Una pratica sostenibile per una fede incontrollabile.

E dire che l’idea, all’assemblea, mi era piaciuta.
Si, la sostenibilità. Il concetto è un po’ vacuo, ma si capisce, siamo sostenibili perché non si può andare avanti mangiando più di quel che si produce, bevendo più di quel che si raccoglie, consumando più di quello che si fabbrica, fuori e dentro la chiesa.
Ma poi mi chiedo: e la fede? Anche la nostra fede deve essere sostenibile? E cosa vuol dire una fede sostenibile? Vuol dire una fede razionalizzata? Una fede volta al risparmio? Una fede in decrescita?
Devo dire che anche per un anticapitalista come il sottoscritto, una posizione del genere fa tremare i polsi.
Ci stiamo lamentando della nostra scarsa capacità evangelizzatrice, capacità sia come abilità che come misura volumetrica, eppure sbandieriamo la sostenibilità.
Secondo me è tempo di distinzione!
Una parte di fratelli e sorelle ci chiamano alla pratica sostenibile delle nostre chiese. È un atto di umiltà e di intelligenza, bisogna imparare ad organizzare ed utilizzare le risorse disponibili invece di piangere su un latte che, se pure è stato versato, è ormai evaporato al sole molti anni fa.
Non siamo più quelli che hanno ricevuto per dono, e, se Dio vuole, non siamo neanche quelli che non hanno saputo amministrare i doni ricevuti. Siamo, ormai e per fortuna, una piccola unione, di piccole chiese che possiedono un potenziale enorme, di solito sprecato!
Fatemi dire che pur in soli 31 anni di vita, ho sentito più beghe interne e litigi personalistici che slanci alla conversione del “mondo”!
Conosco personalmente decine di persone in decine di comunità (fortunatamente non più di una o due per ognuna) il cui primo pensiero sull’evangelizzazione è definire con chiarezza chi non vogliono in chiesa! (no ai fondamentalisti, no agli omosessuali, no alle donne pastore, no a troppi stranieri, no a pochi stranieri, etc, etc, etc…)
La comunità locale, persa cosi nella propria INsostenibilità, non può che aver bisogno di un percorso nuovo, che rimarchi le potenzialità di quel che abbiamo, se non lo sprechiamo, più che piangere su ipotetici latti pindaricamente versabili.
Questo però non può essere accettabile se si parla di fede. La fede non può, e non deve, essere sostenibile. La fede sostenibile è la fede ridotta, addomesticata, diluita nel vivere comune e nella società non cristiana, come pure rinchiusa nella torre d’avorio della ristrettezza teologica di categorie ottocentesche morte e sepolte, torre che non potrà non cadere, e che quando cadrà ferirà, umilierà ed ucciderà persone e coscienze. Ogni giorno, anche per via dei miei studi, sento parlare di fondamentalismo e liberalismo nelle nostre chiese.
Vorrei che chiunque ama una di queste due procaci donzelle le andasse a conoscere da vicino, di persona e si accorgesse che stanno baciando dei cadaveri, e nemmeno troppo imbiancati!
Mille altre interpretazioni sono passate sotto i nostri ponti, la teologia dialettica, quella della liberazione, il post-liberalismo, il neo-liberalismo, l’inerranza teorica, e chi più ne ha più ne metta!
Quella che è sempre rimasta inalterata è la Bibbia, la testimonianza della vita, delle opere, degli insegnamenti, della morte e della resurrezione del Nostro Signore Gesù Cristo, su di Lui la benedizione. (Fatemi esagerare con le maiuscole, ogni tanto ci vuole!)
Ecco perché allora la mia proposta è un’altra: mentre sosteniamo e mettiamo in atto la sostenibilità del nostro vivere la chiesa che abbiamo, mentre ritorniamo al tortuoso campo del buon senso nella nostra vita comunitaria, credo sia ora di scatenare, letteralmente, la nostra fede. La nostra deve essere una fede INsostenibile, non deve poter essere fermata, deve essere incontrollabile!
Deve essere una vocazione all’azione, alla testimonianza, al passaggio di memorie e di pratiche tra le generazioni, deve essere produzione e proiezione di tradizioni e metodi che spalanchino le porte a nuovi metodi e creino nuove tradizioni.
La fede che abbiamo conosciuto, che ci è stata portata dal Cristo è fonte di acqua viva, che scorre oltre gli argini della fonte stessa.
Noi troppe volte la vogliamo razionalizzare, imbrigliare, incanalare, creare una fede “sostenibile”, controllabile che non dia fastidio.
Ebbene, questo ha da finire, se vogliamo continuare a dirci cristiani, perché solo chi testimonia delle grandi cose che Dio ha fatto per lui, può dirsi, in coscienza, cristiano.

Nel mondo odierno, dire che bisogna risparmiare è un fastidio. Dire che bisogna consumare meno, meglio, inquinare meno, inquinare meglio, eliminare gli sprechi e maturare una coscienza della devoluzione, tutto questo è un fastidio. La nostra fede si è adattata al modello occidentale, capitalista e consumista, ma invece di votarsi al “grande è bello”, è andata lentamente verso il contrario, per non dare fastidio, si è rinchiusa nelle mezze frasi, nei non detti rivelatori, nel silenzio forzato scambiato per politically correct, nella giustificazione lassista scambiata per giustificazione per fede.
In questo ritrovare la sostenibilità della fede vuol dire farla tornare al suo primo e modesto impiego: fonte incontrollabile, annuncio incontrollabile, fiducia incontrollabile, testimonianza incontrollabile!
Non troveremo sempre le parole giuste, almeno all’inizio, prendiamone atto, alcuni atteggiamenti sembreranno esagerati, alcuni metodi si riveleranno quelli sbagliati, altri “cristianesimi” hanno cominciato a tentare nuove vie, e ne vediamo gli effetti, buoni o cattivi che siano. Impariamo dai nostri e dagli altrui errori, ma finché imbriglieremo la nostra fede, non solo non saremo effettivi nella nostra società, ma usurperemo anche il nome di cristiani!

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