L’Abnegazione, ovvero come far passare il demonio per un santo

Mi è stato chiesto se l’abnegazione sia un sentimento cristiano.

La risposta è piuttosto semplice: NO!

Ripetiamo per completezza: Manco per l’anima!

Dato che mi sono trovato ad argomentare, eccovi il prodotto del mio cervelletto spremuto:

abnegazione, secondo il wikizionario è “rinuncia totale e consapevole del proprio bene e interesse per gli altri
Ovvero la capacità di distruggere se stessi per il benessere altrui, manco foste Goldrake. Questa, il più delle volte, è una mossa da illusi, e non una virtù.
Infatti il concetto di abnegazione ha senso compiuto solo nel caso in cui l’azione sia veramente un dono incondizionato, che nulla chiede in cambio e nulla si aspetta. La maggior parte di quelli che abnegano, invece, sotto sotto, o manco tanto, hanno un desiderio, un’illusione, una speranza o una pretesa che li fanno agire in modo da paventare la rinuncia di sé, mentre si autoaffermano nella richiesta coatta.
Dal punto di vista cristiano tutto deve essere calcolato con e sul comandamento dell’amore.
Lo si può declinare come amore altruistico: “Ama il prossimo tuo come te stesso“; (Mt 22:39/Mc 12:31/Lc 10:27/Rm 13:9/Gal 5:14/Gc 2:8)
Oppure come amore “cristico”: “Amatevi gli uni gli altri come io (Cristo) vi ho amato“. (Gv 13:34)
Come si vede, non c’è possibilità di confusione alcuna, nel comandamento ci sono 3 soggetti-oggetti sempre presenti: Dio (il latore dell’amore), l’individuo (agente dell’amore), il prossimo (ricevente dell’amore).
E’ fin troppo facile, a questo punto, argomentare che chi abnega sottrae dalla formula uno dei termini (ovvero se stesso) e di fatto contravviene al comandamento divino, il quale, senza tema di smentite, implica che la capacità di amare se stessi o di ritenersi degni dell’amore (di Dio) è conditio sine qua non esiste la possibilità di amare gli altri.
Sebbene il dono di sè in diversi passi biblici sia previsto, a volte addirittura caldeggiato, esso non diventa mai “sacrificio abnegante”, perchè mai e poi mai Dio chiede all’individuo l’annullamento nell’altro. Anche quando si dona la vita per qualcuno o qualcosa, l’annientamento del sè non è mai visto dalla Bibbia come buono, perchè viene a mancare il carattere di testimonianza dell’atto.

Esempio lampante è il Cristo stesso. Il suo sacrificio è il contrario dell’abnegazione, dice San Paolo, nella lettera ai Filippesi:

Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre. (Fil. 2:5-11)

L’ubbidienza a Dio non è abnegazione, ma dono di sè, che viene premiato non nel sacrificio della propria identità ma anzi nell’estremo opposto, nella esaltazione di quello che tu sei e fai, facendo ciò che è volontà di Dio tu distruggi l’idolo della “rinuncia totale e consapevole del proprio bene e interesse” perchè si costruisca, insieme a te, un bene ed interesse maggiori, ovvero la volontà di Dio.

Se dunque l’abnegazione è essere per l’altro fino alle estreme conseguenze,  mettendo l’amore e la testimonianza dell’amore come fondamento e capitello della propria azione, essa può essere considerata un’azione cristiana, ma se vuole solo essere per l’altro fino alla negazione di sé, è da combattere in ogni sua forma, perchè non porta alla testimonianza cristiana, ma alla fine stessa della possibilità di testimoniare l’amore di Dio che è sempre amore per, e mai amore contro.

Pubblicato in: on 25 Settembre 2009 at 19:06 Lascia un Commento
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Giovanni 15:1-17, la Vera Vite

Ripropongo qui il mio sermone del 9/8/09, come appunto personale, e nel caso qualcuno volesse leggerlo, anche se, come al solito, leggere un sermone è come leccare la foto di un gelato…

Giovanni 15:1-17 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunziata. Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici. 14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio. Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Fratelli e sorelle, buongiorno.

Quando Claire mi ha chiesto di predicare, avevo già in mente un astuto piano. Come ormai saprete tutti sto studiando per dare finalmente gli ultimi esami alla Facoltà Valdese di Teologia e nulla come un esame di Esegesi del Nuovo Testamento ti dà materiale per un buon sermone, o per un milione di buoni sermoni.

Sapete, credo, perché l’avrò raccontato un milione di volte, che l’esame di esegesi è nient’altro che lo studio di un passo biblico dal suo testo originale, greco od ebraico, passando attraverso la spiegazione dei significati del testo, la sua storia, la storia della sua redazione, chi l’ha scritto, quando, perché, cosa voleva dire il testo a quelli che lo lessero per la prima volta e via studiando, fino a darne una spiegazione esauriente di tutti i temi che vi si possono trovare.

