Sui Referendum (12-13/06/2011)

Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo? Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne? Allora la tua luce spunterà come l’aurora, la tua guarigione germoglierà prontamente; la tua giustizia ti precederà, la gloria del Signore sarà la tua retroguardia.  Allora chiamerai e il Signore ti risponderà; griderai, ed egli dirà: Eccomi! Se tu togli di mezzo a te il giogo, il dito accusatore e il parlare con menzogna; se tu supplisci ai bisogni dell’affamato, e sazi l’afflitto, la tua luce spunterà nelle tenebre e la tua notte oscura sarà come il mezzogiorno; il Signore ti guiderà sempre, ti sazierà nei luoghi aridi, darà vigore alle tue ossa; tu sarai come un giardino ben annaffiato, come una sorgente la cui acqua non manca mai. (Is 58:6-11)

Ricordati, Signore, di quello che ci è avvenuto! Guarda e vedi la nostra infamia! La nostra eredità è passata agli stranieri, le nostre case, agli estranei. Noi siamo diventati orfani, senza padre, le nostre madri sono come vedove. Noi beviamo la nostra acqua dietro pagamento, la nostra legna noi la compriamo. (Lam 5:1-4)

Noi che traiamo la nostra fede e la nostra certezza dalla Sacra Scrittura, non possiamo che essere familiari con il concetto dell’acqua. La Bibbia che noi leggiamo, infatti, è la storia di un popolo che ha sempre combattuto le sue battaglie intorno all’acqua. Un popolo nomade, nel deserto, non poteva che vedere nell’acqua la fonte di vita, la sorgente che da’ vita. Per questa sua natura, l’acqua porta con se parte dell’immagine di Dio.
Se quindi l’acqua porta con sé un po’ dell’immagine di Dio, all’acqua si accompagnano due delle fondamentali caratteristiche divine: la giustizia e la libertà.
Il testo del profeta Isaia che ha aperto questo incontro ci ha detto che la giustizia di Dio non si conclude all’interno dei nostri gesti sacri, ma richiede un impegno giornaliero, un impegno che va oltre la porta di casa nostra, che chiede forze ulteriori, che richiede che i nostri beni personali siano messi a disposizione della giustizia di Dio. È il nostro pane, quello che deve saziare l’affamato, la nostra acqua che lo deve dissetare. Se questo verrà fatto, il Signore stesso risponderà con la sua sazietà ci ricolmerà dei suoi beni ci renderà “come un giardino ben annaffiato, come una sorgente la cui acqua non manca mai”. Se noi offriamo la nostra acqua, Dio ci renderà una sorgente inesauribile.
Questa promessa ci arriva dal profeta Isaia attraverso le stesse parole del nostro comune Signore Gesù Cristo: l’acqua viva non avrà mai fine, e come la donna samaritana noi non possiamo che rispondere: “dacci quest’acqua, affinché non abbia più sete”.
Ma l’acqua che Dio ci dà liberamente non può essere messa sotto pagamento. Come abbiamo detto, solo se impegniamo del nostro, il Signore ci ricolmerà del suo. Eppure in questo periodo ci ritroviamo a decidere su alcune leggi che prevedono che l’acqua, così come sgorga dalla sorgente debba essere messa all’asta, contesa da chi la vuole gestire, come fosse una preda di caccia. All’impegno per dare del nostro, viene sostituita la obbligatorietà di pagare per ciò che è nostro, obbligatorietà perché non ci saranno enti pubblici in grado di offrire condizioni migliori di enti privati.
Ma questa è l’anima del commercio, no? Se gli enti privati possono spendere meno, anche noi spenderemo meno? No. Non lo dico io, ma una legge che il secondo quesito referendario vuole abrogare, la quale inserisce nella gestione dell’acqua il concetto di “adeguata remunerazione del capitale investito”. Cosa significa? Significa che chi ha la gestione dell’acqua, deve guadagnarci, è costretto per legge. Ora, gli acquedotti sono in perdita costante a causa di interruzioni, perdite, furti d’acqua. Se l’ente deve tenere d’occhio tutte queste cose, quindi spenderci soldi, ma ci deve anche guadagnare, dovrà per forza alzare i prezzi a dismisura, perché pareggiare i conti non sarà più abbastanza!
Nella nostra vita, dunque, si ripropone la stessa situazione biblica, l’acqua si fa specchio di giustizia e libertà. Eccoci dunque al passo delle Lamentazioni che abbiamo letto poco fa. Nella dura esperienza dell’esilio, Israele grida a Dio la propria situazione, non solo chiede sollievo spirituale, ma chiede giustizia materiale. Chiede a Dio di intervenire contro coloro che si sono impossessati di tutto e ora lo rivendono ai legittimi proprietari come fossero clienti.
L’acqua privata non è solo questione di giustizia, di equità non rispettata, di differenza abissale tra chi compra e chi vende, l’acqua privata è questione di libertà, perché non si può dire veramente libero, chi paga per ciò che è suo.
Equità, giustizia, libertà, liberazione. Ecco di cosa parla la Bibbia, quando parla d’acqua. E non solo d’acqua vogliamo parlare, questa sera, ma di altre cose nostre che vogliono venderci come fossero proprietà di qualcun altro. Per produrre l’energia che serve alle nostre case, alle nostre famiglie, vogliono venderci una tecnologia sorpassata, un pericolo sopito, ma mai domato, vogliono farci bere acqua e assenzio, direbbe la Bibbia, assorbire radiazioni, spacciandocela per acqua pura, per energia sostenibile, rinnovabile, pulita. Nessuno mette in dubbio il potere della tecnologia nucleare, ma se la Scrittura ci insegna qualcosa, è che, riguardo alle questioni umane, il potere è l’ultima cosa che dovremmo considerare, perché a Dio è stato dato il potere su ogni cosa. Noi dovremmo stare attenti al potere, al comando che Dio ci ha dato, ovvero di essere custodi di questa terra, non padroni, di dimorarvi e crescerla come la nostra casa, non schiavizzarla come un nemico vinto. Il nucleare non ci ha convinto una volta, perché dovremmo metterlo di nuovo in discussione? Ora che altre nazioni come Francia e Germania si dichiarano non così sicure di voler continuare l’avventura nucleare, ci gettiamo noi nella mischia, a riprenderci qualcosa che non fu mai nostro? Giustizia ed equità, libertà e liberazione ci guidino, ci guidino verso soluzioni energetiche uguali per tutti, non così pericolose, che rendano gli uomini liberi e non schiavi, sani e non malati. Come il Signore chiede del nostro per dissetare gli assetati, anche in campo energetico dovremmo imparare a dare del nostro, a sprecare di meno, consumare di meno, essere meno attenti al nostro lusso, e più attenti ai bisogni degli altri, si cammina verso un mondo migliore anche spegnendo la luce, cambiando le lampadine, utilizzando fonti alternative.
L’acqua porta con sé l’immagine di Dio, che è giustizia e libertà, equità nel trattamento di ogni cittadino. Così come rifiutiamo una fonte energetica che rafforza la nostra arroganza, invece che la nostra umiltà, che ci fortifica nello spreco, invece che nella responsabilità, così chiamiamo a responsabilità chi ci governa, li chiamiamo a rendere conto delle loro azioni, presenti e pregresse, nella sicurezza che la nostra giustizia imperfetta, assolutamente inadeguata alla giustizia di Dio, è comunque espressione del buon senso, della buona volontà e delle migliori capacità intellettive di tutta la nazione. Così come i politici e i governanti invitano noi a fidarci di loro, noi invitiamo loro a fidarsi del sistema che abbiamo costruito e che manteniamo con responsabilità, affinché tutti siano giudicati equamente, nel rispetto delle loro libertà, secondo il loro comportamento.
L’acqua, che riflette della giustizia e della libertà di Dio, non è solo l’acqua che noi consumiamo, libera e gratuita, non è solo l’acqua del nostro impegno e della nostra responsabilità per un creato salvaguardato e una giustizia equa, ma l’acqua è anche segno dello Spirito di Dio, Spirito che non ha cessato di muoversi tra di noi, Spirito che continuamente, come l’acqua, viene profuso dentro di noi, che ci fortifica e ci permette di essere fonte per gli altri. L’acqua che noi possiamo dare è frutto e segno dello Spirito di Dio, fonte inesauribile, pronta per noi, a patto che la chiediamo. Come dice il libro dell’Apocalisse: A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell’acqua della vita.
Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda in dono dell’acqua della vita. (Apo 21:6b, 22:17b)

Pubblicato in: on 10 giugno 2011 at 01:10  Commenti (1)  
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Testimonianza 101

Pubblicato la prima volta il 20/11/2008

L’evangelizzazione è un cardine dell’essere cristiano che spesso sfugge al controllo e al buon gusto dei cristiani stessi. Evangelizzare è, de facto, dire l’Evangelo, ovvero la Buona Novella di Cristo. Sebbene noi sappiamo che “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo unigenito Figlio affinchè chiunque creda in lui non perisca ma abbia vita eterna”, la cosa che più interessa l’evangelizzatore è “convincere” chi incontra della grandezza della salvezza che lui stesso ha provato. Ed è qui l’errore. L’evangelizzatore spesso si comporta come un malato guarito che consiglia a tutti la sua medicina.

Soffermiamoci un attimo su questo esempio, e cominciamo da qui.
Se è vero che tu eri malato, e conoscendo Cristo ti sei sanato, è altrettanto vero, per cominciare, che Cristo non è una medicina.
Cristo è salvezza, ma non è “dosabile”, non puoi decidere di prenderlo o no, che abbia poco o tanto effetto, Cristo è radicale mutamento, non graduale benessere.
Allo stesso modo, se è vero che il primo stadio del cristiano è accorgersi del proprio peccato e solo dopo di quello altrui, è altrettanto vero che il peccato non è tutto uguale, e così il perdono. Da Lutero in poi il protestantesimo ha teso a sostenere che i peccatori sono tutti nella medesima condizione, a parte che alcuni sono peggio di altri. in realtà è altrettanto vero che i malati sono tutti malati, ma non per tutti l’aspirina è la soluzione.

Ecco dunque che chi è stato malato ed è guarito non si azzarderebbe mai a consigliare la sua medicina ad uno che non abbia la stessa patologia, nessuno sosterrebbe la chemioterapia come risoluzione alla depressione, o una cura ormonale per un braccio rotto.
Eppure milioni di cristiani, magari in buona fede, consigliano a tutti di avvicinarsi a Cristo come hanno fatto loro, e sono anche capaci di arrabbiarsi se questo non porta i risultati attesi.

Ecco allora una breve lista di cosa fare e cosa no quando si pensa di “evangelizzare”.

Non proporre Cristo come risoluzione, non è una medicina.
Non proporre il tuo approccio come formula, non tutti hanno la stessa malattia.
Non farlo per te stesso, non hai nessun merito in ciò.
Non farlo per gli altri, è di Cristo che hanno bisogno, non di te nè della tua sollecitudine.
Non farlo per Dio, se la sa cavare bene anche da solo.
Evangelizzare è testimoniare, ovvero raccontare, racconta cosa Dio ha fatto a te, in te, per te, non aspettarti altro che un vago ascolto, anzi, non aspettarti nulla.
Se vuoi mostrare Dio agli altri, mostra ciò che lui ha mostrato a te, sii misericordioso, non giudicare, ascolta, ascolta, ascolta, ascolta, ascolta, ascolta, ascolta, ascolta.
Ascolta che hai davanti.
Sei sicuro di non aver parlato solo tu?
Dio ha salvato te solo, ed è stato faticoso. Come puoi sperare che tu possa salvare le folle?
Se la Bibbia interroga il tuo cuore, è roba di Dio.
Se il tuo cuore interroga la Bibbia, è roba tua.
Se è roba tua non è detto sia da buttare, ma di certo è da verificare mille volte, con mille persone, prima di farlo diventare il pilastro della tua fede.
Chi vuole guadagnare il prossimo a Cristo, deve perdere se stesso.
Perdere se stessi può voler dire perdere la propria denominazione, a volte anche la propria religione, siamo noi ad essere cristiani, non Dio.

Ricapitolando se vuoi testimoniare la tua fede:
1) Impara a raccontare bene la storia della tua malattia, e della tua guarigione;
2) Esci pronto ad ascoltare, non a parlare.
3) Non cercare chi vuoi, fatti trovare da chi vuole.
4) Ascoltalo, senza parlare se possibile.
5) Ascolalo bene, non fare nulla se non hai capito profondamente che la sua situazione è diversa dalla tua.
6) Ricorda che non sei tu ad avere le risposte.
7) Raccontati, e se la cosa ha seguito, racconta la tua chiesa.
8) Tra un punto e l’altro prega Dio che ti aiuti ad ascoltare, e non a parlare.

A questo punto, la tua testimonianza è finita. Nessun fulmine a ciel sereno, nessuna conversione con lacrime liberatorie, non devi attendere nulla, nè attenderti nulla, Dio è già al lavoro.
Se la persona che hai incontrato volesse riparlare di queste cose, attieniti solo ai punti 4-5-6, sono quelli realmente importanti, gli altri sono contorno….

Appunti per una mitografia cristiana, in forma di sermone

Pubblicato la prima volta il 17/02/2008

PREMESSA: Il sermone non risponde, per sua natura alle regole della scrittura del saggio, ergo, le citazioni, prese dall’enciclica di Benedetto XVI Spe Salvi e dal racconto/saggio di Lucio Angelini Una Volta C’Era, sono state usate con libertà, pur fedelmente. Per lo stesso motivo, quindi, non trovo necessaria alcuna nota bibliografica.

Ebrei 11:1-3  Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono.  Infatti, per essa fu resa buona testimonianza agli antichi.  Per fede comprendiamo che i mondi sono stati formati dalla parola di Dio; così le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti.

1 Corinzi 13:11-12   11 Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino.  12 Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.

Fratelli e sorelle,
Come forse qualcuno di voi ha già capito, io adoro i paradossi.

