella relazione tra gli amici, ma anche nella società.

In Giovanni nell’amicizia si rende evidente il ruolo di Gesù nella Salvezza: essere la vera vite significa essere la fonte di vita e di fecondità dei tralci che sono legati tra di loro da un’unione, l’amicizia, che va oltre la vita del singolo. In quanto vera vite, Parola che chiama all’amore e alla messa in pratica di questo amore, Gesù non esercita e consiglia semplicemente la libertà di parola, ma incarna la libertà di azione, non libertà fine a se stessa, ma libertà per l’altro, per la vita dell’altro, e quindi per la propria!

Cristo dà la sua vita per i suoi amici, amici che lui ha scelto, amici che non sono più servi, amici che, come dice la prima lettera di Giovanni: Da questo hanno conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli.

Questo pone la croce a nuovo paradigma e a punto di svolta, segnale stradale dell’amore cristiano, diventa il centro, il fulcro, il perno e il punto medio di una nuova “ecologia della relazione”, di una nuova legge. Ama il tuo fratello, la tua sorella fino al dono più grande, quello della tua vita.

Anche il dare la propria vita e’ un gesto figlio dell’abbondanza e della pienezza dell’amore, e non della negazione di se’ stessi, non è un sacrificare la propria vita, non perché la propria morte, o la propria sofferenza piacciano a Dio, ma proprio il contrario, come Cristo ci ha fatto conoscere tutte le cose che ha udito dal Padre, “affinche’ abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” come dice al cap.10, così il nostro dono della nostra vita è per il servizio degli altri, perché la nostra vita cresca con gli altri, perché la comunità e la comunione costruisca un’abbondanza di vita, vita data, così come l’abbiamo ricevuta, non perché la si tenga per noi, ma perché sia per gli altri.

Ecco quindi come si entra nella comunione con Cristo: ascoltando la sua Parola, che vuol dire anche seguire il suo comandamento: amarsi gli uni gli altri come Cristo ci ha amati, come il Padre ha amato Lui.

Ecco come si forma la catena, ed è una catena di amore e relazione, non di pena e costrizione, si dona la propria vita agli altri perché sia catena di intimità ed unità, le stesse che caratterizzano il rapporto tra il Padre e il Figlio, si dona la propria vita, rimanendo in Cristo, non per soffrire con Cristo, ma per non soffrire più, perché le pene dell’uno siano prese a carico dai fratelli e dalle sorelle, perché la vita data diventi vita ricevuta, e ricevuta in abbondanza.

Qui inizia e qui finisce la Legge che deve percorrere e formare la comunità tutta, e qui inizia anche la legge che deve guidare il cristiano e la comunità fuori dalle mura della chiesa locale. Non c’è amore che non rimanga saldo in Gesù, non c’è amore che non porti frutto.

Gesù ha spiegato con attenzione cosa deve fare il cristiano nella società. I vangeli ci spiegano, nelle richieste dei discepoli del Battista, nel Sermone sul Monte, in tutti i detti di Gesù, cosa sia e cosa debba essere l’azione del cristiano. Giovanni parla un po’ più difficile, ma forse in modo più profondo. Nel vangelo di Giovanni Cristo non potrebbe essere più chiaro:

Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri. (Gv13:34-35)

Amen.

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