Il lavoro è sicuramente interessante, ma vi assicuro che solo studiando un testo vi ritroverete con tante di quelle informazioni che vi basterebbero per cinquanta sermoni, e qui i piani astuti vanno a farsi friggere.

Ricordo per esempio di aver già fatto un sermone su questo passo. Sui versetti da 1 a 8. Il classico sermone sulla vera vite, uno di quelli che si sentono almeno una volta l’anno. Ci sono vari motivi per cui questo succede, e tutti legati a diversi accenti della nostra fede.

C’è chi predica sulla vite perché è molto presente nella storia del popolo ebraico e di Gesù in particolare: senza vedere tutti i passi, molti ricorderanno che Noè si ubriacò col frutto della vite e di vigna parlano tutti i vangeli, Marco una volta, addirittura Matteo e Luca due.

C’è chi predica su uno dei passi precedenti, che di solito sono parabole, e magari cita di passaggio Giovanni.

C’è chi usa il passo per istruire, chi per esortare, chi per consolare.

Tutto questo è nel testo, e un buon esegeta dovrebbe tener conto di tutto, nella sua analisi.

Si parte dunque, solitamente, dal contesto interno, ovvero, nella narrazione della storia di Gesù dove siamo?

Il capitolo 15 che qui comincia è all’interno di quella cornice che gli studiosi chiamano i “Discorsi di Commiato”. Giuda è stato già mandato a far ciò che deve, e a farlo presto, e Gesù si ferma a parlare coi discepoli nella sala della cena, prima di recarsi al giardino dove verrà catturato.

Sono quindi undici gli ascoltatori di questi discorsi, e questi undici, dicono gli studiosi, sono il germe della prima chiesa, senza la loro testimonianza di quel che Gesù disse loro, l’insegnamento di Cristo sarebbe rimasto segreto. Ecco perché si parla di un insegnamento esoterico, non perché Gesù abbia insegnato ai discepoli a fare magie, ma perché queste parole sono dirette ai soli credenti. Queste sono le fondamenta che Gesù getta perché si possa costruire una comunità di fede nel suo nome, secondo Giovanni. Non ci può essere comunità cristiana che non segua le regole dei discorsi di commiato, ovvero non c’è comunità dove non ci sia attenzione a quel che Gesù ha detto, prima che a quel che Gesù ha fatto.

Credo conosciate tutti i braccialetti con le iniziali W. W. J. D., e credo sappiate significhi “Cosa Farebbe Gesù” in Inglese. Si dà spesso ai ragazzi, perché nei casi della vita guardino alla scritta e si chiedano “Cosa Farebbe Gesù?”, per poi agire di conseguenza. Lasciamo da parte la domanda legittima se questi braccialetti siano dati perché i ragazzi ricordino cosa farebbe Gesù, o cosa farebbe il pastore (o il pastore dei giovani, o la mamma, o tutti insieme, quando succede). Ecco, a Giovanni non è che importi granchè che il cristiano sappia cosa farebbe Gesù, ma è abbastanza sicuro che il credente debba sapere cosa ha detto Gesù!

E allora cos’ha detto Gesù?

Nel mio sermone sulla vera vite, che magari qualcuno di voi si ricorda pure…

Vabbè, se non ve lo ricordate è meglio, si può sempre riutilizzare più avanti, comunque, dicevo che in quel sermone notavo con una punta di angoscia che Gesù punta la nostra attenzione sul fatto che essere suoi discepoli non basta.

Non basta conoscere Gesù, non basta dargli del tu, non basta nemmeno andare in giro con una maglietta con su scritto Gesù salva, o con un braccialetto, se non rimani in Lui, sei un tralcio secco, il vignaiolo arriva e ti strappa via.

Se dimori in Lui, di contro, porti molto frutto, e non ci sono discussioni. Come vedete la situazione sembra un po’ terrorizzante all’inizio, ma poi ci si tranquillizza. rimani in lui e porterai frutto, non ci sono dubbi a riguardo.

Ma cosa vuole dire rimanere in lui?

Giovanni scrive difficile, non gli si può negare. Si può dire a sua discolpa che scrive per un pubblico ben preciso, gente che sa cosa sta dicendo, e usa un sacco di termini tecnici, termini che la sua comunità conosce bene.

Ora, ci sono dei termini tecnici che potrei usare in un sermone e che lo renderebbero perfettamente comprensibile ad alcuni, e totalmente oscuro ad altri. Se parlo di Figlio di Dio tutti quelli nati in un paese cristiano mi capiscono, ma alcuni potrebbero non capire, pensate ai Greci al tempo di Gesù, per loro “figlio di un dio” voleva dire una cosa completamente diversa, ne avevano a decine, di “figli di dei”.