Paradosso è una cosa che sembra non avere senso, e che, tuttavia, apre a molti possibili significati.
Gesù era un maestro di paradossi, quasi ogni sua parabola contiene scene o parole che ci fanno pensare, che non hanno senso, lì per lì.
Pensiamo al Dio d’amore che a volte chiude le vergini fuori di casa, dice di essere duro e disonesto nella parabola dei talenti, caccia gli invitati al banchetto!
Anche nelle sue azioni, Gesù a volte è paradossale: Come si fa a dare a Dio quel che è di Dio, se tutte le monete hanno Cesare impresso? E come fa l’adultera a non peccare, se ha già peccato?
Non solo Gesù è un maestro di paradossi, ma anche Paolo sembra abbastanza bravo.
Prendiamo la lettera agli ebrei, per esempio.
Cosa vuol dire “certezza di cose che si sperano”?
Se uno spera, non è certo, se è certo, non spera. Dice lo stesso Paolo nella lettera ai Romani:
“Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, l’aspettiamo con pazienza.”
Quindi la certezza delle cose sperate è di diritto un paradosso, qualcosa che non può funzionare.
A me piacciono i paradossi, perché costringono a pensare, anche quando non vorresti.
Per esempio, mesi fa ci fu un gran clamore a seguito di una lettera circolare inviata da Joseph Ratzinger a tutti i cattolici, intitolata Spe Salvi.
Il Vescovo di Roma, in quella lettera, citava anche il nostro primo passo di oggi, Ebrei 11, e lo spiegava in modo arguto e approfondito. Affidiamoci al paradosso, e facciamoci spiegare dal papa cosa ne pensa, magari, una volta tanto, saremo d’accordo con lui!!
Il termine che noi traduciamo con “certezza” in greco è “Hypostasis”, che potremmo tradurre con “prova visibile di quel che non è visibile”, spesso, nell’antica Grecia, le apparizioni degli dei erano dette “ipostasi”.
Dice dunque Ratzinger: “La fede è hypostasis delle cose che si sperano; prova delle cose che non si vedono ». Per i Padri e per i teologi del Medioevo era chiaro che la parola greca hypostasis era da tradurre in latino con il termine substantia. la fede è la « sostanza » delle cose che si sperano; la prova delle cose che non si vedono. La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, e questa realtà presente costituisce per noi una « prova » delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro « non-ancora ». Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future.
Quindi, vediamo di ricapitolare: quando diciamo che fede è certezza di cose che si sperano, vogliamo veramente dire che siamo certi di questo evento che è la salvezza di Cristo, e che già viviamo, performati da questa speranza. La fede è prova visibile di qualcosa che non è visibile, Paolo dice, è prova che la Parola di Dio ha creato l’universo, e per questa certezza, noi possiamo dire che le cose che vediamo sono state fatte da Dio, non certo tratte da cose “apparenti”, prive di sostanza.

Visto?
Una volta, possiamo addirittura essere d’accordo col papa!!
Noi aspettiamo, con pazienza, una cosa di cui siamo certi, perché ne abbiamo già avuto rassicurazione. Aspettiamo il ritorno di Cristo, perché abbiamo ricevuto l’evangelo di Cristo. A noi è stato raccontato, e abbiamo creduto.

Tutti quanti sappiamo quanto sia difficile credere, in particolare in questo nostro mondo. Viviamo una vita spezzata tra la nostra appartenenza al popolo di Dio e la nostra situazione sociale. Crescendo, se siamo nati in una famiglia evangelica, perdiamo parte della fede pura e cristallina dei bambini e rallentiamo, spesso per considerare tutte le implicazioni di una scelta,più che per paura. Spesso ci troviamo davanti ad un mondo che guarda con sospetto, o fastidio, alla nostra fede, quasi fosse una cosa antiquata, degna di popoli scomparsi, o una favola mal gestita, o una scusa per approfittare di chi è più debole.

Facciamo fatica a rendere conto delle nostre scelte, e a volte cadiamo nella tentazione di farci forti delle nostre credenze, della nostra consuetudine, del modo di fare che ci è stato tramandato, in una parola, ci facciamo forti della nostra religione, cristallizzandola, fermandola ad un tempo migliore.
Voi penserete che, tutto sommato, noi evangelici, e in particolare noi battisti, cadiamo in questo vizio meno di altri, anzi, a volte ci spingiamo troppo in là, finendo per perdere cose che ci erano molto care. Sono d’accordo con voi, ma se guardate alla nostra storia, recente o passata, vi renderete conto quanto sia difficile cambiare…

Paolo, scrivendo ai Corinzi, non ha paura di invitarli a cambiare. Anzi, a fortificarsi nelle cose che hanno sempre fatto, lasciando da parte, senza abbandonare, alcune cose che sono diventate un peso e fonte di dissidio, nella comunità.

Il secondo passo che abbiamo letto è la conclusione di uno dei punti più famosi dell’intera Bibbia, l’inno all’amore.
Molti di noi, qui, lo sapranno a memoria, potrebbero recitarlo quasi fosse una preghiera, o un inno, tutti si ricordano come finisce: “Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore.”
Ecco la descrizione della nostra meditazione di oggi, il passaggio dalla fede, attraverso la speranza, per arrivare all’amore. Questa è la strada che vogliamo e dobbiamo intraprendere, bisogna solo capire come.
Paolo, rivolgendosi alla chiesa di Corinto sembrerebbe sgridarli quasi, sembra dire: “Crescete! Non siete più bambini!”

Molte volte questo passo viene usato per differenziare gli stadi del credente, prima ci si comporta da bambini, poi si cresce in Cristo, e, con il battesimo, si entra nella comunità degli adulti. In un sermone battesimale, questa prospettiva può essere accettabile, nel passaggio dalla “frequentazione” della chiesa all’esserne membro effettivo, il cristiano si deve lasciare indietro certi suoi atteggiamenti personalistici, e affrontare un mondo di discussioni, mediazioni, cooperazione e successi condivisi. D’altra parte, però, questo non è quel che dice il testo.
Qui Paolo dice che ora “vediamo in modo oscuro”, mentre, quando la speranza sarà esaudita vedremo chiaramente.

Per parlare del tempo futuro, Paolo usa una metafora chiarissima, il bambino. La Scrittura tutta è piena di esempi portati attraverso i bambini, Gesù aveva una predilezione, anzi, diceva che solo chi sarebbe arrivato al livello di fede di un bambino sarebbe stato accolto nel suo Regno. Com’è possibile, dunque, che ora Paolo usi il paragone con un bambino negativamente?
Paolo usa qui il termine “nepios” che potremmo tranquillamente tradurre con “infante”, poco più che neonato.
Come un infante, ora il credente non sa parlare in modo esatto e soddisfacente di Dio, non sa pensare Dio, non sa argomentare, ma quando Cristo tornerà, avremo una visione chiara.

Se paragonata al passo precedente, questa prospettiva sembra un po’ deprimente. Prima abbiamo detto che nella fede abbiamo una prova di quello che speriamo, eppure ora veniamo a sapere che tutto quello che possiamo dire, pensare, argomentare, non è che il chiacchiericcio di un bambino che non sa parlare.
Eppure i bambini hanno molto più che la parola, hanno la possibilità e la capacità di imparare da qualunque cosa si trovino davanti.
Ultimamente ho letto un saggio, mascherato da favola, sull’importanza delle favole e della letteratura per bambini.
L’autore sosteneva che “Il compito delle fiabe è semplicemente quello di infondere speranza nel futuro tramite la promessa di un lieto fine, senza impartire alcun insegnamento esplicito. è bene che un bambino rimanga INCONSAPEVOLE delle proprie pressioni inconsce, se non si vuole che ne resti distrutto. Senza un periodo di fede nella magia o di pensiero magico, un individuo non sarà mai in grado di affrontare le durezze della vita adulta. Più si è insicuri nel proprio intimo, più ci si sente disposti ad aggrapparsi a proiezioni infantili d’ogni sorta, e a soluzioni da fiaba. Rispetto al modo di funzionare della mente di un bambino le spiegazioni scientifico-razionali non sono meno estranee degli eventi soprannaturali per l’intelletto maturo. Un bambino crede che tutto ciò che si muove sia vivo, e che perciò comprenda e senta come lui. Per un bambino che voglia sentirsi sicuro sulla terra è di maggiore conforto sapere che essa poggia sul dorso di una tartaruga che apprendere che galleggia nello spazio cosmico attratta dalla gravità. In base alla sua esperienza, infatti, un bambino pensa che tutto debba poggiare su qualcosa.

Insomma per l’autore del saggio, non bisognerebbe mai spiegare il significato di una fiaba. Eppure è quello che noi ci ostiniamo a fare, domenica dopo domenica. Continuiamo a prendere le parabole di Gesù e a trasformarle in teologia, prendiamo un termine, come ha fatto Ratzinger nell’enciclica, e lo tiriamo a nostro piacimento in ogni direzione, per cercare di spiegare con esso le cose che non riusciamo a comprendere del piano di Dio.

Tutto questo parlare, tirare, comprimere, spiegare, lo chiamiamo teologia, lo scriviamo, lo insegniamo, e piano piano, cerchiamo di farlo passare attraverso le maglie delle nostre chiese.
Ebbene, tutto questo è necessario, così come è necessario per il bambino continuare a parlare, a pensare, a ragionare, anche se in modo confuso, oscuro, imperfetto, perché la pratica lo faccia crescere. Eppure noi non togliamo le fiabe ai nostri bambini, li spingiamo a credere, a fidarsi, ad avere paura, ad essere diffidenti, senza mai svelare loro i veri orrori della vita, ma piuttosto tentando di far crescere in loro la consapevolezza dei rischi che si hanno, per esempio, nel camminare di notte, nel bosco.

Noi sappiamo che gli animali non parlano, che le streghe non mangiano i bambini e che non si può fare una casa con solo il pan di zenzero, ma continuiamo a raccontare, sperando che i bambini credano in noi, sapendo che quando scopriranno la verità, non saranno arrabbiati, ma potranno usare quello che cappuccetto rosso ha insegnato loro per la loro vita da adulti.

Ecco perché noi non temiamo le accuse della gente, abbiamo una speranza, crediamo nel racconto che Dio ci ha donato, non perché tutto debba essere vero, parola per parola, ma perché tutto ci racconta e ci prepara al vero momento di svolta, che è la nostra relazione con Cristo.
Noi vediamo in modo oscuro, enigmatico, ma non ci asteniamo dal guardare.
Parliamo le lingue degli uomini, senza poter scandire la Parola di Dio come lui la intende, ma non fermiamo la nostra testimonianza.
Pensiamo in modo semplice, ma questo ci aiuta a rimanere semplici e a risolvere i problemi di questo nostro mondo, che più sono difficili e strazianti, più sono semplici, ma per niente facili.
Ragioniamo in modo contorto, a volte senza capo né coda, come i bambini, ci perdiamo dietro sciocchezze e dobbiamo scoprire che il fuoco brucia mille volte, come i bambini, ma non smettiamo, perché come i bambini sappiamo che tutto questo è provvisorio, che “diventeremo grandi”, che avremo modo di sbagliare, e dunque imparare.

Noi ci affidiamo alle parole della Scrittura non perché sia pura è perfetta lettera di verità, parola per parola volontà di Dio, né ci fidiamo di una Bibbia piena di favole per bambini che non sanno crescere.
Noi leggiamo la Bibbia, noi fondiamo la nostra vita sulla Scrittura, perché essa è il racconto della vera Parola di Dio, che è il nostro Signore Gesù Cristo, sin dal principio delle cose Parola di Dio per noi, Salvezza di Dio per noi, Compimento del Regno di Dio per noi.

Ora conosciamo in parte, ora non distinguiamo tra gli insegnamenti e la realtà, ma il nostro Signore ci ha assicurato, il tempo verrà quando conosceremo tutto nello stesso modo, splendido e completo, in cui siamo stati conosciuti.
Amen

NB: Il sermone non risponde, per sua natura alle regole della scrittura del saggio, ergo, le citazioni, prese dall’enciclica di Benedetto XVI Spe Salvi e dal racconto/saggio di Lucio Angelini Una Volta C’Era, sono state usate con libertà, pur fedelmente. Per lo stesso motivo, quindi, non trovo necessaria alcuna nota bibliografica.

Ebrei 11:1-3  Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono.  Infatti, per essa fu resa buona testimonianza agli antichi.  Per fede comprendiamo che i mondi sono stati formati dalla parola di Dio; così le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti.

1 Corinzi 13:11-12   11 Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino.  12 Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.

Fratelli e sorelle,
Come forse qualcuno di voi ha già capito, io adoro i paradossi.

Paradosso è una cosa che sembra non avere senso, e che, tuttavia, apre a molti possibili significati.
Gesù era un maestro di paradossi, quasi ogni sua parabola contiene scene o parole che ci fanno pensare, che non hanno senso, lì per lì.
Pensiamo al Dio d’amore che a volte chiude le vergini fuori di casa, dice di essere duro e disonesto nella parabola dei talenti, caccia gli invitati al banchetto!
Anche nelle sue azioni, Gesù a volte è paradossale: Come si fa a dare a Dio quel che è di Dio, se tutte le monete hanno Cesare impresso? E come fa l’adultera a non peccare, se ha già peccato?
Non solo Gesù è un maestro di paradossi, ma anche Paolo sembra abbastanza bravo.
Prendiamo la lettera agli ebrei, per esempio.
Cosa vuol dire “certezza di cose che si sperano”?
Se uno spera, non è certo, se è certo, non spera. Dice lo stesso Paolo nella lettera ai Romani:
“Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, l’aspettiamo con pazienza.”
Quindi la certezza delle cose sperate è di diritto un paradosso, qualcosa che non può funzionare.
A me piacciono i paradossi, perché costringono a pensare, anche quando non vorresti.
Per esempio, mesi fa ci fu un gran clamore a seguito di una lettera circolare inviata da Joseph Ratzinger a tutti i cattolici, intitolata Spe Salvi.
Il Vescovo di Roma, in quella lettera, citava anche il nostro primo passo di oggi, Ebrei 11, e lo spiegava in modo arguto e approfondito. Affidiamoci al paradosso, e facciamoci spiegare dal papa cosa ne pensa, magari, una volta tanto, saremo d’accordo con lui!!
Il termine che noi traduciamo con “certezza” in greco è “Hypostasis”, che potremmo tradurre con “prova visibile di quel che non è visibile”, spesso, nell’antica Grecia, le apparizioni degli dei erano dette “ipostasi”.
Dice dunque Ratzinger: “La fede è hypostasis delle cose che si sperano; prova delle cose che non si vedono ». Per i Padri e per i teologi del Medioevo era chiaro che la parola greca hypostasis era da tradurre in latino con il termine substantia. la fede è la « sostanza » delle cose che si sperano; la prova delle cose che non si vedono. La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, e questa realtà presente costituisce per noi una « prova » delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro « non-ancora ». Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future.”
Quindi, vediamo di ricapitolare: quando diciamo che fede è certezza di cose che si sperano, vogliamo veramente dire che siamo certi di questo evento che è la salvezza di Cristo, e che già viviamo, performati da questa speranza. La fede è prova visibile di qualcosa che non è visibile, Paolo dice, è prova che la Parola di Dio ha creato l’universo, e per questa certezza, noi possiamo dire che le cose che vediamo sono state fatte da Dio, non certo tratte da cose “apparenti”, prive di sostanza.

Visto?
Una volta, possiamo addirittura essere d’accordo col papa!!
Noi aspettiamo, con pazienza, una cosa di cui siamo certi, perché ne abbiamo già avuto rassicurazione. Aspettiamo il ritorno di Cristo, perché abbiamo ricevuto l’evangelo di Cristo. A noi è stato raccontato, e abbiamo creduto.

