Ogni tanto..

è necessario affidarsi alle parole di altri, quando tu non avresti saputo rispondere in maniera più chiara…

Tratto dalla rubrica “Dialoghi con Paolo Ricca” del settimanale Riforma del 26 gennaio 2007

Il peccato e l’omosessualità

Che cosa è oggi peccato?
Mi chiedo spesso che cosa sia oggi «peccato». I pastori del passato ci hanno insegnato chiaramente che cosa era un peccato. Oggi c’è un po’ di confusione, e comunque nessuno teme il giudizio. Sembra quasi che quello che era considerato «peccato», oggi non lo sia più. Per esempio, leggo in Levitico 20, 13: «Se uno ha con un uomo relazioni sessuali (…) tutti e due hanno commesso una cosa abominevole». È così? Se è chiaro il «non rubare», anche questa valutazione è chiara. Oppure no? lo credo che i valori cambiano perché Satana si dà un gran daffare. Ma quello che Dio diceva al suo popolo tremila anni fa, vale anche oggi. Oppure la morale cambia a seconda del vento, e la religione si adegua per paura di perdere terreno? lo credo che le scelte etiche debbano essere limpide anche in campo sessuale, e, per il credente, ispirate all’insegnamento biblico. Adattare la Bibbia alle nostre esigenze vuol dire accantonare la parola di Dio. Sinceramente, Lei come la vede?
Lettera firmata- Genova

Anch’io, come Lei, cara lettrice, mi chiedo spesso che cosa sia oggi peccato.

Stabilirlo sembra la cosa più semplice del mondo, invece è una delle più difficili. Sa perché? Per due ragioni principali. La prima è che molti comportamenti che, un tempo, secondo la morale corrente (condivisa però anche, a torto o a ragione, da tanti cristiani), erano considerati peccati (ad esempio: ballare), oggi non lo sono più, non solo perché i costumi e le mentalità sono cambiate, ma anche perché ci si è resi conto dell’insensatezza di tanti divieti del passato. La prima ragione è dunque questa: tanti peccati semplicemente non erano peccati. La seconda ragione è più sottile, ed è questa: una delle caratteristiche del peccato è la capacità di travestirsi, di camuffarsi nel suo contrario. Succede allora che un peccato, addirittura della peggior specie, assume le sembianze di una virtù, e quindi viene lodato anziché essere censurato; e inversamente un’azione esteriormente corretta e persino giusta (pensi al Fariseo della parabola!) si rivela, a uno sguardo non superficiale, un vero e grave peccato. Il peccato, insomma, ci inganna facilmente, per cui ci accade di chiamare peccato ciò che peccato non è, e di non chiamare peccato ciò che invece peccato è. Gesù ha più volte richiamato l’attenzione dei suoi interlocutori su questo fatto. Ad esempio in questi termini: «Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta e dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più gravi della legge: la giustizia, e la misericordia, e la fede» (Matteo 23, 23). Oppure con quest’altra parola, rivolta a coloro che ritenevano peccato mangiare certi cibi: «Non è quello che entra nella bocca che contamina l’uomo; ma quel che esce dalla bocca, ecco quel che contamina l’uomo» (Matteo 15, 11).

Che cos’è peccato? Bella domanda e grosso problema, per niente facile da risolvere. Conosco delle chiese nelle quali è peccato (grave) per una donna mettersi il rossetto (perché nella Bibbia sta scritto che la donna non deve abbellirsi né avere altro ornamento che le buone opere: I Timoteo 2, 9-10);è peccato (grave) portare i pantaloni (perché sta scritto nella Bibbia: «La donna non si vestirà da uomo, né l’uomo si vestirà da donna; poiché chiunque fa tali tose è in abominio all’Eterno; il tuo Dio» -Deuteronomio 22, 5: andatelo a dire agli Scozzesi, con i loro gonnellini!); è peccato (grave) in quelle chiese, sempre per le donne, partecipare al culto senza velo (perché sta scritto nella Bibbia: la donna «si metta un velo» I Corinzi 11, 6). Secondo una certa visione della fede, della Bibbia e della chiesa, questi sono tutti peccati (gravi). Per me non lo sono affatto, e forse neppure per Lei, cara lettrice, anche se sono inequivocabilmente «fondati» sulla Bibbia. Credo sinceramente (Lei mi chiede di risponderLe «sinceramente») che il peccato sia qualcosa di più serio, di molto più serio, che queste futilità.