Qui se parlo di Gesù come Parola di Dio, nessuno si scompone, mentre una persona che frequenti un’altra chiesa, o non ne frequenti nessuna, potrebbe non averne mai sentito parlare.

Ho usato prima il termine esegesi, e se volessi andare nello specifico, potrei parlare dell’ermeneutica Giovannea, della figura e l’importanza del Paracleto, e via di linguaggio esclusivo, fino a non far capire niente nemmeno a me che parlo.

Giovanni questo lo sa, e capisce il rischio che si corre, a parlare esoterico, per iniziati.

Così Giovanni spiega e spiega così tanto che rischia di confonderci ulteriormente…

Ecco allora che l’esegesi ci viene incontro:

Io sono la vite, dice Gesù, e voi i tralci.

Il tralcio che non dà frutto si estirpa, così come chi non rimane in Gesù.

Chi rimane in Gesù porta molto frutto, e verrà potato, affinché ne porti ancora di più.

Il verso 9 diventa il punto focale del passo, il centro intorno a cui tutto ruota.

Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; rimanete nel mio amore.

Da lì in poi la spiegazione vorrebbe essere ovvia, ma forse merita qualche attenzione:

Rimanere il Gesù è l’unico modo di rimanere nel suo amore, ed è anche il modo per cui si tiene fede ai suoi comandamenti.

Tenere fede ai comandamenti di Dio, abbiamo letto in prima Giovanni, è il modo di amare Dio, e il suo comandamento è leggero: amatevi gli uni gli altri.

Sarebbe facile accostare questo comandamento ad “ama il prossimo tuo come te stesso”, ma il comandamento di Gesù in Giovanni è rivolto all’interno della comunità, non all’esterno. Qui Gesù sta spiegando l’intera Legge al suo popolo e l’intera legge è amate i vostri fratelli e le vostre sorelle come io ho amato voi.

Un po’ più a fondo di come noi amiamo noi stessi, non credete?

Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi e come il Padre ha amato me, dice il Signore.

Amatevi come un amico vi ama, come un amico il cui amore più grande sia dare la sua vita per voi.

Un amico molto particolare, ma cosa vuol dire essere chiamato amico di Dio?

Era il 30 Ottobre 1650 quando un gruppo di credenti guadagnò il loro strano nome.

George Fox era citato in giudizio per blasfemia. Fox era un separatista, come i primi battisti, e come loro pensava che l’andazzo della Chiesa d’Inghilterra non fosse dei migliori. Insieme ad altri aveva formato una comunità di credenti che si riuniva in casa per pregare e rendere culto a Dio in un modo mai sperimentato prima. Stavano spesso in silenzio, e credevano che tutti gli uomini, e pure le donne, avessero dentro di sé parte della Luce di Dio, e che quindi, se da Dio illuminati, avessero il diritto di prendere parola e predicare l’evangelo.

Per questo avevano attirato le ire della giustizia inglese, che non gradiva le comunità fai-da-te, ma non sapeva nemmeno come inquadrarli.

Durante il processo, George Fox aveva avuto il coraggio di ergersi davanti al giudice e di intimare a lui e alla giuria di “tremare davanti alla Parola del Signore”.

Il giudice Bennet non si era lasciato scappare l’occasione e aveva risposto chiamando Fox e i suoi compagni Quakers, ovvero tremolanti, nomignolo che si appiccicò alla comunità e divenne lentamente il loro nome ufficiale.

Questo gruppo di credenti, però, aveva scelto per loro stessi un nome diverso: si definivano la Società degli Amici.

Questi Amici non puntavano sulla bonomia, né sul tempo passato insieme, né sugli scherzi alla stazione. Questi amici si vedevano sicuramente nel momento del bisogno, ma si vedevano per passare il tempo con chi li aveva chiamati amici.

Quale amico in Cristo abbiamo, cantiamo con l’inno, eppure quel di cui parla Gesù non è solo un conforto nel dolore.

«Non è vero che un amico si vede nel momento del bisogno, un amico si vede sempre.» dice Roberto Benigni, eppure non parliamo ancora di questo.

L’amore, dice Gesù, non è qualcosa di cui uno parla, è qualcosa che uno fa. Ai discepoli non viene chiesto di amarsi gli uni gli altri “come se stessi”, ma come Cristo li ha amati. Come un amico che dà la sua vita per te.

A tutti ora scatterà un riflesso condizionato. Tutti ora penseranno che solo il Gesù Cristiano è un amico di quella portata, e che solo di Gesù possiamo parlare così. Alcuni saranno rassicurati da questo pensiero, altri, chissà, magari infastiditi.