Tutti quanti sappiamo quanto sia difficile credere, in particolare in questo nostro mondo. Viviamo una vita spezzata tra la nostra appartenenza al popolo di Dio e la nostra situazione sociale. Crescendo, se siamo nati in una famiglia evangelica, perdiamo parte della fede pura e cristallina dei bambini e rallentiamo, spesso per considerare tutte le implicazioni di una scelta,più che per paura. Spesso ci troviamo davanti ad un mondo che guarda con sospetto, o fastidio, alla nostra fede, quasi fosse una cosa antiquata, degna di popoli scomparsi, o una favola mal gestita, o una scusa per approfittare di chi è più debole.

Facciamo fatica a rendere conto delle nostre scelte, e a volte cadiamo nella tentazione di farci forti delle nostre credenze, della nostra consuetudine, del modo di fare che ci è stato tramandato, in una parola, ci facciamo forti della nostra religione, cristallizzandola, fermandola ad un tempo migliore.
Voi penserete che, tutto sommato, noi evangelici, e in particolare noi battisti, cadiamo in questo vizio meno di altri, anzi, a volte ci spingiamo troppo in là, finendo per perdere cose che ci erano molto care. Sono d’accordo con voi, ma se guardate alla nostra storia, recente o passata, vi renderete conto quanto sia difficile cambiare…

Paolo, scrivendo ai Corinzi, non ha paura di invitarli a cambiare. Anzi, a fortificarsi nelle cose che hanno sempre fatto, lasciando da parte, senza abbandonare, alcune cose che sono diventate un peso e fonte di dissidio, nella comunità.

Il secondo passo che abbiamo letto è la conclusione di uno dei punti più famosi dell’intera Bibbia, l’inno all’amore.
Molti di noi, qui, lo sapranno a memoria, potrebbero recitarlo quasi fosse una preghiera, o un inno, tutti si ricordano come finisce: “Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore.”
Ecco la descrizione della nostra meditazione di oggi, il passaggio dalla fede, attraverso la speranza, per arrivare all’amore. Questa è la strada che vogliamo e dobbiamo intraprendere, bisogna solo capire come.
Paolo, rivolgendosi alla chiesa di Corinto sembrerebbe sgridarli quasi, sembra dire: “Crescete! Non siete più bambini!”

Molte volte questo passo viene usato per differenziare gli stadi del credente, prima ci si comporta da bambini, poi si cresce in Cristo, e, con il battesimo, si entra nella comunità degli adulti. In un sermone battesimale, questa prospettiva può essere accettabile, nel passaggio dalla “frequentazione” della chiesa all’esserne membro effettivo, il cristiano si deve lasciare indietro certi suoi atteggiamenti personalistici, e affrontare un mondo di discussioni, mediazioni, cooperazione e successi condivisi. D’altra parte, però, questo non è quel che dice il testo.
Qui Paolo dice che ora “vediamo in modo oscuro”, mentre, quando la speranza sarà esaudita vedremo chiaramente.

Per parlare del tempo futuro, Paolo usa una metafora chiarissima, il bambino. La Scrittura tutta è piena di esempi portati attraverso i bambini, Gesù aveva una predilezione, anzi, diceva che solo chi sarebbe arrivato al livello di fede di un bambino sarebbe stato accolto nel suo Regno. Com’è possibile, dunque, che ora Paolo usi il paragone con un bambino negativamente?
Paolo usa qui il termine “nepios” che potremmo tranquillamente tradurre con “infante”, poco più che neonato.
Come un infante, ora il credente non sa parlare in modo esatto e soddisfacente di Dio, non sa pensare Dio, non sa argomentare, ma quando Cristo tornerà, avremo una visione chiara.

Se paragonata al passo precedente, questa prospettiva sembra un po’ deprimente. Prima abbiamo detto che nella fede abbiamo una prova di quello che speriamo, eppure ora veniamo a sapere che tutto quello che possiamo dire, pensare, argomentare, non è che il chiacchiericcio di un bambino che non sa parlare.
Eppure i bambini hanno molto più che la parola, hanno la possibilità e la capacità di imparare da qualunque cosa si trovino davanti.
Ultimamente ho letto un saggio, mascherato da favola, sull’importanza delle favole e della letteratura per bambini.
L’autore sosteneva che “Il compito delle fiabe è semplicemente quello di infondere speranza nel futuro tramite la promessa di un lieto fine, senza impartire alcun insegnamento esplicito. è bene che un bambino rimanga INCONSAPEVOLE delle proprie pressioni inconsce, se non si vuole che ne resti distrutto. Senza un periodo di fede nella magia o di pensiero magico, un individuo non sarà mai in grado di affrontare le durezze della vita adulta. Più si è insicuri nel proprio intimo, più ci si sente disposti ad aggrapparsi a proiezioni infantili d’ogni sorta, e a soluzioni da fiaba. Rispetto al modo di funzionare della mente di un bambino le spiegazioni scientifico-razionali non sono meno estranee degli eventi soprannaturali per l’intelletto maturo. Un bambino crede che tutto ciò che si muove sia vivo, e che perciò comprenda e senta come lui. Per un bambino che voglia sentirsi sicuro sulla terra è di maggiore conforto sapere che essa poggia sul dorso di una tartaruga che apprendere che galleggia nello spazio cosmico attratta dalla gravità. In base alla sua esperienza, infatti, un bambino pensa che tutto debba poggiare su qualcosa.

Insomma per l’autore del saggio, non bisognerebbe mai spiegare il significato di una fiaba. Eppure è quello che noi ci ostiniamo a fare, domenica dopo domenica. Continuiamo a prendere le parabole di Gesù e a trasformarle in teologia, prendiamo un termine, come ha fatto Ratzinger nell’enciclica, e lo tiriamo a nostro piacimento in ogni direzione, per cercare di spiegare con esso le cose che non riusciamo a comprendere del piano di Dio.

Tutto questo parlare, tirare, comprimere, spiegare, lo chiamiamo teologia, lo scriviamo, lo insegniamo, e piano piano, cerchiamo di farlo passare attraverso le maglie delle nostre chiese.
Ebbene, tutto questo è necessario, così come è necessario per il bambino continuare a parlare, a pensare, a ragionare, anche se in modo confuso, oscuro, imperfetto, perché la pratica lo faccia crescere. Eppure noi non togliamo le fiabe ai nostri bambini, li spingiamo a credere, a fidarsi, ad avere paura, ad essere diffidenti, senza mai svelare loro i veri orrori della vita, ma piuttosto tentando di far crescere in loro la consapevolezza dei rischi che si hanno, per esempio, nel camminare di notte, nel bosco.

Noi sappiamo che gli animali non parlano, che le streghe non mangiano i bambini e che non si può fare una casa con solo il pan di zenzero, ma continuiamo a raccontare, sperando che i bambini credano in noi, sapendo che quando scopriranno la verità, non saranno arrabbiati, ma potranno usare quello che cappuccetto rosso ha insegnato loro per la loro vita da adulti.

Ecco perché noi non temiamo le accuse della gente, abbiamo una speranza, crediamo nel racconto che Dio ci ha donato, non perché tutto debba essere vero, parola per parola, ma perché tutto ci racconta e ci prepara al vero momento di svolta, che è la nostra relazione con Cristo.
Noi vediamo in modo oscuro, enigmatico, ma non ci asteniamo dal guardare.
Parliamo le lingue degli uomini, senza poter scandire la Parola di Dio come lui la intende, ma non fermiamo la nostra testimonianza.
Pensiamo in modo semplice, ma questo ci aiuta a rimanere semplici e a risolvere i problemi di questo nostro mondo, che più sono difficili e strazianti, più sono semplici, ma per niente facili.
Ragioniamo in modo contorto, a volte senza capo né coda, come i bambini, ci perdiamo dietro sciocchezze e dobbiamo scoprire che il fuoco brucia mille volte, come i bambini, ma non smettiamo, perché come i bambini sappiamo che tutto questo è provvisorio, che “diventeremo grandi”, che avremo modo di sbagliare, e dunque imparare.

Noi ci affidiamo alle parole della Scrittura non perché sia pura è perfetta lettera di verità, parola per parola volontà di Dio, né ci fidiamo di una Bibbia piena di favole per bambini che non sanno crescere.
Noi leggiamo la Bibbia, noi fondiamo la nostra vita sulla Scrittura, perché essa è il racconto della vera Parola di Dio, che è il nostro Signore Gesù Cristo, sin dal principio delle cose Parola di Dio per noi, Salvezza di Dio per noi, Compimento del Regno di Dio per noi.

Ora conosciamo in parte, ora non distinguiamo tra gli insegnamenti e la realtà, ma il nostro Signore ci ha assicurato, il tempo verrà quando conosceremo tutto nello stesso modo, splendido e completo, in cui siamo stati conosciuti.
Amen

Pubblicato in: on 1 maggio 2010 at 06:00  Lascia un commento  
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Appunti sul peccato

(Nuova entry, che farà slittare i post vecchi. Questa settimana un quasi sermone piuttosto fresco, abbastanza lungo e speriamo comprensibile.)

Da leggere: Genesi 3:1-6
2Samuele 11-12:14

Il Peccato, come affrontarlo?

Da sempre, uno dei testi più amati dai cristiani è una frase del discorso di Gesù a Nicodemo: Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. (Gv. 3:16)
Ora, non fossi io cristiano, chiederei: perché dovrei perire? Chi mi vuole così male?
Chiunque cristiano lo sia, o ne abbia almeno sentito parlare uno, sa che l’uomo deve morire, a causa del peccato.Ma perché questo peccato ci condiziona così tanto? E come lo dobbiamo affrontare?
Ultimamente, la religione organizzata maggioritaria in Italia, ha, rispettivamente, molto o poco da dire sul peccato.
Ha molto da dire sul peccato degli altri. Ha poco da dire sul proprio.
Primo tra tutti i mali deprecati si erge l’aborto. Cosa pensa il cattolicesimo dell’aborto? Se l’aborto è un male, non ci può essere una legge a favore, ma ci deve essere una legge contro.
Secondo questa visione:
Un peccato grave pretende una legge valida per tutti che lo sanzioni.

Alcuni ritengono strano che questa “nuova” chiesa, così attenta alla dirittura morale, non abbia nulla da dire nei molteplici casi di supposta pedofilia da parte di sacerdoti. Il Vaticano afferma che il loro primo pensiero è alla giustizia per le vittime, mediante il giudizio dei peccatori.
Eppure, anche il giudizio dei peccatori non può essere che una porta aperta al perdono:
Un peccato grave non esclude dal perdono e dalla riconciliazione.

Queste due frasi non formano solo il movimento vaticano nei confronti del peccato, ma anzi pretendono di essere il metodo con cui noi ci avviciniamo al peccato.
Severità, perdono, riconciliazione.
Vi sono diverse visioni del peccato, diversi metodi di riconoscerlo e forse, diversi metodi di contrapporsi ad esso. Analizziamone alcune.

Il peccato come Taglione: Severità e Favoritismo.

Il primo punto di vista è quello che mi piace meno.
Lo chiamerò, in onore della politica attuale, la visione giustizialista.
Nella visione giustizialista, il peccato è semplice: una giurisprudenza millenaria ci ha tramandato una chiara lista di cosa si fa, cosa non si fa, e come si viene puniti se si trasgredisce.
In tutti gli ambiti della vita cristiana, in ogni movimento, denominazione, confessione, gruppo e chiesa, questa visione dà i maggiori problemi.
Adamo ed Eva commettono reato andando dietro al Serpente e vengono condannati ad una vita amara e mortale. Primo evento nella Bibbia, primo grande punto a favore di chi sostiene che Dio, se c’è, è tutt’altro che buono.
Come può essere buono chi dà una pena così grande?
Come si può vivere se la condanna è a morte?
L’immagine giustizialista di Dio è di un Dio severo fino alla crudeltà, che crea l’uomo inferiore a se stesso, ma pretende di giudicarlo secondo la sua misura, il perfetto crea il limitato e poi lo giudica per la sua limitatezza.
L’umanità è spacciata sin dal primo giorno.

Su Davide, rinfreschiamo la storia a chi non se la ricorda: Davide vede Betsabea, una bella fanciulla e sebbene sappia che lei è sposata, la concupisce, mettendola pure incinta. Questo è adulterio, secondo la Legge di Dio, la morte è assicurata ad entrambi. Certo, essendo Davide un pezzo grosso, cerca di porre rimedio, e il primo sistema non è nemmeno malaccio: visto che il marito di Betsabea è al fronte, lo fa richiamare, sperando che lui si apparti con la moglie e che il figlio possa essere così ritenuto legittimo. La cosa non funziona, non perché Uria non voglia, ma perché è un ottimo uomo, probo, rispettoso di Dio, del re e dei suoi compagni, e mai approfitterebbe degli agi di casa, mentre la guerra attanaglia i suoi commilitoni.
Il piano di Davide va a farsi friggere perché Uria è un uomo migliore di lui.
Davide così è quasi costretto a farlo fuori, prima che il fattaccio si scopra, e il Generale delle truppe, quando questo succede, manda a ricordare al Re, che se tanta gente è morta in una sortita delle truppe nemiche, non è per colpa sua, ma perché il re lo aveva chiesto.

A questo punto arriva Nathan, profeta di Dio e consigliere di Davide, con un messaggio di Dio:
Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo signore e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo signore; ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e, se questo era troppo poco, vi avrei aggiunto anche dell’altro. Perché dunque hai disprezzato la parola del SIGNORE, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai fatto uccidere Uria, l’Ittita, hai preso per te sua moglie e hai ucciso lui con la spada dei figli di Ammon. Ora dunque la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché tu mi hai disprezzato e hai preso per te la moglie di Uria, l’Ittita. (2Sam. 12:7b-10)
Ora, avendo letto la storia di Adamo ed Eva, e conoscendo la Legge, ci aspettiamo che Davide caschi morto da un momento all’altro, e Dio, invece, non solo lo perdona, ma fa cadere il peccato sul figlio, che morirà, e sulla casata di Davide, che non avrà pace.
Davide si pente e viene salvato, ma come ribattere alla morte di un innocente?
Come vedete il metodo giustizialista non spiega nulla, anzi, peggiora le cose, e così ci ritroviamo a non capire più dove sta la giustizia di Dio, e come operi e sia eliminato il peccato.
Sembra un Dio con due pesi e due misure, troppo generoso con Davide, forse troppo severo con Adamo ed Eva.

