Confessione di peccato.

Questo non è un nuovo articolo, anzi, è un’ammissione di colpa.

Un anno fa io scrissi questo post, e poi basta. Aprimmo anche uno spazio ad hoc, ma di fatto l’esperienza terminò lì. Non avrebbe dovuto. Una certa eco ci fu, speriamo che riprenderlo serva a qualcosa…

Ora e Sempre, Resistenza…


Sono quasi vent’anni che la politica italica ha fatto finta di cambiare.
Gattopardescamente i partiti che governarono l’italia repubblicana sono spariti, e nuove soluzioni, perfettamente identiche alle precedenti, si sono fatte avanti.

In queste ultime elezioni, però, qualcosa è cambiato.
Oltre la metà degli italiani ha deciso che la solidarietà, l’equità, le possibilità, i diritti, i doveri, le pari opportunità e la crescita umana e non merceologica non avevano più posto, nel nostro Parlamento.
Gli italiani hanno nuovamente dato credito ad un essere disgustoso che tutto il mondo ci biasima, ma soprattutto ha teso disperatamente per quelle frange più estreme e psicotiche del panorama italico, fino a far preoccupare della tenuta della democrazia nel nostro paese.

E’ dunque venuto il tempo della Resistenza.
E’ venuto il momento di tornare alla base del nostro credo più profondo.

Due secoli fa, un economista e filosofo fondò un movimento mondiale, una corrente di pensiero che si è sparsa in tutto il mondo in centinaia di forme diverse, dimostrando di avere in sè tanto il germe del rinnovamento quanto quello dell’assolutismo.
Alcuni pensano che l’economia sia il campo di battaglia, a loro ripensare la resistenza in quei luoghi, e già da ora prometto il mio sostegno sincero e critico.

Altri, da più parti, a volte le più impensate, pensano invece che il problema sia più profondo, meno politico, più sociale, meno civile, più emozionale.
A loro mi rivolgo, e chiederei un sostegno sincero, e critico.

Il male della società che vota Berlusconi, e che a lui oppone solo un Veltroni, si chiama incomunicabilità.
Non c’è più comunicazione tra le persone.
Non esistono più ambiti di socialità e socializzazione, non c’è più un’agorà, non c’è più tempo, e quando ci fosse anche il tempo e lo spazio, non si conoscono più le modalità.

Incontrare uno sguardo per strada, un gomito a gomito sull’autobus o sul treno, un luogo di ritrovo, non sono altro che nuove conferme al nostro stato di bozzolo socio-emozionale, momenti da cui si esce sempre sconfitti, chiusi nel nostro mondo, cupo o allegro che sia.

Questo è il tempo per una nuova Resistenza, per un nuovo esercito di Partigiani, le cui prerogative saranno:

La Resistenza è coraggiosa.
Per resistere, per affermare l’apertura verso il diverso, è necessario molto coraggio. Di più, è necessaria una nuova energia. Il Partigiano deve avere “la sua mente e le sue emozioni sempre in attività, cercando costantemente di persuadere l’avversario del suo errore. Queto metodo è […] non aggressivo fisicamente, ma dinamicamente aggressivo spiritualmente“(*)

La Resistenza non cerca l’umiliazione.
Le azioni di protesta, o le aperture alla discussione, non devono essere condotte per sconfiggere, ma per far riflettere. Se si è consapevoli dell’ingiustizia di alcune posizioni, il proprio obiettivo deve essere quello di “risvegliare un senso di vergogna morale nell’avversario“(*), non di sconfiggerlo o “convertirlo”. Se risultato ci sarà, sarà risultato dall’interno, più difficile, più duraturo.

La Resistenza non è ad-personam.

Il partigiano non confronta una persona, ma un’ingiustizia. Così come la lotta contro il Nazi-fascismo è stata a volte macchiata da personalismi, così come le lotte razziali, o politiche, sono a volte culminate in atti di violenza, allo stesso modo il rischio è di vedere nel fantoccio di carta che ci viene posto davanti, il nostro nemico. Dobbiamo essere pronti a combattere l’ingiustizia, non solo persone che possano essere ingiuste.