Chi ha mai conosciuto un amico pronto a morire per lui o per lei? È semplicemente assurdo aspettarsi qualcosa del genere da qualcuno.

Eppure questo pensiero non l’ha inventato Gesù, men che meno Giovanni. Nel mondo ellenistico non era strano pensare ad una frase del genere.

Amico era colui che amava, e non solo Gesù, ma Aristotele e Platone non avevano problemi nel sostenere che uno che ama, dà la propria vita per l’amato, un amico per l’amico.

Aristotele nell’Etica: “Ad un uomo nobile si applica il verace detto che egli faccia ogni cosa per i suoi amici … e se necessario, egli da’ la sua vita per essi” e Platone, nel Simposio: “Solo chi ama (philein da cui philos, amico) desidera morire per gli altri”.

L’amicizia, dunque, non è la bonomia di una persona nei confronti di un’altra, non è una emozione volatile, né una relazione di scarso livello. L’amicizia di cui si parlava in ambito ellenistico, l’ambiente culturale ai tempi di Gesù, era la relazione più profonda che due esseri potessero raggiungere, così profonda da radicarsi nella vita gli uni degli altri.

Per i filosofi, il successo della democrazia greca dipendeva dalla messa in opera di questo legame, l’amicizia permetteva lo sviluppo del coraggio e della giustizia non solo nella relazione tra gli amici, ma anche nella società.

In Giovanni nell’amicizia si rende evidente il ruolo di Gesù nella Salvezza: essere la vera vite significa essere la fonte di vita e di fecondità dei tralci che sono legati tra di loro da un’unione, l’amicizia, che va oltre la vita del singolo. In quanto vera vite, Parola che chiama all’amore e alla messa in pratica di questo amore, Gesù non esercita e consiglia semplicemente la libertà di parola, ma incarna la libertà di azione, non libertà fine a se stessa, ma libertà per l’altro, per la vita dell’altro, e quindi per la propria!

Cristo dà la sua vita per i suoi amici, amici che lui ha scelto, amici che non sono più servi, amici che, come dice la prima lettera di Giovanni: Da questo hanno conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli.

Questo pone la croce a nuovo paradigma e a punto di svolta, segnale stradale dell’amore cristiano, diventa il centro, il fulcro, il perno e il punto medio di una nuova “ecologia della relazione”, di una nuova legge. Ama il tuo fratello, la tua sorella fino al dono più grande, quello della tua vita.

Anche il dare la propria vita e’ un gesto figlio dell’abbondanza e della pienezza dell’amore, e non della negazione di se’ stessi, non è un sacrificare la propria vita, non perché la propria morte, o la propria sofferenza piacciano a Dio, ma proprio il contrario, come Cristo ci ha fatto conoscere tutte le cose che ha udito dal Padre, “affinche’ abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” come dice al cap.10, così il nostro dono della nostra vita è per il servizio degli altri, perché la nostra vita cresca con gli altri, perché la comunità e la comunione costruisca un’abbondanza di vita, vita data, così come l’abbiamo ricevuta, non perché la si tenga per noi, ma perché sia per gli altri.

Ecco quindi come si entra nella comunione con Cristo: ascoltando la sua Parola, che vuol dire anche seguire il suo comandamento: amarsi gli uni gli altri come Cristo ci ha amati, come il Padre ha amato Lui.

Ecco come si forma la catena, ed è una catena di amore e relazione, non di pena e costrizione, si dona la propria vita agli altri perché sia catena di intimità ed unità, le stesse che caratterizzano il rapporto tra il Padre e il Figlio, si dona la propria vita, rimanendo in Cristo, non per soffrire con Cristo, ma per non soffrire più, perché le pene dell’uno siano prese a carico dai fratelli e dalle sorelle, perché la vita data diventi vita ricevuta, e ricevuta in abbondanza.

Qui inizia e qui finisce la Legge che deve percorrere e formare la comunità tutta, e qui inizia anche la legge che deve guidare il cristiano e la comunità fuori dalle mura della chiesa locale. Non c’è amore che non rimanga saldo in Gesù, non c’è amore che non porti frutto.

Gesù ha spiegato con attenzione cosa deve fare il cristiano nella società. I vangeli ci spiegano, nelle richieste dei discepoli del Battista, nel Sermone sul Monte, in tutti i detti di Gesù, cosa sia e cosa debba essere l’azione del cristiano. Giovanni parla un po’ più difficile, ma forse in modo più profondo. Nel vangelo di Giovanni Cristo non potrebbe essere più chiaro:

Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri. (Gv13:34-35)

Amen.

Pubblicato in: on 10 Agosto 2009 at 22:49 Lascia un Commento

Ogni tanto..