Peccato: Essere Più che Umano

Proviamo un altro punto di vista: il peccato di orgoglio.
Alcuni teologi, sin dai primordi della cristianità, ponevano l’accento del peccato originale sul “sarete come Dio”, suggerito dal Serpente e paventato da Dio. Ecco dunque che il peccato dell’uomo è voler essere come Dio, superare i limiti da Dio imposti e volare verso l’infinito. Nella peggiore delle ipotesi, il peccato di orgoglio è quello del Diavolo che si rifiuta di inchinarsi davanti all’uomo, così inferiore a lui, e con le parole di poeta Milton, preferisce Regnare all’inferno che servire in paradiso!
Nella migliore delle ipotesi, il peccato di orgoglio si esprime nell’incontro dell’uomo con la creazione, è l’egoismo, ovvero la volontà di potenza, l’inclinazione dell’uomo a sottomettere l’intero creato e a mettersi al centro dell’universo.
Così il peccato diventa voler essere sempre di più, volere sempre di più, avere e consumare sempre di più.
È innegabile che questa visione sia presente nei due racconti proposti: nel voler essere “come Dio”, Adamo ed Eva cadono dalla grazia, nel volere ciò che non era stato stabilito per lui, ma per un altro, nel caso di Davide.
Se pensiamo al peccato così come ne veniamo a conoscenza noi, i conti tornano. Le invidie, magari piccole, le trasgressioni, gli atti illegali, le cattiverie, sono frutto di un egoismo che a volte non arriva alla volontà di sottomettere il mondo, ma spesso ci si avvicina. Il nostro mondo occidentale è caratterizzato dalla smania del nuovo e del progresso, che inevitabilmente ci fa pensare di essere migliori di ieri. Abbiamo sconfitto le malattie, eppure i nostri antibiotici hanno prodotto virus che non muoiono così facilmente, l’aumento della potenza e della precisione delle armi non ha estinto la guerra, anzi!
Per opporci a questo, tendiamo allora allo spirituale, al metafisico, cercando di negare la nostra umanità. Commettiamo lo stesso sbaglio degli Gnostici che al tempo della prima Chiesa negavano l’umanità di Cristo, perché un Cristo umano è un Cristo sporco, malato, inferiore, e chi vorrebbe un Dio inferiore?
Eppure, prima ancora di scoprire l’incarnazione, il popolo di Dio sapeva di essere fatto a Sua immagine, secondo la Sua somiglianza.
Questo significa che in parte essere umani è già un essere come Dio, per sua primaria intenzione, e che tendere ad una maggiore unificazione col divino, in realtà e voler essere superiori a Dio, superiori anche alla nostra umanità piena, totalmente realizzata.
Essere sopra Dio, essere più che umani, è ben più che una scorrettezza metafisica, è un tradimento della volontà di Dio per noi, di essere come noi, come Lui.

Eppure sempre si pecca perché ci si vuole ribellare, o si vuole avere di più.
Prendete una ragazza. Viene da una famiglia difficile, senza padre, la madre ha avuto diverse storie, spesso con uomini violenti. La ragazza entra in chiesa grazie al gruppo giovani, segue le attività e il culto, chiede di essere battezzata. Si sa che la ragazza frequenta un personaggio non molto gradito, un capellone senza lavoro né prospettive. Poco dopo il battesimo, la ragazza dice di essere incinta e che il capellone l’ha mollata. La madre, tra l’altro, non l’ha presa bene e ora vuole cacciarla di casa. Ora, si potrebbe tornare al modello precedente, e sostenere che la ragazza ha trasgredito, perché voleva fare di testa sua, e che ora, secondo il primo modello, avrà la sua punizione.

A questo punto:
La colpa è solo della ragazza? Di sicuro aver avuto una famiglia instabile e un modello scostante possa aver influito grandemente.
Se lei è la vittima del suo peccato, come si può annunciare il giudizio e il perdono, senza sembrare retorici e facendo per lei qualcosa che sia più di una pacca sulla spalla? Come si fa a cancellare il senso di colpa, l’accusa implicita, la vergogna di una persona che ha inciampato, magari malamente, in una vita per nulla facile?

Peccato: Essere Meno che Umano

Esistono, nelle nostre vite, esempi reali dove il peccato non è fatto per voler essere più che umani, ma spesso perché non ci si riconosce come abbastanza umani.
Chi sono io per potermi permettere di avere una vita normale?
Non mi merito le cose belle che mi succedono.
Ho paura di fallire.
Non ho paura, so già che fallirò.
In fondo, è la paura di non essere all’altezza, che spinge Eva verso la mela.
La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza. (Gn. 3:6)
Magari, col frutto dell’albero, potrei essere più vicino a Dio, capire quel che non comprendo ancora. Abbiamo spesso la tendenza a lasciarci andare al vittimismo, oppure a perpetrare le scelte sbagliate per paura del cambiamento.
È la paura di essere inadeguati davanti a Dio che fa credere al Serpente, che rimane un animale, ovvero una creatura di cui dovevamo prenderci cura, avere potere, e che invece ha potere su di noi.

Non solo ci dimentichiamo di essere fatti ad immagine di Dio, ma crediamo sia impossibile arrivare alla sua somiglianza.
Non sto parlando di depressione, qui, ma di peccato. Il peccato che si annida nell’auto-giustificazione, nella ripetizione di schemi che sappiamo sbagliati, ma che preferiamo rimettere in atto per paura di quel che ci aspetterebbe se cambiassimo.
È da questi pensieri che la Scrittura ci chiede conversione. E, come il profeta Natan agli occhi di Davide, così la Parola ci mette di fronte la nostra mancanza, perché noi possiamo essere pieni di rabbia e pentirci, convertirci e chiedere perdono per il nostro peccato.
Eppure il peccato è fatto!
Come deve essersi sentito Davide, quando, sperando che Uria scendesse a dormire con sua moglie si è sentito rispondere: L’arca, Israele e Giuda stanno sotto le tende, Ioab mio signore e i suoi servi sono accampati in aperta campagna e io entrerei in casa mia per mangiare, bere e per coricarmi con mia moglie? Com’è vero che il SIGNORE vive e che anche tu vivi, io non farò questo! (2 Sam. 11:11).
Avere davanti agli occhi il proprio peccato, è già devastante, avere lezioni inconsapevoli di umanità da chi avete tradito è insostenibile.
Ecco dunque che per superare il peccato che ci rende meno che umani, l’unica soluzione che Dio stesso trova è scendere ad insegnarci la vera umanità, non attraverso punizioni troppo grandi, ma incarnandosi, nell’uomo Gesù, per liberarci, con l’esempio, dalla nostra paura di essere inadatti, inaffidabili, creati male. Impariamo a peccare prima di imparare cosa sia il peccato, eppure la nostra meta rimane quella dell’essere veramente umani, nella nostra limitatezza, e nella nostra forza, nei nostri fallimenti, e nella capacità di rialzarci. Cristo così non è il modello di uomo perfetto, divino, al quale tendere senza mai potersi avvicinare, ma la dimostrazione che essere esseri umani, degni dell’immagine di Dio, che provano a vivere la somiglianza con lui, è il nostro vero obbiettivo.
Liberarsi dal peccato non è tendere alla divinità, ma tendere alla creazione, saldi nella Sua immagine, in movimento verso la Sua somiglianza.

Peccato: Basilare sfiducia

C’è ancora un punto di vista sul peccato che mi ha fatto molto riflettere. Il peccato certo è frutto e causa di egoismo e voglia di giudicare, ma affonda le sue radici nella basilare mancanza di fiducia dell’essere umano.
Il primo approccio a Dio, il primo movimento della nostra relazione con Lui è la mancanza di fiducia nelle Sue vie.
Si potrebbe pensare che sia l’esatto contrario, cosa ci stiamo a fare qui, se non abbiamo fede?
E cos’è la fede, se non fiducia? Confidare in Dio è quel che professiamo, tutte le domeniche.
Eppure la Bibbia, tutta la Bibbia, è un continuo ricordare la fiducia di Dio, lamentare la mancanza di fiducia, pregare perché il popolo ritrovi la fiducia, appellarsi alla conversione, all’abbandono degli idoli, e il ritorno a Dio.

La sfiducia nei confronti di Dio comincia presto, nella storia umana. Il Serpente insinua che Dio abbia mentito ed Eva le crede, come ho già detto smette di credere al Creatore per credere alla creatura. Eppure si può veramente dire che nei pensieri di Eva ci sia la ribellione?
C’è molta paura, nel movimento di Eva verso l’albero. Paura che, in fondo, Dio non le abbia dato tutto il necessario, il meglio per lei, ma che le abbia nascosto qualcosa che potrebbe giovarle. Il suo, pensiamoci bene, è un atto in buona fede:La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza, perché non mangiare?

E di fiducia parla anche Natan, la fiducia che Dio ha concesso a Davide, e che gli porta a chiedergli:Perché dunque hai disprezzato la parola del SIGNORE, facendo ciò che è male ai suoi occhi?

Perché non ti sei fidato delle benedizioni di Dio, e hai preso ciò che non doveva essere tuo?

La sfiducia è tratto costante nella Bibbia, dalle mormorazioni nel Deserto, alle accuse dei Profeti, ai Salmi che chiedono di confidare in Dio, e se lo chiedono, vuol dire che serve, fino a Gesù, che spesso fa della fiducia in Dio, e in Lui in quanto Messia, la chiave di comprensione del suo ministero.
Cosa può fare, in questo caso, la comunità per il peccato come sfiducia? Innanzi tutto deve sforzarsi di essere un luogo dove le persone si fidano gli uni degli altri. Posso essere in disaccordo con qualcuno, ma dovessi cadere, mi sosterrebbero? O mi lascerebbero andare?
La mancanza di fiducia è una malattia mortale, che parte dalla relazione personale e si allarga al contesto, e dal contesto viene infettata nella vita delle persone.
L’unica vera soluzione è confidare in colui che ci ha salvati, a lui affidare la nostra mancanza di fiducia e con lui, e con il suo Spirito, lavorare perché l’eventuale altrui scarsa fiducia sia sanata.
La comunità è un grande spazio di comunione, con tutti i difetti che abbiamo non ci vuole molto a vedere che ci comportiamo mediamente meglio, nel gruppo ristretto, di come va il mondo fuori. Non molto meglio, ma qualcosa facciamo. Eppure il nostro sforzo non può essere che quello di migliorare, di aumentare i legami, di coltivare la fiducia, di superare l’egoismo, il senso di inadeguatezza, la voglia di giudicare.
Il peccato e le sue conseguenze.
Il peccato che noi perdoniamo, quando lo perdoniamo, spesso non svanisce come per magia, comunque, e ce ne rendiamo conto da soli. Problemi risolti, sepolti, mai chiariti, riemergono, anche quando la causa prima ha cessato di esistere.
Il vero punto dolente, è che il peccato singolo, superabile, a volte cambia le cose, o mette in movimento situazioni che riverberano i danni nel tempo, ingigantiscono i problemi e li rendono barriere insormontabili.
Il peccato, dunque, ha la terribile caratteristica di distorcere la realtà, di propagare i suoi effetti nel tempo, oltre il perdono, a volte, e di allungare la via della riconciliazione.
Così nella storia di Davide e Betsabea, il peccato di Davide, anche se perdonato, fa nascere in una condizione precaria il figlio di quel peccato, e si riverbererà nelle azioni della casa di Davide, fino alla rovina annunciata da Natan. Leggendo il racconto biblico, ogni generazione ha le sue colpe, e non si può chiamare il giudizio di Dio condanna, ma piuttosto, come nel racconto biblico, amara considerazione sui risultati di un’azione che, per prima, non sarebbe mai dovuta accadere.

Non penso esista una sola casistica per il peccato. Non siamo soliti fare lunghe liste di peccati e di punizioni, e non solo perché professiamo la salvezza per grazia, ma perché, come dice la lettera di Giovanni, sappiamo di essere noi per primi, ad essere pieni di peccato.
Il peccato grave è frutto di un sistema perverso, che mischia la tendenza a giudicare, la volontà di potenza, l’egoismo, il senso di inadeguatezza e la mancanza di fiducia, reciproca e verso Dio. Non solo, ma in questo sistema perverso, gli effetti del peccato riemergono anche quando il fatto stesso ha cessato di turbare la comunità e il singolo.
Il peccato, dunque, ha bisogno di attenzione al contesto, cura della vittima e del carnefice, particolare attenzione alla reazione interna ed esterna della comunità e dei singoli, perché il nostro peccato non si aggiunga a quello che abbiamo davanti.
Il Signore è il primo a sapere che tutto questo non si può mettere nero su bianco, una volta per tutte, se non prendendo su di sé la vera umanità, con tutti i suoi limiti, quelli negativi e quelli positivamente costituenti, e redimendola, riequilibrando la vita e l’esperienza umana, riportandola ad un campo d’azione che sia allo stesso tempo facile e fruttuoso da esplorare e in cui vivere, per avvicinarsi alla Sua immagine, più simili alla nostra somiglianza.
Allo stesso modo, il peccato esiste, ed esistono i peccati, che il Dio fedele e giusto ci perdona e ci esorta a perdonare. Non esiste peccato senza possibilità di riconciliazione, eppure sappiamo quanto sia difficile.
Perdonare un peccato è tutt’altro che facile, che sia nostro o altrui.
Bisogna distruggere il giudizio e sostituirlo con la comprensione, smontare l’egoismo, avere fiducia in se stessi e nell’accompagnamento da parte di Dio. Bisogna credere veramente che se chiediamo qualcosa, Dio ce lo darà.
Bisogna credere veramente Dio esiste, è presente per noi, che possiamo fidarci di lui.
E bisogna fare questo cammino ogni giorno, ogni volta, per ogni cosa che ci succede, che ci è successa e i cui rovi ancora intralciano e ostacolano il nostro cammino.
Il peccato non ha solo bisogno di perdono e riconciliazione, ma di costanza, attenzione, fiducia reciproca.
Come si fa? Con pazienza. Con amore. Con fiducia.

Con l’aiuto di Dio, che è fedele e reclama fedeltà.

Pubblicato in: on 23 aprile 2010 at 16:42  Lascia un commento  
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Credo…

Pubblicato la prima volta il 29/01/2008

Io sono cristiano.
Non sono diventato cristiano, non ho fatto un gran cammino, non ho avuto speciali iniziazioni, sono nato cristiano.

Questo in barba a tanta teologia protestante che ti vorrebbe figlio della conversione, ti vorrebbe ripudiatore di una precedente vita dissoluta, per accogliere la novità di vita.

Per i battisti questo è ancora più accentuato dal battesimo dei credenti, che partendo da una scelta personale e ponderata, dovrebbe essere un segno visibile, una cesura tra quella vita senza Cristo e questa vita con Cristo.

Beh, a me non è capitato, io con Cristo ci sono nato, ce l’avevo nell’equipaggiamento di partenza, come il simbolo sacro per il chierico…

Chi o cos’è “cristiano”?

Ama l’Iddio tuo con tutto il tuo cuore, tutta la tua anima e tutta la tua forza, e ama il prossimo tuo come te stesso. (Lv. 19:18 – Dt. 6:4 – Mc. 12.30 – Mt 22:37 – Lc 10.27)

Questo per me è “cristianesimo”.

Questo non te lo insegna nessuno. Questo non te lo da nessuno.
Cristiano è chi ha con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, una relazione profonda, un cammino che nessuno conosce, a parte il cristiano e Dio.
Cristiano è chi decide, di sua volontà, di aprire il suo cuore al suo vicino, di renderlo il suo prossimo, di costruire con quest’altro uomo una comunità dove l’amore di Dio possa essere il suolo fruttifero che porta ad una vita migliore.