Ma allora: che cos’è il peccato? Vede quanto è difficile rispondere alla Sua domanda, pure così elementare, ma anche così importante per la nostra fede. La Sua lettera, comunque, ha il merito di sollevare un problema di prima grandezza: l’eclissi moderna della coscienza del peccato. È vero che oggi non si sa più che cosa sia peccato – una parola diventata per molti priva di senso perché priva di contenuto. Un tempo questa parola impressionava, spaventava e sovente angosciava le anime; oggi lascia la stragrande maggioranza dei nostri contemporanei, e forse anche noi, abbastanza tranquilli o indifferenti. Non ci inquieta più, non ci mette più in allarme o in crisi, dobbiamo anzi fare uno sforzo per prenderla sul serio, come merita. Difatti, come si può ancora sapere che cos’è salvezza, se non si sa più che cos’è peccato? L’eclisse della coscienza del peccato può essere la spia di un’altra eclisse, ancora più grave: quella della salvezza. Ora, il fatto che nel nostro tempo la parola «peccato» sia diventata inconsistente e si sia come svaporata è tanto più sorprendente in quanto proprio la nostra generazione è stata ed è testimone (e complice) di una misura, per così dire, fuori misura di orrori, quindi appunto di peccato, se è vero, come è -vero, che il secolo che sta alle nostre spalle ha superato in crimini, efferatezze ed abomini tutti i secoli precedenti. Non possiamo certo dire che non sappiamo più che cosa sia peccato perché non lo vediamo in giro. AI contrario, lo vediamo dilagare, ma paradossalmente più cresce lo spettacolo del male nelle sue mille forme, più diminuisce la coscienza del peccato. Non basta esserne circondati e quasi assediati, per essere «convinti di peccato» come dice Gesù (Giovanni 8, 46). Per ricuperare la coscienza del peccato occorre ricuperare la coscienza e conoscenza di Dio, della sua Legge e della sua Parola e vedere nel male che dilaga una disubbidienza alla Parola di Dio e una trasgressione della sua Legge. Ma qual è questa Legge? Qual è questa Parola?

Lei, cara Lettrice, per rispondere a questa domanda e quindi individuare con chiarezza assoluta che cosa sia peccato si è messa su una china scivolosa: quella di citare un versetto della Bibbia. Questo metodo, adoperato da molti cristiani, secondo me non ci aiuta, anzi ci caccia in un labirinto dal quale non si esce. Lei mi cita Levitico 20,13 e ne deduce, ovviamente, che l’omosessualità è un peccato abominevole. E io Le cito Levitico 24,16: «Chi bestemmia il nome dell’Eterno dovrà essere messo a morte; tutta la radunanza lo dovrà lapidare». Oppure Deuteronornio 21,18-21: «Quando un uomo ha un figlio ribelle che non ubbidisce alla voce né di suo padre né di sua madre (…) tutti gli uomini della sua città lo lapideranno sì che muoia». Che ne dice, cara Lettrice ? Come la mettiamo con questi peccati e le relative punizioni? Anche qui tutto è chiarissimo, ma Lei non è spaventata da questa chiarezza? Io sì. Ma allora è proprio vero che quello che Dio diceva al suo popolo tremila anni fa «vale anche oggi», come Lei scrive? Che cosa vale e che cosa non vale? Potrei, come Lei sa benissimo, citare molti altri versetti come quelli ora riportati, ma non lo faccio. Ne ho citati due solo per far vedere la via dei singoli versetti non è percorribile per stabilire che cosa sia veramente peccato. Anzi, è forse proprio percorrendo quella via che, paradossalmente, invece di prendere coscienza di che cosa sia veramente peccato, la si è persa.