è necessario affidarsi alle parole di altri, quando tu non avresti saputo rispondere in maniera più chiara…

Tratto dalla rubrica “Dialoghi con Paolo Ricca” del settimanale Riforma del 26 gennaio 2007

Il peccato e l’omosessualità

Che cosa è oggi peccato?
Mi chiedo spesso che cosa sia oggi «peccato». I pastori del passato ci hanno insegnato chiaramente che cosa era un peccato. Oggi c’è un po’ di confusione, e comunque nessuno teme il giudizio. Sembra quasi che quello che era considerato «peccato», oggi non lo sia più. Per esempio, leggo in Levitico 20, 13: «Se uno ha con un uomo relazioni sessuali (…) tutti e due hanno commesso una cosa abominevole». È così? Se è chiaro il «non rubare», anche questa valutazione è chiara. Oppure no? lo credo che i valori cambiano perché Satana si dà un gran daffare. Ma quello che Dio diceva al suo popolo tremila anni fa, vale anche oggi. Oppure la morale cambia a seconda del vento, e la religione si adegua per paura di perdere terreno? lo credo che le scelte etiche debbano essere limpide anche in campo sessuale, e, per il credente, ispirate all’insegnamento biblico. Adattare la Bibbia alle nostre esigenze vuol dire accantonare la parola di Dio. Sinceramente, Lei come la vede?
Lettera firmata- Genova

Anch’io, come Lei, cara lettrice, mi chiedo spesso che cosa sia oggi peccato.

Stabilirlo sembra la cosa più semplice del mondo, invece è una delle più difficili. Sa perché? Per due ragioni principali. La prima è che molti comportamenti che, un tempo, secondo la morale corrente (condivisa però anche, a torto o a ragione, da tanti cristiani), erano considerati peccati (ad esempio: ballare), oggi non lo sono più, non solo perché i costumi e le mentalità sono cambiate, ma anche perché ci si è resi conto dell’insensatezza di tanti divieti del passato. La prima ragione è dunque questa: tanti peccati semplicemente non erano peccati. La seconda ragione è più sottile, ed è questa: una delle caratteristiche del peccato è la capacità di travestirsi, di camuffarsi nel suo contrario. Succede allora che un peccato, addirittura della peggior specie, assume le sembianze di una virtù, e quindi viene lodato anziché essere censurato; e inversamente un’azione esteriormente corretta e persino giusta (pensi al Fariseo della parabola!) si rivela, a uno sguardo non superficiale, un vero e grave peccato. Il peccato, insomma, ci inganna facilmente, per cui ci accade di chiamare peccato ciò che peccato non è, e di non chiamare peccato ciò che invece peccato è. Gesù ha più volte richiamato l’attenzione dei suoi interlocutori su questo fatto. Ad esempio in questi termini: «Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta e dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più gravi della legge: la giustizia, e la misericordia, e la fede» (Matteo 23, 23). Oppure con quest’altra parola, rivolta a coloro che ritenevano peccato mangiare certi cibi: «Non è quello che entra nella bocca che contamina l’uomo; ma quel che esce dalla bocca, ecco quel che contamina l’uomo» (Matteo 15, 11).

Che cos’è peccato? Bella domanda e grosso problema, per niente facile da risolvere. Conosco delle chiese nelle quali è peccato (grave) per una donna mettersi il rossetto (perché nella Bibbia sta scritto che la donna non deve abbellirsi né avere altro ornamento che le buone opere: I Timoteo 2, 9-10);è peccato (grave) portare i pantaloni (perché sta scritto nella Bibbia: «La donna non si vestirà da uomo, né l’uomo si vestirà da donna; poiché chiunque fa tali tose è in abominio all’Eterno; il tuo Dio» -Deuteronomio 22, 5: andatelo a dire agli Scozzesi, con i loro gonnellini!); è peccato (grave) in quelle chiese, sempre per le donne, partecipare al culto senza velo (perché sta scritto nella Bibbia: la donna «si metta un velo» I Corinzi 11, 6). Secondo una certa visione della fede, della Bibbia e della chiesa, questi sono tutti peccati (gravi). Per me non lo sono affatto, e forse neppure per Lei, cara lettrice, anche se sono inequivocabilmente «fondati» sulla Bibbia. Credo sinceramente (Lei mi chiede di risponderLe «sinceramente») che il peccato sia qualcosa di più serio, di molto più serio, che queste futilità.