Prima di tutto essere cristiano è un cammino personale.
Prima di ogni altra cosa è imparare a conoscere Dio e a mettersi in relazione con lui.
Per fare questo ci sono solo due strade: la preghiera e la lettura della Bibbia.

La preghiera è meditazione profonda, sonno della ragione, è il momento in cui ci si spoglia del proprio io “pubblico” e si perviene alla fonte del rapporto con Dio.
Alcuni chiamano la preghiera “meditazione”, alcuni chiamano la meditazione “preghiera”. Non sono altro che la stessa cosa, alcuni meditano chiudendosi su loro stessi, altri pregano aprendosi all’Altro, al totalmente Altro, a Dio.

Io preferisco la seconda, è questione di punti di vista.

La Lettura della Bibbia è un altro punto di apertura.
Leggere la Bibbia ti permette di aprire gli occhi sulla vita come veniva vissuta millenni prima di te, come la storia di Dio e del suo popolo sia storia di fedeltà e tradimenti, di come tutto quel che pensi sia nuovo e terribile sia già successo e ti porti testimonianza.
La Bibbia è la storia che viene in tuo soccorso, non il contrario.
La Bibbia non ha bisogno di apologie esattamente come non ne ha bisogno l’Iliade, o l’Anabasi. La Bibbia è parola scritta, e quindi va trattata con rispetto, e dal cristiano è trattata con un occhio e una mano diversa, ma dovrebbe sempre essere accompagnata dall’intelletto…

Chi usa la Bibbia come un manuale vive nel passato, in un mondo che mai fu, dato che chi voleva un occhio per un occhio e un dente per un dente, non ha mai guidato una macchina o preso un aereo. Anche chi critica la “lettera morta”, chi la taccia di anacronismo, truffa l’ascoltatore, dato che la Bibbia è viva solo se qualcuno la legge e la capisce, e non può morire un testo che è meditato e reinglobato nella propria vita tutti i giorni.

Questi, comunque, sono gli strumenti che ci sono stati lasciati, la storia e la meditazione, l’esteriore e l’interiore, la preghiera e la Bibbia.
Questi sono gli strumenti, e non altri, non abbiamo bisogno di maestri, di santi o santoni o di chiunque tenti di dividerci dalla comunità e dal nostro personale incontro con Dio.
La guida spirituale non è cristiana. Sia esso un santone, un santo, una madonna, un prete o un laico “ispirato”, un maestro non è cristiano.

L’unico maestro, l’unica guida, l’unico sostegno è Cristo.
Questo non significa che non si debba ascoltare nessuno, anzi, tutti, senza eccezione, devono essere ascoltati, perchè tutti sono tuoi fratelli e dai tuoi fratelli non puoi altro che imparare.

Ma nessuno ha su di te un potere, nè minimo, nè massimo.
Se un UOMO ha potere su di te, questo non è cristiano, a meno che quest’uomo non sia nostro Signore Gesù Cristo

Quando un uomo diventa strumento del potere, il quale potere è quello che Gesù chiamava “Il Principe di questo Mondo”, noi non ci pieghiamo, perchè è forte il potere di Cristo in Noi.

Così, ecco perchè io rifiuto i dogmi, rifiuto i peccati e le virtù, l’inferno e il paradiso, rifiuto tutto quello che non viene da me, da Dio e dai miei fratelli, tutto quello che non viene da discussione e concertazione, ecco perchè rifiuterò sempre la “gerarchia”, perchè Gerarchia è Potere, e potere non è cristiano.

Per questo noi abbiamo un libro.
Per questo noi abbiamo lo Spirito.
Per questo noi non abbiamo capi, nè padroni.

Solo quello che è discusso è fede, solo quello che è messo nel calderone, rimestato e tirato fuori è teologia, solo quello che è fulgido e riscalda è nutrimento.

Il cristiano ha dubbi. Il cristiano si nutre di dubbi, il cristiano usa i dubbi come malta, perchè il dubbio non è altro che l’incontro del passato col futuro, di due istanze diverse, conservare e cambiare, che sono la parte stessa della vita, della Storia.

La Bibbia è piena di persone che hanno dubbi, è piena di cambiamenti e anche di errori, e la preghiera, o la meditazione, non sono mai un buon sistema per calmare i dubbi, ma sono sempre un ottimo sistema per mettere le cose nel giusto ordine, per rivedere le cose da un altra prospettiva, per cambiare senza capovolgere, per crescere e non cadere..

Credo…

Ohiboh!

Pubblicato la prima volta il 01/12/2007

Il guaio dell’esser cristiani, è che a volte bisogna concordare.
Già, mai si sarebbe detto possibile, ma con buona parte della nuova lettera circolare di Benedetto XVI non si può che concordare.

Sin dal principio, il lettore cristiano non può che trovarsi concorde con l’autore nell’affermare con Paolo che “siamo stati salvati in speranza”, cosicché la lettura dell’enciclica si fa compimento di ecumenismo, parola in cui protestanti, ortodossi e cattolici possono trovarsi insieme, nella speranza che Cristo dona.

Anzi, il lettore evangelico si trova frastornato nell’osservare come quel “fede è certezza di cose che si sperano”, tanto caro alla nostra testimonianza cristiana è citato da Benedetto XVI come punto di possibile incontro; ci si rallegra nel venire a conoscenza che in quella “hypostasis” cattolici e protestanti possano concordare che, qualunque sia l’interpretazione finale, la fede sia uno “stare”, una presenza viva, non un’idea lontana.

La vita eterna, che segue la fede dappresso, è di certo un punto caldo dell’agenda evangelica, sospeso tra chi la proclama a spron battuto e chi la vorrebbe sottrarre alla speculazione umana, e lasciarla all’agire di Dio, ma anche in questo caso, si legge con piacere che la chiamata alla “vera vita” è chiamata alla pienezza di vita, che in Cristo riempie l’esistenza tutta.

Tutto sommato, e qui la sorpresa, soprattutto per un battista, si fa grande, anche la sezione sull’individualismo è condivisibile, sebbene alcune stranezze possano essere notate quando, per il sostegno del mondo, si cita l’utilità del monastero e si tace la fondamentale necessità della vita cristiana nella comunità locale, terreno fecondo sia per il germogliare della fede che per il lavoro cristiano.
A quegli evangelici che fondano la propria testimonianza sulla responsabilità personale, poi, questo tentativo di esautorare l’individuo dalla pienezza della relazione con Cristo risulta lievemente cacofonico, ma si perdonano all’autore alcune dissonanze, quando il discorso si vuole articolare intorno ad un tema così centrale come la speranza cristiana.

Noto, a livello del tutto personale, lo ammetto, le prime note dolenti quando si comincia a parlare del rapporto tra fede e ragione.
A mio modesto parere, Benedetto XVI troppo spesso, nei suoi appelli alla ragione e alla fede, fa sfoggio di doti di illusionismo, per assumere, con frasi accuratamente calibrate, conclusioni che trovo a volte sconcertanti.
Per esempio, nel paragrafo 23, l’enciclica afferma:

“Per questo la ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione.”

Ora, difficilmente qualcuno potrebbe dissentire, ma letto attentamente, il passaggio pone le basi per una interdipendenza tra ragione e fede che difficilmente potrei accettare a cuor leggero. Dato che, come si è detto, la fede è comunitaria, se ne deduce che la ragione individuale ha bisogno di detta comunità per “realizzare la propria natura”. Ora, in un contesto assembleare, tipico della Riforma, l’affermazione è non solo da approvare, ma da incidere ad eterna memoria, ma in caso di una gerarchia solida, il rischio che la fede della comunità sia interpretata dalla ragione della gerarchia a danno della ragione dell’individuo si fa, a mio parere, troppo palpabile perché si possa liquidare senza menzione.
Ecco dunque che la sacrosanta critica della fede individualistica tende insopportabilmente alla critica della fede individuale, che è base per quel sacerdozio universale dei credenti che, pur se vissuto inderogabilmente in una comunità, non può che essere rivendicato dagli evangelici con voce ferma e squillante.

Benedetto XVI poi, non finisce di stupire con accenni alla missione che entusiasmerebbero ogni evangelico, a conclusione del discorso sul Giudizio, l’enciclica proclama:

“Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale.” (49)

Parole degne di un William Carey!
Purtroppo la Scrittura ci ammonisce che nessuno si salva da solo, e la stessa enciclica ricorda come il giudizio sia la divina unione di giustizia e grazia. Questa visione della missione, così saldamente legata all’intercessione, e quindi alla ragione di fede contro la ragion di stato, non può che lasciare gli evangelici a dir poco perplessi, e il sottoscritto amareggiato.

L’amarezza si muta in sconfitta, la forza in debolezza, la concordia in rassegnato scorno quando l’enciclica viene a trattare l’ultimo suo punto: “Maria stella della speranza”. L’apologia e la polemica vanno avanti da secoli, tutto sommato un cammino di reciproca comprensione è iniziato, e non voglio essere io a farlo inciampare, ma non posso trascurare, nella mia analisi, proposizioni come questa:

“Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata.”

L’emblema di queste persone altri non sarebbe che Maria ultraterrena, superumana, togliendo, mi spiace dirlo, salutare spazio al Cristo.
Anche in questo la dottrina evangelica non può chinare il capo, ” Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” dice la Prima Timoteo.

Se anche fosse vero che la luce di Dio sia lontana, egli stesso è sceso a noi e si è fatto vicino. Se anche fosse vero che abbiamo bisogno di persone che ci donino luce, abbiamo una “luce per noi” nella persona di Cristo Vera Luce di Dio e Vero Uomo per noi.
Se è poi la relazione umana che ci fa saldi, allora è la comunità in cui siamo sostenuti e sosteniamo, mediante la luce che Cristo non ha mai fatto mancare.

Il guaio dell’esser cristiani, è che a volte bisogna concordare.
Già, mai si sarebbe detto possibile, ma con buona parte della nuova lettera circolare di Benedetto XVI non si può che concordare.

Sin dal principio, il lettore cristiano non può che trovarsi concorde con l’autore nell’affermare con Paolo che “siamo stati salvati in speranza”, cosicché la lettura dell’enciclica si fa compimento di ecumenismo, parola in cui protestanti, ortodossi e cattolici possono trovarsi insieme, nella speranza che Cristo dona.

Anzi, il lettore evangelico si trova frastornato nell’osservare come quel “fede è certezza di cose che si sperano”, tanto caro alla nostra testimonianza cristiana è citato da Benedetto XVI come punto di possibile incontro; ci si rallegra nel venire a conoscenza che in quella “hypostasis” cattolici e protestanti possano concordare che, qualunque sia l’interpretazione finale, la fede sia uno “stare”, una presenza viva, non un’idea lontana.

La vita eterna, che segue la fede dappresso, è di certo un punto caldo dell’agenda evangelica, sospeso tra chi la proclama a spron battuto e chi la vorrebbe sottrarre alla speculazione umana, e lasciarla all’agire di Dio, ma anche in questo caso, si legge con piacere che la chiamata alla “vera vita” è chiamata alla pienezza di vita, che in Cristo riempie l’esistenza tutta.

Tutto sommato, e qui la sorpresa, soprattutto per un battista, si fa grande, anche la sezione sull’individualismo è condivisibile, sebbene alcune stranezze possano essere notate quando, per il sostegno del mondo, si cita l’utilità del monastero e si tace la fondamentale necessità della vita cristiana nella comunità locale, terreno fecondo sia per il germogliare della fede che per il lavoro cristiano.
A quegli evangelici che fondano la propria testimonianza sulla responsabilità personale, poi, questo tentativo di esautorare l’individuo dalla pienezza della relazione con Cristo risulta lievemente cacofonico, ma si perdonano all’autore alcune dissonanze, quando il discorso si vuole articolare intorno ad un tema così centrale come la speranza cristiana.

Noto, a livello del tutto personale, lo ammetto, le prime note dolenti quando si comincia a parlare del rapporto tra fede e ragione.
A mio modesto parere, Benedetto XVI troppo spesso, nei suoi appelli alla ragione e alla fede, fa sfoggio di doti di illusionismo, per assumere, con frasi accuratamente calibrate, conclusioni che trovo a volte sconcertanti.
Per esempio, nel paragrafo 23, l’enciclica afferma:

“Per questo la ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione.”

Ora, difficilmente qualcuno potrebbe dissentire, ma letto attentamente, il passaggio pone le basi per una interdipendenza tra ragione e fede che difficilmente potrei accettare a cuor leggero. Dato che, come si è detto, la fede è comunitaria, se ne deduce che la ragione individuale ha bisogno di detta comunità per “realizzare la propria natura”. Ora, in un contesto assembleare, tipico della Riforma, l’affermazione è non solo da approvare, ma da incidere ad eterna memoria, ma in caso di una gerarchia solida, il rischio che la fede della comunità sia interpretata dalla ragione della gerarchia a danno della ragione dell’individuo si fa, a mio parere, troppo palpabile perché si possa liquidare senza menzione.
Ecco dunque che la sacrosanta critica della fede individualistica tende insopportabilmente alla critica della fede individuale, che è base per quel sacerdozio universale dei credenti che, pur se vissuto inderogabilmente in una comunità, non può che essere rivendicato dagli evangelici con voce ferma e squillante.

Benedetto XVI poi, non finisce di stupire con accenni alla missione che entusiasmerebbero ogni evangelico, a conclusione del discorso sul Giudizio, l’enciclica proclama:

“Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale.” (49)

Parole degne di un William Carey!
Purtroppo la Scrittura ci ammonisce che nessuno si salva da solo, e la stessa enciclica ricorda come il giudizio sia la divina unione di giustizia e grazia. Questa visione della missione, così saldamente legata all’intercessione, e quindi alla ragione di fede contro la ragion di stato, non può che lasciare gli evangelici a dir poco perplessi, e il sottoscritto amareggiato.

L’amarezza si muta in sconfitta, la forza in debolezza, la concordia in rassegnato scorno quando l’enciclica viene a trattare l’ultimo suo punto: “Maria stella della speranza”. L’apologia e la polemica vanno avanti da secoli, tutto sommato un cammino di reciproca comprensione è iniziato, e non voglio essere io a farlo inciampare, ma non posso trascurare, nella mia analisi, proposizioni come questa:

“Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata.”

L’emblema di queste persone altri non sarebbe che Maria ultraterrena, superumana, togliendo, mi spiace dirlo, salutare spazio al Cristo.
Anche in questo la dottrina evangelica non può chinare il capo, ” Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” dice la Prima Timoteo.