La Resistenza è resistenza nell’amore.
Non ci può essere vera vittoria se non abbandoniamo (e l’autore per primo) ogni sentimento di odio.
Il razzista è una persona con le idee sbagliate, idee che possono infettare altri; combattere lui, sarebbe come combattere la droga sbattendo in galera i tossici. Odiare i liberisti e i liberali ha senso solo se insegna a conoscerli, per meglio affrontarli. Con grande dolore devo ammettere in prima persona che odiare Berlusconi non mi aiuterà a convincere le persone a non votarlo, e disprezzare Bossi non mi permetterà di aprire gli occhi alla gente sull’assurdità dell’odio generico contro “l’immigrato” senza volto.
Lungo la strada della vita, qualcuno deve avere abbastanza senso e abbastanza morale per spezzare la catena dell’odio. questo può essere fatto solo proiettando l’etica dell’amore al centro della nostra vita.” (*) Se non ora, quando? Se non noi, chi?

E’ purtroppo necessario, a questo punto, fare un breve excursus su cosa sia l’amore, per il Partigiano. Qui non si parla nè di amore erotico, nè di semplice fratellanza. Qui non si parla nemmeno di quell’etereo sentimento che millenni di storia di potere ci hanno fatto rigettare. Qui non si parla della sofferente accettazione, non si parla del mistico nirvana.
L’amore della Resistenza è la forza più devastante che l’uomo conosca. Più di mille bombe atomiche, più di un proiettile, l’amore è azione. L’amore del Partigiano è decisa negazione dell’odio. Non ci può essere amore se c’è ingiustizia, l’amore esce per affrontare l’odio e l’ingiustizia, non si nasconde.
L’amore non è solo amore della verità, ma è anche amore nella verità. Non posso amare e mentire nello stesso tempo. Non posso nascondere al razzista che ogni incontro col diverso è un rischio, ma non posso nemmeno permettermi di pensare che ogni rischio sia segnale di fallimento. Amare è la cosa più difficile del mondo, ma essere amati lo è di più. Il Partigiano che ama il suo nemico, e per amore di questo combatte l’ingiustizia che è dentro di lui, è una figura pericolosa, perchè tiene a te e lo dimostra affrontandoti là dove le tue paure hanno costruito un muro.
L’amore è pericoloso perché permette di soffrire, rende vulnerabili, e l’odio e l’ingiustizia sono tra le armi peggiori. E’ per questo che la Resistenza di uno o di una è futile.
Resistenza può esserci solo dove una comunità ama al di fuori e sostiene all’interno. Ogni Partigiano è inutile, se non è stretto fermamente in una catena di sostegno, di con-passione.

La Resistenza si nutre della Libertà.
Non ci può essere Resistenza se ci si sente già liberi. Non ci può essere Partigiano se non c’è un sistema assoluto da abbattere. Se la nostra idea di giustizia e di libertà è l’idea del meno peggio, la nostra resistenza sarà inutile, sarà ribellione stereotipata, sarà consumismo del bastian contrario. Prima di tutto e alla fine di tutto ci deve sempre essere nel Partigiano la consapevolezza e l’analisi dei propri obiettivi. Non devono mai essere obiettivi universali, perchè il Partigiano, per quanto unito nella catena della con-passione, non è che un essere umano, e come tale deve pensare e agire. L’obiettivo può essere puntuale, o temporale, ma deve sempre essere ripensato, e l’analisi deve sempre partire dalla assoluta accettazione dell’altro come essere umano, in grado di capire i nostri argomenti, e, si spera, di condividerli.

La Resistenza non è conversione di massa.
L’essere umano è libero e indiscusso padrone della sua coscienza. Questo deve essere il primo pensiero del Partigiano. Non si può pensare che il proprio obiettivo sia quello di convincere tutti alla propria idea, al proprio partito, nemmeno alla propria parte allargata di società. Nella Resistenza c’è il seme della sconfitta, e talvolta anche del collaborazionismo. Tutto questo è da tenere in conto. Il Partigiano di oggi ha un grande vantaggio, rispetto ai padri della nostra Repubblica, non deve nascondersi, anzi, perciò può esimersi dall’essere militante in ogni momento, ma non può mai esimersi da portare con se le armi della sua battaglia, l’amore attivo verso il prossimo, la con-passione verso i compagni, la fiducia nell’uguaglianza e nella sincerità.

(*) Martin Luther King, Non-violence and Racial Justice

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