Ma allora: che cos’è il peccato? Vede quanto è difficile rispondere alla Sua domanda, pure così elementare, ma anche così importante per la nostra fede. La Sua lettera, comunque, ha il merito di sollevare un problema di prima grandezza: l’eclissi moderna della coscienza del peccato. È vero che oggi non si sa più che cosa sia peccato – una parola diventata per molti priva di senso perché priva di contenuto. Un tempo questa parola impressionava, spaventava e sovente angosciava le anime; oggi lascia la stragrande maggioranza dei nostri contemporanei, e forse anche noi, abbastanza tranquilli o indifferenti. Non ci inquieta più, non ci mette più in allarme o in crisi, dobbiamo anzi fare uno sforzo per prenderla sul serio, come merita. Difatti, come si può ancora sapere che cos’è salvezza, se non si sa più che cos’è peccato? L’eclisse della coscienza del peccato può essere la spia di un’altra eclisse, ancora più grave: quella della salvezza. Ora, il fatto che nel nostro tempo la parola «peccato» sia diventata inconsistente e si sia come svaporata è tanto più sorprendente in quanto proprio la nostra generazione è stata ed è testimone (e complice) di una misura, per così dire, fuori misura di orrori, quindi appunto di peccato, se è vero, come è -vero, che il secolo che sta alle nostre spalle ha superato in crimini, efferatezze ed abomini tutti i secoli precedenti. Non possiamo certo dire che non sappiamo più che cosa sia peccato perché non lo vediamo in giro. AI contrario, lo vediamo dilagare, ma paradossalmente più cresce lo spettacolo del male nelle sue mille forme, più diminuisce la coscienza del peccato. Non basta esserne circondati e quasi assediati, per essere «convinti di peccato» come dice Gesù (Giovanni 8, 46). Per ricuperare la coscienza del peccato occorre ricuperare la coscienza e conoscenza di Dio, della sua Legge e della sua Parola e vedere nel male che dilaga una disubbidienza alla Parola di Dio e una trasgressione della sua Legge. Ma qual è questa Legge? Qual è questa Parola?

Lei, cara Lettrice, per rispondere a questa domanda e quindi individuare con chiarezza assoluta che cosa sia peccato si è messa su una china scivolosa: quella di citare un versetto della Bibbia. Questo metodo, adoperato da molti cristiani, secondo me non ci aiuta, anzi ci caccia in un labirinto dal quale non si esce. Lei mi cita Levitico 20,13 e ne deduce, ovviamente, che l’omosessualità è un peccato abominevole. E io Le cito Levitico 24,16: «Chi bestemmia il nome dell’Eterno dovrà essere messo a morte; tutta la radunanza lo dovrà lapidare». Oppure Deuteronornio 21,18-21: «Quando un uomo ha un figlio ribelle che non ubbidisce alla voce né di suo padre né di sua madre (…) tutti gli uomini della sua città lo lapideranno sì che muoia». Che ne dice, cara Lettrice ? Come la mettiamo con questi peccati e le relative punizioni? Anche qui tutto è chiarissimo, ma Lei non è spaventata da questa chiarezza? Io sì. Ma allora è proprio vero che quello che Dio diceva al suo popolo tremila anni fa «vale anche oggi», come Lei scrive? Che cosa vale e che cosa non vale? Potrei, come Lei sa benissimo, citare molti altri versetti come quelli ora riportati, ma non lo faccio. Ne ho citati due solo per far vedere la via dei singoli versetti non è percorribile per stabilire che cosa sia veramente peccato. Anzi, è forse proprio percorrendo quella via che, paradossalmente, invece di prendere coscienza di che cosa sia veramente peccato, la si è persa.

Dicendo questo non mi voglio sottrarre alla sua domanda specifica: Lei mi chiede di dirLe «sinceramente» se l’omosessualità sia peccato, oppure no. Le dirò «sinceramente» che, secondo me non lo è, anche se so benissimo che la Bibbia lo considera tale. Ma perché la Bibbia considera l’omosessualità un peccato? Perché gli autori biblici ritenevano che l’omosessualità fosse una scelta. Noi oggi sappiamo quello che gli autori biblici non sapevano e neppure lontanamente supponevano, e cioè che l’omosessualità non è una scelta, ma una condizione. E questo cambia tutto il discorso.