Se anche fosse vero che la luce di Dio sia lontana, egli stesso è sceso a noi e si è fatto vicino. Se anche fosse vero che abbiamo bisogno di persone che ci donino luce, abbiamo una “luce per noi” nella persona di Cristo Vera Luce di Dio e Vero Uomo per noi.
Se è poi la relazione umana che ci fa saldi, allora è la comunità in cui siamo sostenuti e sosteniamo, mediante la luce che Cristo non ha mai fatto mancare.

Pubblicato in: on 10 aprile 2010 at 07:00  Lascia un commento  
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I post di ieri

Sono mesi che non aggiorno questo blog, e non perchè non abbia nulla da dire. Forse il mezzo blog è morente, ma non così morto da non aver ancora sussulti di quando in quando.

Ecco perchè, per seguire mode altrui, mi darò al recupero archeologico di quei post che mi sembrano degni di nota di una vita passata.

Uno alla settimana, ce ne sarà per un po’, suppongo…

Pubblicato in: on 8 aprile 2010 at 17:54  Lascia un commento  

No-B Day? Oggi no.

Il bello di non contare nulla è che nessuno mai mi chiederà perchè non sono andato al no-b day.

Se qualcuno me lo chiedesse, però, farei riferimento alla nota di adesione del buon Travaglio:

il problema non è Berlusconi, ma il centrosinistra. Il centrosinistra che prende i voti (sempre meno) per opporsi al Cavaliere e poi regolarmente gliele dà tutte vinte. [...] Oggi tutti i cittadini che amano la Costituzione e la democrazia saranno in piazza. Ma subito dopo dovranno lavorare a una nuova manifestazione che costringa il Pd a deberlusconizzarsi: il No Pd Day. Come disse Petrolini al disturbatore che lo contestava da un palco: “Io non ce l’ho con te, ma col tuo vicino che non ti butta di sotto”.

Ecco.
C’è chi, come Peter Gomez, vede del buono in una manifestazione “dal basso”. Io no.
Ovvero, non fraintendetemi, è un’ottima cosa che persone diverse, con esperienze e motivi diversi, si trovino insieme uniti per una causa comune, il mio problema è che non posso non essere escatologico, scusate, deformazione professionale.

La mia personale escatologia alla pera cotta mi porta a chiedermi: e poi? Domani? Dopodomani, che succederà?
Non che io pensi che qualcuno pensi che il nano difforme possa veramente essere spinto alle dimissioni foss’anche da 12 milioni di persone in piazza (e io spero vivamente ci siano 12 milioni di persone, oggi).
La domanda che io vorrei porre a tutti coloro che legittimamente e di buona lena scenderanno in piazza oggi è: Cosa farete domani mattina?

E mercoledì, passato il ponte?
Saremo ancora tutti qui a lamentarci di aver votato o quasi-votato un’opposizione che non si oppone, una minoranza minorata?
Tutti concordi nel dire che Di Pietro c’ha le palle e Bersani no?
Riappacificati con partiti di sinistra la cui condotta irresponsabile e criminale, degna della peggiore infamia, ha di fatto regalato il parlamento alla destra?

Io da sempre predico solo due cose, sotto e sopra il pulpito: Coerenza e compromesso.

Chi è coerente ma non sa confrontarsi con la realtà che lo circonda e trovare una via percorribile per la maggior parte degli esseri umani (ovvero la maggioranza) è tanto pericoloso quanto chi non conosce la coerenza e scambia il compromesso per codardia baciapile, voltagabbana e lecchinismo.

Se sei coerente, forte, saldo, con tutti i debiti dubbi e distinguo che caratterizzano una persona aperta ed intelligente, sai anche portare avanti il dialogo, l’intermediazione, il buon compromesso, la riconciliazione.

Altrimenti la tua supposta coerenza è solo un velo d’acciaio steso su una mente fragile ed impaurita.

Io, oggi, dalla finestra osserverò la coerenza altrui e ne trarrò giovamento, ma solo quando vedrò in atto il dialogo, l’intermediazione e la riconciliazione tra le diverse componenti della mia parte politica, io potrò essere attratto da questo movimento.

Per ora scruto da lontano, incuriosito e in buona disposizione d’animo, ma in attesa.

P.S: ovvero, per chiarire: se le componenti civili e istituzionali che hanno litigato fino ad oggi e che oggi scendono in piazza da domani non cominceranno seriamente a dialogare e a lavorare insieme per un’Italia migliore, quella a cui assisteremo oggi sarà stata null’altro che un’inutile e ipocrita pagliacciata da cui sarà ben felice di essermi astenuto.

Pubblicato in: on 5 dicembre 2009 at 16:31  Lascia un commento  

Trentino: la Lega vuole una Bibbia in ogni casa

“Un’interrogazione presentata da Alessandro Savoi, capogruppo leghista alla Provincia di Trento, chiede che la Provincia Autonoma doni una copia della Bibbia a tutte le famiglie. La proposta rientra nel quadro di una serie di iniziative volte a “tutelare e valorizzare i simboli delle festività religiose cattoliche”. Il blog Metilparaben si è domandato: “a quando il battesimo obbligatorio?” Un sondaggio online lanciato dal quotidiano L’Adige mostra per ora una prevalenza di pareri contrari.”
- sito UAAR

Quando la crassa ignoranza e l’ironia della sorte si incontrano, l’importante rischia di rimanere invisibile agli occhi…

A proposito di difendere la nostra cultura, una ridondante premessa storica

Fu solo con il protestantesimo che nacque l’esigenza di avere una Bibbia per tutti, che tutti potessero (dovessero) avere perchè potessero (dovessero) leggere. Fu Lutero il primo a tradurre la Bibbia nella lingua del volgo, seguito a ruota da Giacomo che, sebbene di tendenze cripto-cattoliche, fece il più grande regalo agli evangelici di ogni tempo, la King James Version.

In Italia la prima Bibbia venne stampata negli anni della Repubblica Romana e susseguentemente distrutta in tutte tranne 3 copie, eppure la Bibbia in Italiano esiste dal 1607, ad opera di Giovanni Diodati, ginevrino figlio di emigrati lucchesi per causa di religione.

La Bibbia c’era in Italiano, come mai nessuno la stampava, o la vendeva, o la comprava?
Semplice, perchè la Chiesa Cattolica Apostolica Romana lo impediva, avendo fatto della lotta alla “Bibbia in ogni casa” uno dei cardini della Controriforma. Avere una copia della Bibbia in qualsivoglia lingua era bastante per una condanna per eresia, che magari non finiva in roghi (a parte la Bibbia stessa, ovviamente), ma di certo non era cosa da prendersi sottogamba, prima del 1848…

Il Concilio di Trento vietò la Bibbia nelle case, la Lega di Trento ce le rimette.

Detto questo, ha un che di ironico, la proposta dei peggiori bigotti immorali clericalisti anticlericali di mettere una Bibbia in ogni casa. A me piace.

Lo ripeto: a me piace.

Vorrei una Bibbia in ogni casa, anche solo quelle dei cristianissimi cattolicissimi trentini.

Una Bibbia in ogni casa! Lo grida ogni mia goccia di sangue, ogni spirito, ogni fantasma, ogni anima tormentata, ogni mio padre e madre nella fede e della fede.

Una Bibbia in ogni casa, a saperlo, a Diodati si fermerebbe il cuore dalla felicità.

Una Bibbia in ogni casa, ma ad una e una sola condizione. Bisogna leggerla, quella Bibbia, e, se ci si dice cristianissimi e cattolicissimi, bisogna che sia la Bibba a guidare i cuori, e non i cuori la Bibbia.

Bisogna leggerla, capirla, farsi interrogare e cercare balbettanti delle risposte.

Trentini, accettatela, quella Bibbia.
Se non siete cristiani, io sono pronto a leggerla con voi, a capirla con voi, a giudicarla con voi. Sono pronto a ricevere per lei le critiche, e a ragionarci insieme.

Ma se siete cristiani, beh, la sola lettura dovrebbe farvi pensare abbastanza e abbastanza a lungo, da non poter più architettare scempiaggini a carico di chi è più debole di voi per molto, molto tempo…

Pubblicato in: on 23 novembre 2009 at 17:45  Commenti (2)  
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L’Abnegazione, ovvero come far passare il demonio per un santo

Mi è stato chiesto se l’abnegazione sia un sentimento cristiano.

La risposta è piuttosto semplice: NO!

Ripetiamo per completezza: Manco per l’anima!

Dato che mi sono trovato ad argomentare, eccovi il prodotto del mio cervelletto spremuto:

abnegazione, secondo il wikizionario è “rinuncia totale e consapevole del proprio bene e interesse per gli altri
Ovvero la capacità di distruggere se stessi per il benessere altrui, manco foste Goldrake. Questa, il più delle volte, è una mossa da illusi, e non una virtù.
Infatti il concetto di abnegazione ha senso compiuto solo nel caso in cui l’azione sia veramente un dono incondizionato, che nulla chiede in cambio e nulla si aspetta. La maggior parte di quelli che abnegano, invece, sotto sotto, o manco tanto, hanno un desiderio, un’illusione, una speranza o una pretesa che li fanno agire in modo da paventare la rinuncia di sé, mentre si autoaffermano nella richiesta coatta.
Dal punto di vista cristiano tutto deve essere calcolato con e sul comandamento dell’amore.
Lo si può declinare come amore altruistico: “Ama il prossimo tuo come te stesso“; (Mt 22:39/Mc 12:31/Lc 10:27/Rm 13:9/Gal 5:14/Gc 2:8)
Oppure come amore “cristico”: “Amatevi gli uni gli altri come io (Cristo) vi ho amato“. (Gv 13:34)
Come si vede, non c’è possibilità di confusione alcuna, nel comandamento ci sono 3 soggetti-oggetti sempre presenti: Dio (il latore dell’amore), l’individuo (agente dell’amore), il prossimo (ricevente dell’amore).
E’ fin troppo facile, a questo punto, argomentare che chi abnega sottrae dalla formula uno dei termini (ovvero se stesso) e di fatto contravviene al comandamento divino, il quale, senza tema di smentite, implica che la capacità di amare se stessi o di ritenersi degni dell’amore (di Dio) è conditio sine qua non esiste la possibilità di amare gli altri.
Sebbene il dono di sè in diversi passi biblici sia previsto, a volte addirittura caldeggiato, esso non diventa mai “sacrificio abnegante”, perchè mai e poi mai Dio chiede all’individuo l’annullamento nell’altro. Anche quando si dona la vita per qualcuno o qualcosa, l’annientamento del sè non è mai visto dalla Bibbia come buono, perchè viene a mancare il carattere di testimonianza dell’atto.

Esempio lampante è il Cristo stesso. Il suo sacrificio è il contrario dell’abnegazione, dice San Paolo, nella lettera ai Filippesi:

Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre. (Fil. 2:5-11)

L’ubbidienza a Dio non è abnegazione, ma dono di sè, che viene premiato non nel sacrificio della propria identità ma anzi nell’estremo opposto, nella esaltazione di quello che tu sei e fai, facendo ciò che è volontà di Dio tu distruggi l’idolo della “rinuncia totale e consapevole del proprio bene e interesse” perchè si costruisca, insieme a te, un bene ed interesse maggiori, ovvero la volontà di Dio.

Se dunque l’abnegazione è essere per l’altro fino alle estreme conseguenze,  mettendo l’amore e la testimonianza dell’amore come fondamento e capitello della propria azione, essa può essere considerata un’azione cristiana, ma se vuole solo essere per l’altro fino alla negazione di sé, è da combattere in ogni sua forma, perchè non porta alla testimonianza cristiana, ma alla fine stessa della possibilità di testimoniare l’amore di Dio che è sempre amore per, e mai amore contro.

Pubblicato in: on 25 settembre 2009 at 19:06  Lascia un commento  
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Giovanni 15:1-17, la Vera Vite

Ripropongo qui il mio sermone del 9/8/09, come appunto personale, e nel caso qualcuno volesse leggerlo, anche se, come al solito, leggere un sermone è come leccare la foto di un gelato…

Giovanni 15:1-17 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunziata. Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici. 14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio. Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Fratelli e sorelle, buongiorno.

Quando Claire mi ha chiesto di predicare, avevo già in mente un astuto piano. Come ormai saprete tutti sto studiando per dare finalmente gli ultimi esami alla Facoltà Valdese di Teologia e nulla come un esame di Esegesi del Nuovo Testamento ti dà materiale per un buon sermone, o per un milione di buoni sermoni.

Sapete, credo, perché l’avrò raccontato un milione di volte, che l’esame di esegesi è nient’altro che lo studio di un passo biblico dal suo testo originale, greco od ebraico, passando attraverso la spiegazione dei significati del testo, la sua storia, la storia della sua redazione, chi l’ha scritto, quando, perché, cosa voleva dire il testo a quelli che lo lessero per la prima volta e via studiando, fino a darne una spiegazione esauriente di tutti i temi che vi si possono trovare.

Il lavoro è sicuramente interessante, ma vi assicuro che solo studiando un testo vi ritroverete con tante di quelle informazioni che vi basterebbero per cinquanta sermoni, e qui i piani astuti vanno a farsi friggere.

Ricordo per esempio di aver già fatto un sermone su questo passo. Sui versetti da 1 a 8. Il classico sermone sulla vera vite, uno di quelli che si sentono almeno una volta l’anno. Ci sono vari motivi per cui questo succede, e tutti legati a diversi accenti della nostra fede.

C’è chi predica sulla vite perché è molto presente nella storia del popolo ebraico e di Gesù in particolare: senza vedere tutti i passi, molti ricorderanno che Noè si ubriacò col frutto della vite e di vigna parlano tutti i vangeli, Marco una volta, addirittura Matteo e Luca due.

C’è chi predica su uno dei passi precedenti, che di solito sono parabole, e magari cita di passaggio Giovanni.

C’è chi usa il passo per istruire, chi per esortare, chi per consolare.

Tutto questo è nel testo, e un buon esegeta dovrebbe tener conto di tutto, nella sua analisi.

Si parte dunque, solitamente, dal contesto interno, ovvero, nella narrazione della storia di Gesù dove siamo?

Il capitolo 15 che qui comincia è all’interno di quella cornice che gli studiosi chiamano i “Discorsi di Commiato”. Giuda è stato già mandato a far ciò che deve, e a farlo presto, e Gesù si ferma a parlare coi discepoli nella sala della cena, prima di recarsi al giardino dove verrà catturato.

Sono quindi undici gli ascoltatori di questi discorsi, e questi undici, dicono gli studiosi, sono il germe della prima chiesa, senza la loro testimonianza di quel che Gesù disse loro, l’insegnamento di Cristo sarebbe rimasto segreto. Ecco perché si parla di un insegnamento esoterico, non perché Gesù abbia insegnato ai discepoli a fare magie, ma perché queste parole sono dirette ai soli credenti. Queste sono le fondamenta che Gesù getta perché si possa costruire una comunità di fede nel suo nome, secondo Giovanni. Non ci può essere comunità cristiana che non segua le regole dei discorsi di commiato, ovvero non c’è comunità dove non ci sia attenzione a quel che Gesù ha detto, prima che a quel che Gesù ha fatto.