Dicendo questo non mi voglio sottrarre alla sua domanda specifica: Lei mi chiede di dirLe «sinceramente» se l’omosessualità sia peccato, oppure no. Le dirò «sinceramente» che, secondo me non lo è, anche se so benissimo che la Bibbia lo considera tale. Ma perché la Bibbia considera l’omosessualità un peccato? Perché gli autori biblici ritenevano che l’omosessualità fosse una scelta. Noi oggi sappiamo quello che gli autori biblici non sapevano e neppure lontanamente supponevano, e cioè che l’omosessualità non è una scelta, ma una condizione. E questo cambia tutto il discorso.

Ma allora, che dobbiamo dire e, soprattutto, fare? Che cosa è peccato? Qual è la Legge divina trasgredendo la quale si commette peccato? Risponderò in due tempi.
l) In primo luogo la Legge divina sono i Dieci Comandamenti dati da Dio al popolo attraverso Mosè. Trasgredirli è peccato. Ma si tratta dei Dieci comandamenti, e non dei diecimila precetti che abbiamo aggiunto attraverso i secoli. Si tratta, lo ripeto, del Decalogo, cioè di sole «dieci parole» di Dio. Dio non è chiacchierone come noi.
2) In secondo luogo, sappiamo tutti che Gesù ha dato due soli comandamenti, che poi in realtà ne costituiscono uno solo: amare Dio con tutto il cuore e amare il prossimo come noi stessi. Ed ha precisato: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge ed i profeti» (Matteo 22, 40). L’apostolo Paolo dice la stessa cosa: «Chi ama il prossimo ha adempiuto la legge» (Romani 13, 8). E qui giungiamo al nocciolo della questione. Alla domanda: che cos’è peccato? Kierkegaard rispondeva così: «Il contrario del peccato non è la virtù, ma la fede». Il peccato è l’idolatria. La nostra città, cioè la nostra civiltà, è come l’antica Atene, «piena di idoli» (Atti 17, 16). Ma il peccato non è solo adorare altre divinità anziché il Dio di Abramo, dì Isacco, di Giacobbe e di Gesù. È peccato anche la mancanza di amore. Chi non ama, pecca. Il peccato è non amare. Chi invece ama, dimora nell’amore, «e chi dimora nell’amore, dimora in Dio, e Dio dimora in lui» (I Giovanni 4, 16).

Una pratica sostenibile per una fede incontrollabile.