Ma allora, che dobbiamo dire e, soprattutto, fare? Che cosa è peccato? Qual è la Legge divina trasgredendo la quale si commette peccato? Risponderò in due tempi.
l) In primo luogo la Legge divina sono i Dieci Comandamenti dati da Dio al popolo attraverso Mosè. Trasgredirli è peccato. Ma si tratta dei Dieci comandamenti, e non dei diecimila precetti che abbiamo aggiunto attraverso i secoli. Si tratta, lo ripeto, del Decalogo, cioè di sole «dieci parole» di Dio. Dio non è chiacchierone come noi.
2) In secondo luogo, sappiamo tutti che Gesù ha dato due soli comandamenti, che poi in realtà ne costituiscono uno solo: amare Dio con tutto il cuore e amare il prossimo come noi stessi. Ed ha precisato: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge ed i profeti» (Matteo 22, 40). L’apostolo Paolo dice la stessa cosa: «Chi ama il prossimo ha adempiuto la legge» (Romani 13, 8). E qui giungiamo al nocciolo della questione. Alla domanda: che cos’è peccato? Kierkegaard rispondeva così: «Il contrario del peccato non è la virtù, ma la fede». Il peccato è l’idolatria. La nostra città, cioè la nostra civiltà, è come l’antica Atene, «piena di idoli» (Atti 17, 16). Ma il peccato non è solo adorare altre divinità anziché il Dio di Abramo, dì Isacco, di Giacobbe e di Gesù. È peccato anche la mancanza di amore. Chi non ama, pecca. Il peccato è non amare. Chi invece ama, dimora nell’amore, «e chi dimora nell’amore, dimora in Dio, e Dio dimora in lui» (I Giovanni 4, 16).

Una pratica sostenibile per una fede incontrollabile.

E dire che l’idea, all’assemblea, mi era piaciuta.
Si, la sostenibilità. Il concetto è un po’ vacuo, ma si capisce, siamo sostenibili perché non si può andare avanti mangiando più di quel che si produce, bevendo più di quel che si raccoglie, consumando più di quello che si fabbrica, fuori e dentro la chiesa.
Ma poi mi chiedo: e la fede? Anche la nostra fede deve essere sostenibile? E cosa vuol dire una fede sostenibile? Vuol dire una fede razionalizzata? Una fede volta al risparmio? Una fede in decrescita?
Devo dire che anche per un anticapitalista come il sottoscritto, una posizione del genere fa tremare i polsi.
Ci stiamo lamentando della nostra scarsa capacità evangelizzatrice, capacità sia come abilità che come misura volumetrica, eppure sbandieriamo la sostenibilità.
Secondo me è tempo di distinzione!
Una parte di fratelli e sorelle ci chiamano alla pratica sostenibile delle nostre chiese. È un atto di umiltà e di intelligenza, bisogna imparare ad organizzare ed utilizzare le risorse disponibili invece di piangere su un latte che, se pure è stato versato, è ormai evaporato al sole molti anni fa.
Non siamo più quelli che hanno ricevuto per dono, e, se Dio vuole, non siamo neanche quelli che non hanno saputo amministrare i doni ricevuti. Siamo, ormai e per fortuna, una piccola unione, di piccole chiese che possiedono un potenziale enorme, di solito sprecato!
Fatemi dire che pur in soli 31 anni di vita, ho sentito più beghe interne e litigi personalistici che slanci alla conversione del “mondo”!
Conosco personalmente decine di persone in decine di comunità (fortunatamente non più di una o due per ognuna) il cui primo pensiero sull’evangelizzazione è definire con chiarezza chi non vogliono in chiesa! (no ai fondamentalisti, no agli omosessuali, no alle donne pastore, no a troppi stranieri, no a pochi stranieri, etc, etc, etc…)
La comunità locale, persa cosi nella propria INsostenibilità, non può che aver bisogno di un percorso nuovo, che rimarchi le potenzialità di quel che abbiamo, se non lo sprechiamo, più che piangere su ipotetici latti pindaricamente versabili.
Questo però non può essere accettabile se si parla di fede. La fede non può, e non deve, essere sostenibile. La fede sostenibile è la fede ridotta, addomesticata, diluita nel vivere comune e nella società non cristiana, come pure rinchiusa nella torre d’avorio della ristrettezza teologica di categorie ottocentesche morte e sepolte, torre che non potrà non cadere, e che quando cadrà ferirà, umilierà ed ucciderà persone e coscienze. Ogni giorno, anche per via dei miei studi, sento parlare di fondamentalismo e liberalismo nelle nostre chiese.
Vorrei che chiunque ama una di queste due procaci donzelle le andasse a conoscere da vicino, di persona e si accorgesse che stanno baciando dei cadaveri, e nemmeno troppo imbiancati!
Mille altre interpretazioni sono passate sotto i nostri ponti, la teologia dialettica, quella della liberazione, il post-liberalismo, il neo-liberalismo, l’inerranza teorica, e chi più ne ha più ne metta!
Quella che è sempre rimasta inalterata è la Bibbia, la testimonianza della vita, delle opere, degli insegnamenti, della morte e della resurrezione del Nostro Signore Gesù Cristo, su di Lui la benedizione. (Fatemi esagerare con le maiuscole, ogni tanto ci vuole!)
Ecco perché allora la mia proposta è un’altra: mentre sosteniamo e mettiamo in atto la sostenibilità del nostro vivere la chiesa che abbiamo, mentre ritorniamo al tortuoso campo del buon senso nella nostra vita comunitaria, credo sia ora di scatenare, letteralmente, la nostra fede. La nostra deve essere una fede IN-sostenibile, non deve poter essere fermata, deve essere incontrollabile!
Deve essere una vocazione all’azione, alla testimonianza, al passaggio di memorie e di pratiche tra le generazioni, deve essere produzione e proiezione di tradizioni e metodi che spalanchino le porte a nuovi metodi e creino nuove tradizioni.
La fede che abbiamo conosciuto, che ci è stata portata dal Cristo è fonte di acqua viva, che scorre oltre gli argini della fonte stessa.
Noi troppe volte la vogliamo razionalizzare, imbrigliare, incanalare, creare una fede “sostenibile”, controllabile che non dia fastidio.
Ebbene, questo ha da finire, se vogliamo continuare a dirci cristiani, perché solo chi testimonia delle grandi cose che Dio ha fatto per lui, può dirsi, in coscienza, cristiano.