Credo conosciate tutti i braccialetti con le iniziali W. W. J. D., e credo sappiate significhi “Cosa Farebbe Gesù” in Inglese. Si dà spesso ai ragazzi, perché nei casi della vita guardino alla scritta e si chiedano “Cosa Farebbe Gesù?”, per poi agire di conseguenza. Lasciamo da parte la domanda legittima se questi braccialetti siano dati perché i ragazzi ricordino cosa farebbe Gesù, o cosa farebbe il pastore (o il pastore dei giovani, o la mamma, o tutti insieme, quando succede). Ecco, a Giovanni non è che importi granchè che il cristiano sappia cosa farebbe Gesù, ma è abbastanza sicuro che il credente debba sapere cosa ha detto Gesù!

E allora cos’ha detto Gesù?

Nel mio sermone sulla vera vite, che magari qualcuno di voi si ricorda pure…

Vabbè, se non ve lo ricordate è meglio, si può sempre riutilizzare più avanti, comunque, dicevo che in quel sermone notavo con una punta di angoscia che Gesù punta la nostra attenzione sul fatto che essere suoi discepoli non basta.

Non basta conoscere Gesù, non basta dargli del tu, non basta nemmeno andare in giro con una maglietta con su scritto Gesù salva, o con un braccialetto, se non rimani in Lui, sei un tralcio secco, il vignaiolo arriva e ti strappa via.

Se dimori in Lui, di contro, porti molto frutto, e non ci sono discussioni. Come vedete la situazione sembra un po’ terrorizzante all’inizio, ma poi ci si tranquillizza. rimani in lui e porterai frutto, non ci sono dubbi a riguardo.

Ma cosa vuole dire rimanere in lui?

Giovanni scrive difficile, non gli si può negare. Si può dire a sua discolpa che scrive per un pubblico ben preciso, gente che sa cosa sta dicendo, e usa un sacco di termini tecnici, termini che la sua comunità conosce bene.

Ora, ci sono dei termini tecnici che potrei usare in un sermone e che lo renderebbero perfettamente comprensibile ad alcuni, e totalmente oscuro ad altri. Se parlo di Figlio di Dio tutti quelli nati in un paese cristiano mi capiscono, ma alcuni potrebbero non capire, pensate ai Greci al tempo di Gesù, per loro “figlio di un dio” voleva dire una cosa completamente diversa, ne avevano a decine, di “figli di dei”.

Qui se parlo di Gesù come Parola di Dio, nessuno si scompone, mentre una persona che frequenti un’altra chiesa, o non ne frequenti nessuna, potrebbe non averne mai sentito parlare.

Ho usato prima il termine esegesi, e se volessi andare nello specifico, potrei parlare dell’ermeneutica Giovannea, della figura e l’importanza del Paracleto, e via di linguaggio esclusivo, fino a non far capire niente nemmeno a me che parlo.

Giovanni questo lo sa, e capisce il rischio che si corre, a parlare esoterico, per iniziati.

Così Giovanni spiega e spiega così tanto che rischia di confonderci ulteriormente…

Ecco allora che l’esegesi ci viene incontro:

Io sono la vite, dice Gesù, e voi i tralci.

Il tralcio che non dà frutto si estirpa, così come chi non rimane in Gesù.

Chi rimane in Gesù porta molto frutto, e verrà potato, affinché ne porti ancora di più.

Il verso 9 diventa il punto focale del passo, il centro intorno a cui tutto ruota.

Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; rimanete nel mio amore.

Da lì in poi la spiegazione vorrebbe essere ovvia, ma forse merita qualche attenzione:

Rimanere il Gesù è l’unico modo di rimanere nel suo amore, ed è anche il modo per cui si tiene fede ai suoi comandamenti.

Tenere fede ai comandamenti di Dio, abbiamo letto in prima Giovanni, è il modo di amare Dio, e il suo comandamento è leggero: amatevi gli uni gli altri.

Sarebbe facile accostare questo comandamento ad “ama il prossimo tuo come te stesso”, ma il comandamento di Gesù in Giovanni è rivolto all’interno della comunità, non all’esterno. Qui Gesù sta spiegando l’intera Legge al suo popolo e l’intera legge è amate i vostri fratelli e le vostre sorelle come io ho amato voi.

Un po’ più a fondo di come noi amiamo noi stessi, non credete?

Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi e come il Padre ha amato me, dice il Signore.

Amatevi come un amico vi ama, come un amico il cui amore più grande sia dare la sua vita per voi.

Un amico molto particolare, ma cosa vuol dire essere chiamato amico di Dio?

Era il 30 Ottobre 1650 quando un gruppo di credenti guadagnò il loro strano nome.

George Fox era citato in giudizio per blasfemia. Fox era un separatista, come i primi battisti, e come loro pensava che l’andazzo della Chiesa d’Inghilterra non fosse dei migliori. Insieme ad altri aveva formato una comunità di credenti che si riuniva in casa per pregare e rendere culto a Dio in un modo mai sperimentato prima. Stavano spesso in silenzio, e credevano che tutti gli uomini, e pure le donne, avessero dentro di sé parte della Luce di Dio, e che quindi, se da Dio illuminati, avessero il diritto di prendere parola e predicare l’evangelo.

Per questo avevano attirato le ire della giustizia inglese, che non gradiva le comunità fai-da-te, ma non sapeva nemmeno come inquadrarli.

Durante il processo, George Fox aveva avuto il coraggio di ergersi davanti al giudice e di intimare a lui e alla giuria di “tremare davanti alla Parola del Signore”.

Il giudice Bennet non si era lasciato scappare l’occasione e aveva risposto chiamando Fox e i suoi compagni Quakers, ovvero tremolanti, nomignolo che si appiccicò alla comunità e divenne lentamente il loro nome ufficiale.

Questo gruppo di credenti, però, aveva scelto per loro stessi un nome diverso: si definivano la Società degli Amici.

Questi Amici non puntavano sulla bonomia, né sul tempo passato insieme, né sugli scherzi alla stazione. Questi amici si vedevano sicuramente nel momento del bisogno, ma si vedevano per passare il tempo con chi li aveva chiamati amici.

Quale amico in Cristo abbiamo, cantiamo con l’inno, eppure quel di cui parla Gesù non è solo un conforto nel dolore.

«Non è vero che un amico si vede nel momento del bisogno, un amico si vede sempre.» dice Roberto Benigni, eppure non parliamo ancora di questo.

L’amore, dice Gesù, non è qualcosa di cui uno parla, è qualcosa che uno fa. Ai discepoli non viene chiesto di amarsi gli uni gli altri “come se stessi”, ma come Cristo li ha amati. Come un amico che dà la sua vita per te.

A tutti ora scatterà un riflesso condizionato. Tutti ora penseranno che solo il Gesù Cristiano è un amico di quella portata, e che solo di Gesù possiamo parlare così. Alcuni saranno rassicurati da questo pensiero, altri, chissà, magari infastiditi.

Chi ha mai conosciuto un amico pronto a morire per lui o per lei? È semplicemente assurdo aspettarsi qualcosa del genere da qualcuno.

Eppure questo pensiero non l’ha inventato Gesù, men che meno Giovanni. Nel mondo ellenistico non era strano pensare ad una frase del genere.

Amico era colui che amava, e non solo Gesù, ma Aristotele e Platone non avevano problemi nel sostenere che uno che ama, dà la propria vita per l’amato, un amico per l’amico.

Aristotele nell’Etica: “Ad un uomo nobile si applica il verace detto che egli faccia ogni cosa per i suoi amici … e se necessario, egli da’ la sua vita per essi” e Platone, nel Simposio: “Solo chi ama (philein da cui philos, amico) desidera morire per gli altri”.

L’amicizia, dunque, non è la bonomia di una persona nei confronti di un’altra, non è una emozione volatile, né una relazione di scarso livello. L’amicizia di cui si parlava in ambito ellenistico, l’ambiente culturale ai tempi di Gesù, era la relazione più profonda che due esseri potessero raggiungere, così profonda da radicarsi nella vita gli uni degli altri.

Per i filosofi, il successo della democrazia greca dipendeva dalla messa in opera di questo legame, l’amicizia permetteva lo sviluppo del coraggio e della giustizia non solo nella relazione tra gli amici, ma anche nella società.

In Giovanni nell’amicizia si rende evidente il ruolo di Gesù nella Salvezza: essere la vera vite significa essere la fonte di vita e di fecondità dei tralci che sono legati tra di loro da un’unione, l’amicizia, che va oltre la vita del singolo. In quanto vera vite, Parola che chiama all’amore e alla messa in pratica di questo amore, Gesù non esercita e consiglia semplicemente la libertà di parola, ma incarna la libertà di azione, non libertà fine a se stessa, ma libertà per l’altro, per la vita dell’altro, e quindi per la propria!

Cristo dà la sua vita per i suoi amici, amici che lui ha scelto, amici che non sono più servi, amici che, come dice la prima lettera di Giovanni: Da questo hanno conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli.

Questo pone la croce a nuovo paradigma e a punto di svolta, segnale stradale dell’amore cristiano, diventa il centro, il fulcro, il perno e il punto medio di una nuova “ecologia della relazione”, di una nuova legge. Ama il tuo fratello, la tua sorella fino al dono più grande, quello della tua vita.

Anche il dare la propria vita e’ un gesto figlio dell’abbondanza e della pienezza dell’amore, e non della negazione di se’ stessi, non è un sacrificare la propria vita, non perché la propria morte, o la propria sofferenza piacciano a Dio, ma proprio il contrario, come Cristo ci ha fatto conoscere tutte le cose che ha udito dal Padre, “affinche’ abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” come dice al cap.10, così il nostro dono della nostra vita è per il servizio degli altri, perché la nostra vita cresca con gli altri, perché la comunità e la comunione costruisca un’abbondanza di vita, vita data, così come l’abbiamo ricevuta, non perché la si tenga per noi, ma perché sia per gli altri.

Ecco quindi come si entra nella comunione con Cristo: ascoltando la sua Parola, che vuol dire anche seguire il suo comandamento: amarsi gli uni gli altri come Cristo ci ha amati, come il Padre ha amato Lui.

Ecco come si forma la catena, ed è una catena di amore e relazione, non di pena e costrizione, si dona la propria vita agli altri perché sia catena di intimità ed unità, le stesse che caratterizzano il rapporto tra il Padre e il Figlio, si dona la propria vita, rimanendo in Cristo, non per soffrire con Cristo, ma per non soffrire più, perché le pene dell’uno siano prese a carico dai fratelli e dalle sorelle, perché la vita data diventi vita ricevuta, e ricevuta in abbondanza.

Qui inizia e qui finisce la Legge che deve percorrere e formare la comunità tutta, e qui inizia anche la legge che deve guidare il cristiano e la comunità fuori dalle mura della chiesa locale. Non c’è amore che non rimanga saldo in Gesù, non c’è amore che non porti frutto.

Gesù ha spiegato con attenzione cosa deve fare il cristiano nella società. I vangeli ci spiegano, nelle richieste dei discepoli del Battista, nel Sermone sul Monte, in tutti i detti di Gesù, cosa sia e cosa debba essere l’azione del cristiano. Giovanni parla un po’ più difficile, ma forse in modo più profondo. Nel vangelo di Giovanni Cristo non potrebbe essere più chiaro:

Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri. (Gv13:34-35)

Amen.

Pubblicato in: on 10 agosto 2009 at 22:49  Lascia un commento  

Ogni tanto..

è necessario affidarsi alle parole di altri, quando tu non avresti saputo rispondere in maniera più chiara…

Tratto dalla rubrica “Dialoghi con Paolo Ricca” del settimanale Riforma del 26 gennaio 2007

Il peccato e l’omosessualità

Che cosa è oggi peccato?
Mi chiedo spesso che cosa sia oggi «peccato». I pastori del passato ci hanno insegnato chiaramente che cosa era un peccato. Oggi c’è un po’ di confusione, e comunque nessuno teme il giudizio. Sembra quasi che quello che era considerato «peccato», oggi non lo sia più. Per esempio, leggo in Levitico 20, 13: «Se uno ha con un uomo relazioni sessuali (…) tutti e due hanno commesso una cosa abominevole». È così? Se è chiaro il «non rubare», anche questa valutazione è chiara. Oppure no? lo credo che i valori cambiano perché Satana si dà un gran daffare. Ma quello che Dio diceva al suo popolo tremila anni fa, vale anche oggi. Oppure la morale cambia a seconda del vento, e la religione si adegua per paura di perdere terreno? lo credo che le scelte etiche debbano essere limpide anche in campo sessuale, e, per il credente, ispirate all’insegnamento biblico. Adattare la Bibbia alle nostre esigenze vuol dire accantonare la parola di Dio. Sinceramente, Lei come la vede?
Lettera firmata- Genova

Anch’io, come Lei, cara lettrice, mi chiedo spesso che cosa sia oggi peccato.

Stabilirlo sembra la cosa più semplice del mondo, invece è una delle più difficili. Sa perché? Per due ragioni principali. La prima è che molti comportamenti che, un tempo, secondo la morale corrente (condivisa però anche, a torto o a ragione, da tanti cristiani), erano considerati peccati (ad esempio: ballare), oggi non lo sono più, non solo perché i costumi e le mentalità sono cambiate, ma anche perché ci si è resi conto dell’insensatezza di tanti divieti del passato. La prima ragione è dunque questa: tanti peccati semplicemente non erano peccati. La seconda ragione è più sottile, ed è questa: una delle caratteristiche del peccato è la capacità di travestirsi, di camuffarsi nel suo contrario. Succede allora che un peccato, addirittura della peggior specie, assume le sembianze di una virtù, e quindi viene lodato anziché essere censurato; e inversamente un’azione esteriormente corretta e persino giusta (pensi al Fariseo della parabola!) si rivela, a uno sguardo non superficiale, un vero e grave peccato. Il peccato, insomma, ci inganna facilmente, per cui ci accade di chiamare peccato ciò che peccato non è, e di non chiamare peccato ciò che invece peccato è. Gesù ha più volte richiamato l’attenzione dei suoi interlocutori su questo fatto. Ad esempio in questi termini: «Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta e dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più gravi della legge: la giustizia, e la misericordia, e la fede» (Matteo 23, 23). Oppure con quest’altra parola, rivolta a coloro che ritenevano peccato mangiare certi cibi: «Non è quello che entra nella bocca che contamina l’uomo; ma quel che esce dalla bocca, ecco quel che contamina l’uomo» (Matteo 15, 11).