E dire che l’idea, all’assemblea, mi era piaciuta.
Si, la sostenibilità. Il concetto è un po’ vacuo, ma si capisce, siamo sostenibili perché non si può andare avanti mangiando più di quel che si produce, bevendo più di quel che si raccoglie, consumando più di quello che si fabbrica, fuori e dentro la chiesa.
Ma poi mi chiedo: e la fede? Anche la nostra fede deve essere sostenibile? E cosa vuol dire una fede sostenibile? Vuol dire una fede razionalizzata? Una fede volta al risparmio? Una fede in decrescita?
Devo dire che anche per un anticapitalista come il sottoscritto, una posizione del genere fa tremare i polsi.
Ci stiamo lamentando della nostra scarsa capacità evangelizzatrice, capacità sia come abilità che come misura volumetrica, eppure sbandieriamo la sostenibilità.
Secondo me è tempo di distinzione!
Una parte di fratelli e sorelle ci chiamano alla pratica sostenibile delle nostre chiese. È un atto di umiltà e di intelligenza, bisogna imparare ad organizzare ed utilizzare le risorse disponibili invece di piangere su un latte che, se pure è stato versato, è ormai evaporato al sole molti anni fa.
Non siamo più quelli che hanno ricevuto per dono, e, se Dio vuole, non siamo neanche quelli che non hanno saputo amministrare i doni ricevuti. Siamo, ormai e per fortuna, una piccola unione, di piccole chiese che possiedono un potenziale enorme, di solito sprecato!
Fatemi dire che pur in soli 31 anni di vita, ho sentito più beghe interne e litigi personalistici che slanci alla conversione del “mondo”!
Conosco personalmente decine di persone in decine di comunità (fortunatamente non più di una o due per ognuna) il cui primo pensiero sull’evangelizzazione è definire con chiarezza chi non vogliono in chiesa! (no ai fondamentalisti, no agli omosessuali, no alle donne pastore, no a troppi stranieri, no a pochi stranieri, etc, etc, etc…)
La comunità locale, persa cosi nella propria INsostenibilità, non può che aver bisogno di un percorso nuovo, che rimarchi le potenzialità di quel che abbiamo, se non lo sprechiamo, più che piangere su ipotetici latti pindaricamente versabili.
Questo però non può essere accettabile se si parla di fede. La fede non può, e non deve, essere sostenibile. La fede sostenibile è la fede ridotta, addomesticata, diluita nel vivere comune e nella società non cristiana, come pure rinchiusa nella torre d’avorio della ristrettezza teologica di categorie ottocentesche morte e sepolte, torre che non potrà non cadere, e che quando cadrà ferirà, umilierà ed ucciderà persone e coscienze. Ogni giorno, anche per via dei miei studi, sento parlare di fondamentalismo e liberalismo nelle nostre chiese.
Vorrei che chiunque ama una di queste due procaci donzelle le andasse a conoscere da vicino, di persona e si accorgesse che stanno baciando dei cadaveri, e nemmeno troppo imbiancati!
Mille altre interpretazioni sono passate sotto i nostri ponti, la teologia dialettica, quella della liberazione, il post-liberalismo, il neo-liberalismo, l’inerranza teorica, e chi più ne ha più ne metta!
Quella che è sempre rimasta inalterata è la Bibbia, la testimonianza della vita, delle opere, degli insegnamenti, della morte e della resurrezione del Nostro Signore Gesù Cristo, su di Lui la benedizione. (Fatemi esagerare con le maiuscole, ogni tanto ci vuole!)
Ecco perché allora la mia proposta è un’altra: mentre sosteniamo e mettiamo in atto la sostenibilità del nostro vivere la chiesa che abbiamo, mentre ritorniamo al tortuoso campo del buon senso nella nostra vita comunitaria, credo sia ora di scatenare, letteralmente, la nostra fede. La nostra deve essere una fede INsostenibile, non deve poter essere fermata, deve essere incontrollabile!
Deve essere una vocazione all’azione, alla testimonianza, al passaggio di memorie e di pratiche tra le generazioni, deve essere produzione e proiezione di tradizioni e metodi che spalanchino le porte a nuovi metodi e creino nuove tradizioni.
La fede che abbiamo conosciuto, che ci è stata portata dal Cristo è fonte di acqua viva, che scorre oltre gli argini della fonte stessa.
Noi troppe volte la vogliamo razionalizzare, imbrigliare, incanalare, creare una fede “sostenibile”, controllabile che non dia fastidio.
Ebbene, questo ha da finire, se vogliamo continuare a dirci cristiani, perché solo chi testimonia delle grandi cose che Dio ha fatto per lui, può dirsi, in coscienza, cristiano.

Nel mondo odierno, dire che bisogna risparmiare è un fastidio. Dire che bisogna consumare meno, meglio, inquinare meno, inquinare meglio, eliminare gli sprechi e maturare una coscienza della devoluzione, tutto questo è un fastidio. La nostra fede si è adattata al modello occidentale, capitalista e consumista, ma invece di votarsi al “grande è bello”, è andata lentamente verso il contrario, per non dare fastidio, si è rinchiusa nelle mezze frasi, nei non detti rivelatori, nel silenzio forzato scambiato per politically correct, nella giustificazione lassista scambiata per giustificazione per fede.
In questo ritrovare la sostenibilità della fede vuol dire farla tornare al suo primo e modesto impiego: fonte incontrollabile, annuncio incontrollabile, fiducia incontrollabile, testimonianza incontrollabile!
Non troveremo sempre le parole giuste, almeno all’inizio, prendiamone atto, alcuni atteggiamenti sembreranno esagerati, alcuni metodi si riveleranno quelli sbagliati, altri “cristianesimi” hanno cominciato a tentare nuove vie, e ne vediamo gli effetti, buoni o cattivi che siano. Impariamo dai nostri e dagli altrui errori, ma finché imbriglieremo la nostra fede, non solo non saremo effettivi nella nostra società, ma usurperemo anche il nome di cristiani!