Nel mondo odierno, dire che bisogna risparmiare è un fastidio. Dire che bisogna consumare meno, meglio, inquinare meno, inquinare meglio, eliminare gli sprechi e maturare una coscienza della devoluzione, tutto questo è un fastidio. La nostra fede si è adattata al modello occidentale, capitalista e consumista, ma invece di votarsi al “grande è bello”, è andata lentamente verso il contrario, per non dare fastidio, si è rinchiusa nelle mezze frasi, nei non detti rivelatori, nel silenzio forzato scambiato per politically correct, nella giustificazione lassista scambiata per giustificazione per fede.
In questo ritrovare la sostenibilità della fede vuol dire farla tornare al suo primo e modesto impiego: fonte incontrollabile, annuncio incontrollabile, fiducia incontrollabile, testimonianza incontrollabile!
Non troveremo sempre le parole giuste, almeno all’inizio, prendiamone atto, alcuni atteggiamenti sembreranno esagerati, alcuni metodi si riveleranno quelli sbagliati, altri “cristianesimi” hanno cominciato a tentare nuove vie, e ne vediamo gli effetti, buoni o cattivi che siano. Impariamo dai nostri e dagli altrui errori, ma finché imbriglieremo la nostra fede, non solo non saremo effettivi nella nostra società, ma usurperemo anche il nome di cristiani!

Pubblicato in: on 5 Giugno 2009 at 12:19 Lascia un Commento
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Confessione di peccato.

Questo non è un nuovo articolo, anzi, è un’ammissione di colpa.

Un anno fa io scrissi questo post, e poi basta. Aprimmo anche uno spazio ad hoc, ma di fatto l’esperienza terminò lì. Non avrebbe dovuto. Una certa eco ci fu, speriamo che riprenderlo serva a qualcosa…

Ora e Sempre, Resistenza…

(continua…)

Pubblicato in: on 18 Maggio 2009 at 09:38 Lascia un Commento
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Le Basi dell’Etica

Commissione Bioetica delle Chiese Valdesi e Metodiste

Commissione Bioetica delle Chiese Valdesi e Metodiste

La Commissione bioetica valdese solidale con la famiglia di Eluana Englaro

La Commissione bioetica delle chiese valdesi e metodiste, esprime la propria solidarietà nei confronti della famiglia Englaro e ribadisce la propria posizione a favore della libertà di cura, che è sempre e contestualmente libertà di rifiutare la cura.

“Come cristiani – afferma una nota della Commissione bioetica valdese e metodista -, riteniamo sia necessario guardare alle persone viventi e alla loro sofferenza, che non può essere dimenticata in nome di principi universali e astratti, né può essere subordinata a una norma oggettiva e precostituita che venga ritenuta valida in quanto presunta legge naturale. Crediamo infatti che il cuore dell’etica cristiana debba essere la sollecitudine verso le persone nella loro irrinunciabile singolarità, spesso sofferente, talvolta, come nel caso di Eluana, addirittura tragica: di qui discende, secondo noi, un’idea della medicina come terapia rivolta a soggetti in grado di autodeterminarsi e in grado di decidere il proprio destino.
La libertà individuale non va guardata con sospetto e identificata con l’arbitrio: per questo motivo, e in conformità con le posizioni espresse dall’ultimo Sinodo dell’Unione delle chiese metodiste e valdesi, come Commissione bioetica sollecitiamo da parte del Parlamento l’approvazione di una legge sulle direttive anticipate di fine vita.”

Pubblicato in: on 15 Luglio 2008 at 11:48 Lascia un Commento
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Si sposta così, un blog?

si, si, l'ho rubata a scott

Pubblicato in: on 19 Giugno 2008 at 09:51 Lascia un Commento
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