Che cos’è peccato? Bella domanda e grosso problema, per niente facile da risolvere. Conosco delle chiese nelle quali è peccato (grave) per una donna mettersi il rossetto (perché nella Bibbia sta scritto che la donna non deve abbellirsi né avere altro ornamento che le buone opere: I Timoteo 2, 9-10);è peccato (grave) portare i pantaloni (perché sta scritto nella Bibbia: «La donna non si vestirà da uomo, né l’uomo si vestirà da donna; poiché chiunque fa tali tose è in abominio all’Eterno; il tuo Dio» -Deuteronomio 22, 5: andatelo a dire agli Scozzesi, con i loro gonnellini!); è peccato (grave) in quelle chiese, sempre per le donne, partecipare al culto senza velo (perché sta scritto nella Bibbia: la donna «si metta un velo» I Corinzi 11, 6). Secondo una certa visione della fede, della Bibbia e della chiesa, questi sono tutti peccati (gravi). Per me non lo sono affatto, e forse neppure per Lei, cara lettrice, anche se sono inequivocabilmente «fondati» sulla Bibbia. Credo sinceramente (Lei mi chiede di risponderLe «sinceramente») che il peccato sia qualcosa di più serio, di molto più serio, che queste futilità.

Ma allora: che cos’è il peccato? Vede quanto è difficile rispondere alla Sua domanda, pure così elementare, ma anche così importante per la nostra fede. La Sua lettera, comunque, ha il merito di sollevare un problema di prima grandezza: l’eclissi moderna della coscienza del peccato. È vero che oggi non si sa più che cosa sia peccato – una parola diventata per molti priva di senso perché priva di contenuto. Un tempo questa parola impressionava, spaventava e sovente angosciava le anime; oggi lascia la stragrande maggioranza dei nostri contemporanei, e forse anche noi, abbastanza tranquilli o indifferenti. Non ci inquieta più, non ci mette più in allarme o in crisi, dobbiamo anzi fare uno sforzo per prenderla sul serio, come merita. Difatti, come si può ancora sapere che cos’è salvezza, se non si sa più che cos’è peccato? L’eclisse della coscienza del peccato può essere la spia di un’altra eclisse, ancora più grave: quella della salvezza. Ora, il fatto che nel nostro tempo la parola «peccato» sia diventata inconsistente e si sia come svaporata è tanto più sorprendente in quanto proprio la nostra generazione è stata ed è testimone (e complice) di una misura, per così dire, fuori misura di orrori, quindi appunto di peccato, se è vero, come è -vero, che il secolo che sta alle nostre spalle ha superato in crimini, efferatezze ed abomini tutti i secoli precedenti. Non possiamo certo dire che non sappiamo più che cosa sia peccato perché non lo vediamo in giro. AI contrario, lo vediamo dilagare, ma paradossalmente più cresce lo spettacolo del male nelle sue mille forme, più diminuisce la coscienza del peccato. Non basta esserne circondati e quasi assediati, per essere «convinti di peccato» come dice Gesù (Giovanni 8, 46). Per ricuperare la coscienza del peccato occorre ricuperare la coscienza e conoscenza di Dio, della sua Legge e della sua Parola e vedere nel male che dilaga una disubbidienza alla Parola di Dio e una trasgressione della sua Legge. Ma qual è questa Legge? Qual è questa Parola?

Lei, cara Lettrice, per rispondere a questa domanda e quindi individuare con chiarezza assoluta che cosa sia peccato si è messa su una china scivolosa: quella di citare un versetto della Bibbia. Questo metodo, adoperato da molti cristiani, secondo me non ci aiuta, anzi ci caccia in un labirinto dal quale non si esce. Lei mi cita Levitico 20,13 e ne deduce, ovviamente, che l’omosessualità è un peccato abominevole. E io Le cito Levitico 24,16: «Chi bestemmia il nome dell’Eterno dovrà essere messo a morte; tutta la radunanza lo dovrà lapidare». Oppure Deuteronornio 21,18-21: «Quando un uomo ha un figlio ribelle che non ubbidisce alla voce né di suo padre né di sua madre (…) tutti gli uomini della sua città lo lapideranno sì che muoia». Che ne dice, cara Lettrice ? Come la mettiamo con questi peccati e le relative punizioni? Anche qui tutto è chiarissimo, ma Lei non è spaventata da questa chiarezza? Io sì. Ma allora è proprio vero che quello che Dio diceva al suo popolo tremila anni fa «vale anche oggi», come Lei scrive? Che cosa vale e che cosa non vale? Potrei, come Lei sa benissimo, citare molti altri versetti come quelli ora riportati, ma non lo faccio. Ne ho citati due solo per far vedere la via dei singoli versetti non è percorribile per stabilire che cosa sia veramente peccato. Anzi, è forse proprio percorrendo quella via che, paradossalmente, invece di prendere coscienza di che cosa sia veramente peccato, la si è persa.

Dicendo questo non mi voglio sottrarre alla sua domanda specifica: Lei mi chiede di dirLe «sinceramente» se l’omosessualità sia peccato, oppure no. Le dirò «sinceramente» che, secondo me non lo è, anche se so benissimo che la Bibbia lo considera tale. Ma perché la Bibbia considera l’omosessualità un peccato? Perché gli autori biblici ritenevano che l’omosessualità fosse una scelta. Noi oggi sappiamo quello che gli autori biblici non sapevano e neppure lontanamente supponevano, e cioè che l’omosessualità non è una scelta, ma una condizione. E questo cambia tutto il discorso.

Ma allora, che dobbiamo dire e, soprattutto, fare? Che cosa è peccato? Qual è la Legge divina trasgredendo la quale si commette peccato? Risponderò in due tempi.
l) In primo luogo la Legge divina sono i Dieci Comandamenti dati da Dio al popolo attraverso Mosè. Trasgredirli è peccato. Ma si tratta dei Dieci comandamenti, e non dei diecimila precetti che abbiamo aggiunto attraverso i secoli. Si tratta, lo ripeto, del Decalogo, cioè di sole «dieci parole» di Dio. Dio non è chiacchierone come noi.
2) In secondo luogo, sappiamo tutti che Gesù ha dato due soli comandamenti, che poi in realtà ne costituiscono uno solo: amare Dio con tutto il cuore e amare il prossimo come noi stessi. Ed ha precisato: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge ed i profeti» (Matteo 22, 40). L’apostolo Paolo dice la stessa cosa: «Chi ama il prossimo ha adempiuto la legge» (Romani 13, 8). E qui giungiamo al nocciolo della questione. Alla domanda: che cos’è peccato? Kierkegaard rispondeva così: «Il contrario del peccato non è la virtù, ma la fede». Il peccato è l’idolatria. La nostra città, cioè la nostra civiltà, è come l’antica Atene, «piena di idoli» (Atti 17, 16). Ma il peccato non è solo adorare altre divinità anziché il Dio di Abramo, dì Isacco, di Giacobbe e di Gesù. È peccato anche la mancanza di amore. Chi non ama, pecca. Il peccato è non amare. Chi invece ama, dimora nell’amore, «e chi dimora nell’amore, dimora in Dio, e Dio dimora in lui» (I Giovanni 4, 16).

Pubblicato in: on 24 giugno 2009 at 18:31  Lascia un commento  
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Una pratica sostenibile per una fede incontrollabile.

E dire che l’idea, all’assemblea, mi era piaciuta.
Si, la sostenibilità. Il concetto è un po’ vacuo, ma si capisce, siamo sostenibili perché non si può andare avanti mangiando più di quel che si produce, bevendo più di quel che si raccoglie, consumando più di quello che si fabbrica, fuori e dentro la chiesa.
Ma poi mi chiedo: e la fede? Anche la nostra fede deve essere sostenibile? E cosa vuol dire una fede sostenibile? Vuol dire una fede razionalizzata? Una fede volta al risparmio? Una fede in decrescita?
Devo dire che anche per un anticapitalista come il sottoscritto, una posizione del genere fa tremare i polsi.
Ci stiamo lamentando della nostra scarsa capacità evangelizzatrice, capacità sia come abilità che come misura volumetrica, eppure sbandieriamo la sostenibilità.
Secondo me è tempo di distinzione!
Una parte di fratelli e sorelle ci chiamano alla pratica sostenibile delle nostre chiese. È un atto di umiltà e di intelligenza, bisogna imparare ad organizzare ed utilizzare le risorse disponibili invece di piangere su un latte che, se pure è stato versato, è ormai evaporato al sole molti anni fa.
Non siamo più quelli che hanno ricevuto per dono, e, se Dio vuole, non siamo neanche quelli che non hanno saputo amministrare i doni ricevuti. Siamo, ormai e per fortuna, una piccola unione, di piccole chiese che possiedono un potenziale enorme, di solito sprecato!
Fatemi dire che pur in soli 31 anni di vita, ho sentito più beghe interne e litigi personalistici che slanci alla conversione del “mondo”!
Conosco personalmente decine di persone in decine di comunità (fortunatamente non più di una o due per ognuna) il cui primo pensiero sull’evangelizzazione è definire con chiarezza chi non vogliono in chiesa! (no ai fondamentalisti, no agli omosessuali, no alle donne pastore, no a troppi stranieri, no a pochi stranieri, etc, etc, etc…)
La comunità locale, persa cosi nella propria INsostenibilità, non può che aver bisogno di un percorso nuovo, che rimarchi le potenzialità di quel che abbiamo, se non lo sprechiamo, più che piangere su ipotetici latti pindaricamente versabili.
Questo però non può essere accettabile se si parla di fede. La fede non può, e non deve, essere sostenibile. La fede sostenibile è la fede ridotta, addomesticata, diluita nel vivere comune e nella società non cristiana, come pure rinchiusa nella torre d’avorio della ristrettezza teologica di categorie ottocentesche morte e sepolte, torre che non potrà non cadere, e che quando cadrà ferirà, umilierà ed ucciderà persone e coscienze. Ogni giorno, anche per via dei miei studi, sento parlare di fondamentalismo e liberalismo nelle nostre chiese.
Vorrei che chiunque ama una di queste due procaci donzelle le andasse a conoscere da vicino, di persona e si accorgesse che stanno baciando dei cadaveri, e nemmeno troppo imbiancati!
Mille altre interpretazioni sono passate sotto i nostri ponti, la teologia dialettica, quella della liberazione, il post-liberalismo, il neo-liberalismo, l’inerranza teorica, e chi più ne ha più ne metta!
Quella che è sempre rimasta inalterata è la Bibbia, la testimonianza della vita, delle opere, degli insegnamenti, della morte e della resurrezione del Nostro Signore Gesù Cristo, su di Lui la benedizione. (Fatemi esagerare con le maiuscole, ogni tanto ci vuole!)
Ecco perché allora la mia proposta è un’altra: mentre sosteniamo e mettiamo in atto la sostenibilità del nostro vivere la chiesa che abbiamo, mentre ritorniamo al tortuoso campo del buon senso nella nostra vita comunitaria, credo sia ora di scatenare, letteralmente, la nostra fede. La nostra deve essere una fede IN-sostenibile, non deve poter essere fermata, deve essere incontrollabile!
Deve essere una vocazione all’azione, alla testimonianza, al passaggio di memorie e di pratiche tra le generazioni, deve essere produzione e proiezione di tradizioni e metodi che spalanchino le porte a nuovi metodi e creino nuove tradizioni.
La fede che abbiamo conosciuto, che ci è stata portata dal Cristo è fonte di acqua viva, che scorre oltre gli argini della fonte stessa.
Noi troppe volte la vogliamo razionalizzare, imbrigliare, incanalare, creare una fede “sostenibile”, controllabile che non dia fastidio.
Ebbene, questo ha da finire, se vogliamo continuare a dirci cristiani, perché solo chi testimonia delle grandi cose che Dio ha fatto per lui, può dirsi, in coscienza, cristiano.

Nel mondo odierno, dire che bisogna risparmiare è un fastidio. Dire che bisogna consumare meno, meglio, inquinare meno, inquinare meglio, eliminare gli sprechi e maturare una coscienza della devoluzione, tutto questo è un fastidio. La nostra fede si è adattata al modello occidentale, capitalista e consumista, ma invece di votarsi al “grande è bello”, è andata lentamente verso il contrario, per non dare fastidio, si è rinchiusa nelle mezze frasi, nei non detti rivelatori, nel silenzio forzato scambiato per politically correct, nella giustificazione lassista scambiata per giustificazione per fede.
In questo ritrovare la sostenibilità della fede vuol dire farla tornare al suo primo e modesto impiego: fonte incontrollabile, annuncio incontrollabile, fiducia incontrollabile, testimonianza incontrollabile!
Non troveremo sempre le parole giuste, almeno all’inizio, prendiamone atto, alcuni atteggiamenti sembreranno esagerati, alcuni metodi si riveleranno quelli sbagliati, altri “cristianesimi” hanno cominciato a tentare nuove vie, e ne vediamo gli effetti, buoni o cattivi che siano. Impariamo dai nostri e dagli altrui errori, ma finché imbriglieremo la nostra fede, non solo non saremo effettivi nella nostra società, ma usurperemo anche il nome di cristiani!

Pubblicato in: on 5 giugno 2009 at 12:19  Lascia un commento  
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Confessione di peccato.

Questo non è un nuovo articolo, anzi, è un’ammissione di colpa.

Un anno fa io scrissi questo post, e poi basta. Aprimmo anche uno spazio ad hoc, ma di fatto l’esperienza terminò lì. Non avrebbe dovuto. Una certa eco ci fu, speriamo che riprenderlo serva a qualcosa…

Ora e Sempre, Resistenza…

(continua…)

Pubblicato in: on 18 maggio 2009 at 09:38  Lascia un commento  
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Le Basi dell’Etica

Commissione Bioetica delle Chiese Valdesi e Metodiste

Commissione Bioetica delle Chiese Valdesi e Metodiste

La Commissione bioetica valdese solidale con la famiglia di Eluana Englaro

La Commissione bioetica delle chiese valdesi e metodiste, esprime la propria solidarietà nei confronti della famiglia Englaro e ribadisce la propria posizione a favore della libertà di cura, che è sempre e contestualmente libertà di rifiutare la cura.

“Come cristiani – afferma una nota della Commissione bioetica valdese e metodista -, riteniamo sia necessario guardare alle persone viventi e alla loro sofferenza, che non può essere dimenticata in nome di principi universali e astratti, né può essere subordinata a una norma oggettiva e precostituita che venga ritenuta valida in quanto presunta legge naturale. Crediamo infatti che il cuore dell’etica cristiana debba essere la sollecitudine verso le persone nella loro irrinunciabile singolarità, spesso sofferente, talvolta, come nel caso di Eluana, addirittura tragica: di qui discende, secondo noi, un’idea della medicina come terapia rivolta a soggetti in grado di autodeterminarsi e in grado di decidere il proprio destino.
La libertà individuale non va guardata con sospetto e identificata con l’arbitrio: per questo motivo, e in conformità con le posizioni espresse dall’ultimo Sinodo dell’Unione delle chiese metodiste e valdesi, come Commissione bioetica sollecitiamo da parte del Parlamento l’approvazione di una legge sulle direttive anticipate di fine vita.”

Pubblicato in: on 15 luglio 2008 at 11:48  Lascia un commento  
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